Mentre Meloni invoca la tutela del cittadino comune, i dati raccontano un'altra storia. E le domande che nessuno fa restano le più pericolose.
C'è una frase che dovremmo tenere a mente ogni volta che un governo ci chiede di votare su qualcosa che "riguarda la vita di tutti": chiediamoci sempre chi guadagna davvero. Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo è una di quelle occasioni in cui la risposta a questa domanda vale più di qualsiasi slogan.
Cosa si vota, davvero
Il referendum riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due Consigli Superiori distinti, l'introduzione di un meccanismo di sorteggio dei componenti degli organi di autogoverno e l'istituzione di una Corte disciplinare autonoma.
Fin qui, la notizia ufficiale.
Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani voteranno sul referendum costituzionale che decide se approvare o respingere la riforma della magistratura ordinaria. È un referendum confermativo, senza quorum: vince l'opzione che prende più voti validi.
Questo è già il primo dettaglio che molti non sanno: non c'è quorum.
Trattandosi di un referendum costituzionale, il risultato sarà valido indipendentemente dal raggiungimento del 50%+1 degli aventi diritto.
Il centrodestra ha tutto l'interesse a mobilitare la propria base, mentre chi è contrario ha bisogno di una partecipazione ampia per vincere. La geometria del voto, insomma, è già asimmetrica in partenza.
Il grande assente: i processi non andranno più veloci
Il governo Meloni vende questa riforma come una conquista di civiltà per il cittadino comune. Ma c'è un piccolo problema:
si tratta di una riforma che incide sull'assetto istituzionale della magistratura, senza riguardare direttamente la durata dei processi o l'organizzazione concreta dei tribunali.
E ancora:
la riforma non interviene direttamente sulla durata dei processi o sulle carenze di organico. Non è una riforma "dei tempi della giustizia".
A chi interessa allora? Certamente non a chi aspetta anni per un risarcimento civile o per vedere condannato chi gli ha fatto del male. I dati della giustizia italiana sono impietosi:
in Italia ci sono la metà dei giudici (12) rispetto alla mediana europea (21,5) e un numero di cause (330) pari al doppio della media europea (164); i pm italiani sono un quarto della mediana europea e gestiscono un numero di fascicoli sei volte superiore.
Questi sono i problemi reali della giustizia italiana. Questa riforma non li tocca nemmeno.
L'argomento europeo: vero o falso?
Uno dei cavalli di battaglia del fronte del Sì è l'allineamento all'Europa.
Tra i sostenitori della riforma, uno degli argomenti più citati è che questo modello sarebbe già in vigore nella maggior parte dei Paesi europei. Lo ha ribadito più volte il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
È vero, ma solo in parte.
I dati raccolti dalla Commissione europea per l'efficienza della giustizia (CEPEJ) del Consiglio d'Europa mostrano che ogni Paese adotta un proprio modello e che non esiste una linea di confine netta tra sistemi "separati" e "unificati".
Il punto cruciale, quello che i sostenitori del Sì omettono sistematicamente, è questo:
l'esperienza di altri Paesi suggerisce che la separazione delle carriere è spesso accompagnata da una maggiore influenza dell'esecutivo sull'azione penale.
In Francia, per esempio, i pubblici ministeri dipendono dal ministro della Giustizia, che può decidere il trasferimento.
È questo il modello a cui vogliamo avvicinarci?
Ridurre sistemi così diversi a una semplice contrapposizione tra Paesi "virtuosi" e Paesi "non separati", senza spiegare i criteri adottati e senza indicare le fonti, finisce per offrire un'immagine distorta della realtà.
La domanda che nessuno fa: chi ha davvero paura dei magistrati?
Arriviamo al punto che il dibattito pubblico evita come la peste. Giorgia Meloni e la sua maggioranza si presentano come paladini del cittadino oppresso da magistrati impuniti. Ma chi compone quella maggioranza?
Sovrapponendo l'elenco degli eletti alle ultime elezioni si scopre che 40 parlamentari con guai giudiziari sono finiti in Parlamento. Il partito dei condannati, imputati e indagati ha eletto 40 parlamentari e raccolto oltre 2 milioni di voti. È trasversale, ma molto spostato a destra, visto che ben 26 esponenti appartengono alla coalizione guidata da Giorgia Meloni.
Numeri che non riguardano solo il passato.
Secondo un'analisi del 2022, almeno 40 parlamentari tra condannati, imputati e indagati sono entrati in Parlamento nell'ultima legislatura, con il centrodestra che domina con 26 esponenti.
Non è una questione di colpevolezza individuale: ognuno è innocente fino a prova contraria. È una questione di conflitto di interessi strutturale. Chi ha più da guadagnare da una magistratura indebolita, più esposta a cause civili, meno propensa a indagare i potenti? La risposta non richiede un dottorato in scienze politiche.
Il rischio dell'effetto deterrenza
C'è un meccanismo perverso che il dibattito mainstream ignora completamente.
Una modifica del divieto di azione diretta nei confronti del magistrato potrebbe essere foriera di condizionamenti diretti e indiretti nei confronti del giudice, tanto da rappresentare un attentato ai principi di indipendenza e autonomia: l'azione risarcitoria potrebbe rappresentare un indebito strumento di pressione nei confronti del giudice, tale da indurlo a una giurisprudenza difensiva ispirata a conformismo giudiziario.
Tradotto: un magistrato che sa di poter essere trascinato in causa da un imputato potente o dal suo esercito di avvocati, tenderà ad autocensurarsi. Non aprirà fascicoli scomodi. Non firmerà mandati di arresto rischiosi. Non indagherà dove fa più male. Questo non è un beneficio per il cittadino comune — che non ha i mezzi per portare in giudizio nessuno — ma un vantaggio enorme per chi ha studi legali a libro paga.
L'azione risarcitoria diverrebbe strumento di forte pressione nelle mani della parte più dotata di risorse e più disposta a concepire i tribunali come arene di uno scontro all'ultimo sangue, piuttosto che come luogo di giustizia.
La separazione delle carriere: un problema già risolto?
C'è poi il paradosso della separazione delle carriere.
Un magistrato può passare da una funzione all'altra ma con alcune limitazioni, introdotte nel 2022 dal governo Draghi: lo può fare una sola volta e solo nei primi nove anni di carriera. Questo passaggio viene fatto ogni anno da un numero abbastanza limitato di magistrati, cioè circa una ventina su un totale di oltre 10mila. Nella maggior parte dei casi sono pm che scelgono di diventare giudici.
Venti magistrati su diecimila che cambiano funzione. Per questo stiamo modificando la Costituzione?
Chi manca dal dibattito
C'è un'assenza clamorosa in tutta questa campagna referendaria: le vittime di reato. Quelle persone che hanno subito furti, truffe, violenze e che aspettano anni per vedere un processo concludersi. Nessuno le ha interpellate. Nessuno ha chiesto loro se questa riforma cambierà qualcosa nella loro esperienza concreta con la giustizia.
Poco più del 50% degli italiani si considera almeno abbastanza informato sui contenuti della riforma, mentre la quota dei "molto informati" rimane stabile al 10%.
Un popolo che vota senza capire cosa sta votando è un popolo che non sta esercitando la democrazia: sta firmando un foglio in bianco.
Non si vota sulla colpevolezza dei magistrati né sull'efficienza immediata dei processi. Si vota sull'equilibrio tra i poteri dello Stato e su quale modello di indipendenza e organizzazione giudiziaria l'Italia vuole adottare per il futuro.
Questa è la vera posta in gioco. Non i magistrati "impuniti" — categoria che nella narrazione governativa sembra coincidere con quelli che indagano i potenti — ma la struttura del contropotere. In ogni democrazia sana, la magistratura è l'unico organo che può dire no al governo. Indebolirla non è una riforma per i cittadini. È una riforma per chi ha paura dei cittadini — e dei loro giudici.
La domanda che dovete portare con voi in cabina elettorale non è "sei per la riforma o contro?". È: "chi ci guadagna se i magistrati diventano più cauti, più controllabili, più esposti alle pressioni dei forti?" La risposta, guardate bene, non abita nei quartieri popolari.