Il 24 marzo 2026, il giorno dopo la sconfitta referendaria, Palazzo Chigi ha diffuso una nota. Giorgia Meloni esprimeva "apprezzamento" per le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del capo di gabinetto dello stesso ministero Giusi Bartolozzi. Poi aggiungeva di "auspicare che analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè".

Un comunicato istituzionale usato per chiedere pubblicamente le dimissioni di un proprio ministro. Una cosa che non si fa — o che non si fa normalmente. Santanchè si è dimessa il giorno successivo.

I procedimenti giudiziari a carico di tutti e tre esistevano da mesi. In alcuni casi da anni. Nessuno di loro era stato toccato fino a quarantotto ore dopo il voto.

Santanchè — tre anni di processi, un giorno di pazienza esaurita

Daniela Santanchè è imputata davanti al Tribunale di Milano per i presunti conti truccati delle società della galassia Visibilia tra il 2016 e il 2022, insieme ad altri quindici tra manager e sindaci delle aziende. Il rinvio a giudizio per falso in bilancio è arrivato a gennaio 2025.

C'è poi l'udienza preliminare per truffa aggravata ai danni dello Stato: è accusata, insieme al compagno Dimitri Kunz e al manager Paolo Concordia, di aver incassato oltre 126mila euro dall'Inps per 20.117 ore di cassa integrazione Covid, mentre i lavoratori delle sue società continuavano a lavorare regolarmente. Ci sono inoltre indagini in corso per bancarotta.

Il governo Meloni si è insediato nell'ottobre 2022. I primi procedimenti giudiziari a carico di Santanchè risalgono a quell'anno. Per tre anni e mezzo la ministra ha continuato a occupare il suo incarico. Fino a martedì 25 marzo 2026, Meloni non aveva mai chiesto pubblicamente le sue dimissioni.

Delmastro — lo stretto collaboratore e il ristorante sbagliato

Andrea Delmastro era, fino a pochi giorni fa, uno dei più stretti collaboratori di Meloni nel partito e nel governo. Quella vicinanza lo aveva protetto ogni volta che era finito in qualche guaio — e i guai non erano mancati.

L'ultimo è emerso nei giorni immediatamente precedenti al referendum. Delmastro aveva costituito nel 2024 una società proprietaria di un ristorante a Roma, la Bisteccheria d'Italia in via Tuscolana. Tra i soci figurava Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese della criminalità organizzata romana. Delmastro non aveva comunicato le variazioni di intestazione né alla Camera né al Ministero della Giustizia, in violazione della normativa sul conflitto d'interessi.

Nella nota con cui ha annunciato le dimissioni ha scritto: "Pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza." Gli atti dell'inchiesta sul clan Senese collegati alla vicenda erano già in Commissione parlamentare antimafia prima che Delmastro lasciasse il suo incarico.

Bartolozzi — indagata e fuori controllo

Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, era indagata per false informazioni al pm nell'ambito del caso Almasri — il generale libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale, arrestato e poi rilasciato dal governo italiano in circostanze ancora non del tutto chiarite.

Durante la campagna referendaria aveva dichiarato pubblicamente che i magistrati sono "un plotone di esecuzione" e che con la vittoria del Sì "ce la togliamo di mezzo". Frasi per cui il ministro Nordio era stato costretto a scusarsi pubblicamente. Nordio aveva poi tentato di proteggerla anche dopo il voto, proponendo addirittura le proprie dimissioni in sua vece. Meloni ha rifiutato e Bartolozzi è uscita.

La tempistica

Quello che emerge dalla sequenza dei fatti è semplice.

I procedimenti giudiziari di Santanchè erano noti dal 2022. Il rinvio a giudizio è del gennaio 2025. Il caso Delmastro-Caroccia è esploso a ridosso del voto — ma gli atti erano già alla Commissione antimafia. Le dichiarazioni di Bartolozzi sui magistrati come "plotone di esecuzione" erano state fatte in diretta televisiva durante la campagna referendaria, con tanto di video ampiamente circolato.

Nessuno dei tre è stato rimosso mentre questi fatti erano pubblici. Tutti e tre sono stati rimossi nelle quarantotto ore successive alla sconfitta referendaria.

Il referendum sulla separazione delle carriere — la riforma al centro del programma giudiziario del governo — è stato bocciato con oltre il 53% di No e un'affluenza al 58,93%. Una sconfitta che ha colpito in modo diretto il ministero della Giustizia e l'intera impostazione della maggioranza sul tema della magistratura.

Nordio, il ministro responsabile della riforma, è rimasto al suo posto. Ha detto di assumersi "la responsabilità politica" della sconfitta. Chi è uscito sono i tre con procedimenti attivi — gli stessi che erano stati tollerati per tutta la durata del governo.

La domanda che resta

Le dimissioni di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi erano giuste. La questione non è quella.

La questione è che i motivi che le hanno rese necessarie oggi erano gli stessi di ieri, di sei mesi fa, di un anno fa. Nessun elemento nuovo è emerso nelle ultime ore. Nessuna nuova accusa, nessun nuovo atto giudiziario. Quello che è cambiato è il risultato di un voto.

Meloni ha tollerato per anni ciò che ha dichiarato intollerabile il giorno dopo aver perso. Questo è il fatto. Il resto è comunicato stampa.

Fonti
LaPresse, 25 marzo 2026 — procedimenti giudiziari Santanchè, ricostruzione
Il Post, 24-25 marzo 2026 — casi Delmastro e Santanchè, cronologia
ANSA, 24 marzo 2026 — comunicato Palazzo Chigi, dimissioni Delmastro e Bartolozzi
Sky TG24, 24-25 marzo 2026 — cronologia eventi, dichiarazioni Nordio
La Nazione / Quotidiano.net, 24 marzo 2026 — caso Caroccia, clan Senese, conflitto d'interessi
Commissione parlamentare antimafia — atti sul clan Senese già in sede prima delle dimissioni