Quello che può succedere davvero — senza apocalissi e senza illusioni

Nei capitoli precedenti abbiamo smontato le bugie di entrambi i fronti. Ora facciamo qualcosa di diverso: proviamo a capire cosa succederebbe davvero, in modo concreto e non apocalittico, a seconda dell'esito del voto.

Questo capitolo non fa previsioni politiche. Non dice che se vince il Sì arriva la dittatura, né che se vince il No la magistratura continuerà per sempre come prima. Fa invece quello che i giuristi più seri di entrambi i fronti fanno quando si tolgono la giacchetta da campagna: analizzare i meccanismi, i rischi strutturali, le conseguenze plausibili.

PREMESSA METODOLOGICA: Ogni rischio identificato in questo capitolo è sostenuto da analisi giuridiche, pareri istituzionali o dichiarazioni verificabili. Dove un rischio è certo, lo diciamo. Dove è potenziale, lo diciamo. Dove dipende da scelte future, lo diciamo. Non esistono certezze assolute in questo referendum — chi te ne offre una sta mentendo.

Se vince il Sì: il primo anno è il più pericoloso

Se il Sì vince, la legge entra in vigore. A quel punto scatta l'articolo 8 — quello che quasi nessuno cita — che dà al Parlamento un anno per scrivere tutte le leggi ordinarie di attuazione. È in quel primo anno che si decide davvero cosa diventerà questa riforma.

Lo scenario ottimistico

Le leggi ordinarie vengono scritte con ampia partecipazione, con maggioranze qualificate che richiedono accordo con l'opposizione, con liste per il sorteggio costruite in modo genuinamente aperto, con procedure disciplinari chiare e garantiste. In questo scenario il sorteggio funziona come promesso: toglie potere alle correnti senza consegnarlo alla politica. Il doppio CSM governa le carriere in modo più meritocratico. L'Alta Corte Disciplinare giudica i magistrati con standard più severi e coerenti.

È uno scenario possibile? Sì. È probabile con questo governo? Questa è la domanda che ognuno deve rispondersi guardando la storia degli ultimi tre anni.

Lo scenario realistico-preoccupante

Le leggi ordinarie vengono scritte dalla maggioranza di governo entro l'anno, con la semplice maggioranza parlamentare. Le liste per il sorteggio dei laici vengono costruite con un numero di candidati appena superiore ai posti disponibili — diciamo 12 nomi per 10 posti. L'opposizione non ha potere di veto. Il governo sceglie chi entra nella lista e il sorteggio formalizza quella scelta.

In questo scenario, il nuovo CSM ha una componente laica controllata dalla maggioranza di turno e una componente togata composta da magistrati sorteggiati casualmente, privi dell'esperienza istituzionale necessaria a resistere alle pressioni. Il risultato netto: meno potere alle correnti, più potere alla politica. Esattamente quello che i sostenitori del No temono.

IL PARERE UFFICIALE DEL CSM STESSO: Il Consiglio Superiore della Magistratura, nel suo parere formale sul DDL — approvato con 24 voti su 29 — ha scritto che con la separazione delle carriere e il nuovo assetto «il potere dei procuratori diverrebbe il potere dello Stato più forte che si sia mai avuto in alcun ordinamento costituzionale dell'epoca contemporanea, per cui sarà ineluttabile che di esso assuma il controllo» il potere esecutivo. Non è il parere di un comitato del No: è il parere formale dell'organo istituzionale che questa riforma vuole trasformare.

Il rischio Cantone: il condizionamento informale

Raffaele Cantone — ex presidente dell'ANAC, magistrato, voce autorevole e non schierata — ha individuato un rischio che va al di là delle liste e del sorteggio:

"Il rischio è che una sorta di allineamento con gli obiettivi di politica criminale possa avvenire attraverso meccanismi meno formali e più sottili, con la normazione secondaria di un Consiglio superiore in cui avranno maggior peso i componenti laici, ma anche con un mirato esercizio di azioni disciplinari che possano censurare le scelte dei requirenti." — Raffaele Cantone, magistrato ed ex presidente ANAC

Traduzione pratica: non serve cambiare la Costituzione per far sì che i PM seguano le priorità del governo. Basta che il CSM requirente — con una componente laica controllata dalla politica — emetta circolari che orientano i procuratori verso certi tipi di reati piuttosto che altri. È un condizionamento soft, indiretto, difficile da dimostrare in tribunale. Ma è strutturalmente possibile.

Il rischio più grave: la strada verso la discrezionalità dell'azione penale

Questo è il rischio che i sostenitori del No considerano il più grave di tutti, e che i sostenitori del Sì liquidano come fantascienza. Non è fantascienza. È un'intenzione dichiarata.

L'articolo 112 della Costituzione stabilisce il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale: il pubblico ministero ha l'obbligo di perseguire tutti i reati, senza eccezioni, senza priorità discrezionali, senza ordini dall'alto. È il principio che ha permesso a Mani Pulite di esistere: i PM di Milano non hanno chiesto il permesso a nessun governo per indagare sul sistema di corruzione della Prima Repubblica.

Nordio ha dichiarato esplicitamente, al Forum ANSA di febbraio 2026, che dopo il referendum il governo affronterà la questione della disomogeneità nelle priorità delle procure — con un riferimento diretto a un futuro intervento sull'obbligatorietà. Non è questa riforma. Ma è il passo dichiarato successivo.

Se l'obbligatorietà dell'azione penale viene intaccata — anche parzialmente, anche indirettamente, anche attraverso la possibilità per il governo di fissare «priorità» nell'azione penale — si cambia in modo irreversibile il rapporto tra potere politico e magistratura.

PERCHÉ QUESTO CONTA PER TE: Se il PM può de-priorizzare certi reati su indicazione del governo, il governo di turno può rendere più difficile perseguire i reati che lo riguardano — corruzione dei pubblici funzionari, abuso d'ufficio, frodi nei contratti pubblici. Non necessariamente in modo esplicito. Basta che quei reati non siano nelle «priorità». Il cittadino comune non ha lobby, non ha avvocati pagati dal contribuente, non ha protezioni politiche. Ha solo un PM che per legge deve trattare il suo caso come quello di chiunque altro. Se questa garanzia si incrina, chi paga il prezzo non sono i potenti. Sei tu.

Il paradosso del PM superpoderoso

C'è un altro rischio del Sì che viene raramente discusso — e che curiosamente è speculare al rischio principale. Non il PM debole, sotto il governo. Il PM fortissimo, autoreferenziale, senza contrappesi.

Nel sistema attuale il CSM unico funge da freno incrociato: i giudici e i PM si controllano a vicenda nell'organo di autogoverno. Con il doppio CSM, il CSM requirente è composto solo da PM — e gestisce solo PM. Non ci sono giudici che bilancino. Non ci sono voci esterne alla cultura requirente.

Il professor Grosso lo ha detto con chiarezza nel dibattito al Sole 24 Ore:

"Al massimo fa l'opposto: crea un pubblico ministero totalmente autoreferenziale in un CSM in cui sarà l'unico protagonista senza il freno e il controllo da parte dei giudici. Questo porterà forse a un pubblico ministero estremamente potente, molto più potente di oggi, in un contesto in cui io non credo che a lungo l'ordinamento complessivo si potrà permettere di mantenere questo stato di cose. Quindi è vero, ci vorrà una seconda riforma per assoggettare il PM all'esecutivo, ma io temo che questa seconda riforma presto verrà proposta proprio per quel motivo." — Prof. Enrico Grosso, costituzionalista, dibattito Sole 24 Ore

In altri termini: la separazione delle carriere con doppio CSM potrebbe creare un PM così potente e così autonomo da rendere politicamente inevitabile una seconda riforma che lo assoggetti al governo. Non è una previsione malevola: è la logica strutturale del sistema. Lo stesso Grosso, che vota No, lo ammette.

Questo significa che il Sì potrebbe produrre, per paradosso, esattamente quello che i suoi oppositori temono — ma attraverso un percorso opposto: non indebolendo subito il PM, ma rendendolo così forte che diventa impossibile non intervenire.

Se vince il No: i rischi dello status quo

Il fronte del No presenta la vittoria del No come la conservazione di un equilibrio sano. Non è così. Anche il No ha i suoi rischi — meno drammatici nell'immediato, ma strutturalmente solidi nel lungo periodo.

Il sistema delle correnti non si autoripara

Lo abbiamo visto nel Capitolo 3. Dopo lo scandalo Palamara, dopo la riforma Cartabia del 2022, dopo anni di discussioni pubbliche sul correntismo, le nomine al CSM sono ancora all'80% di unanimità. Il meccanismo non è cambiato: si è fatto più discreto. Se il No vince, non c'è nessun incentivo politico a riformare il sistema nell'immediato. Il centrodestra non ha motivo di fare concessioni. Il centrosinistra non ha motivo di rischiare su una riforma impopolare nella propria base. La magistratura non ha motivo di autoriformarsi senza pressione esterna.

Il rischio del No non è acuto. È cronico. Lo status quo continua. Le correnti continuano. Le nomine continuano a essere decise in modo opaco. Il cittadino che entra in un tribunale continua a non sapere se il giudice che lo giudica è lì per il suo valore o per le sue amicizie correntizie. Non è una crisi immediata. È una lenta erosione della credibilità del sistema giudiziario che dura da decenni e che, senza intervento, non si risolve da sola.

Il conflitto politica-magistratura si radicalizza

Una vittoria del No verrebbe letta dal governo come una vittoria della magistratura sulla politica. Nordio lo ha già anticipato: «Se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria dell'ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica». Il conflitto tra governo e magistratura — già al livello più alto degli ultimi trent'anni — potrebbe radicalizzarsi. Il governo potrebbe tornare con una riforma ancora più aggressiva, più politicamente motivata, con meno attenzione alle garanzie costituzionali.

La legittimità della magistratura si consuma

Ogni anno che passa senza una riforma del CSM è un anno in cui i magistrati continuano a essere percepiti come una casta che si autogestisce con regole opache. Questa percezione erode la fiducia dei cittadini nella giustizia.

UN DATO RIVELATORE: Secondo Eurobarometro, l'Italia è stabilmente tra i paesi europei con la fiducia più bassa nella magistratura tra i propri cittadini. Meno del 30% degli italiani si fida del sistema giudiziario. In Germania è oltre il 60%. In Danimarca supera l'80%. Il No non affronta questo problema.

Il contesto europeo: non siamo soli, e non è un buon segnale

POLONIA (2015-2023): Il governo PiS ha progressivamente riformato il Tribunale Costituzionale, la Corte Suprema e il sistema di governo dei giudici, introducendo meccanismi di nomina governativa. La Commissione Europea ha aperto procedure di infrazione. Il nuovo governo Tusk sta cercando di invertire le riforme — con resistenze enormi. Lezione: le riforme che toccano l'indipendenza della magistratura sono molto più facili da fare che da disfare.

UNGHERIA (2010-oggi): Il governo Orban ha costruito un sistema in cui la magistratura è de facto allineata con il governo attraverso nomine politiche e modifiche ordinamentali successive. Non è avvenuto con un solo atto: è avvenuto attraverso riforme successive, ognuna apparentemente tecnica.

ISRAELE (2023): Il governo Netanyahu ha approvato una riforma che limitava il potere della Corte Suprema. Il risultato è stato mesi di proteste di massa, scioperi, dimissioni di ufficiali militari di riserva. Il paese è rimasto profondamente diviso.

ITALIA (2025-2026): Il governo Meloni ha approvato la riforma Nordio con zero emendamenti, in un clima di conflitto aperto con la magistratura. Le dichiarazioni sui passi successivi — PM sotto l'esecutivo, obbligatorietà dell'azione penale — sono dichiarazioni pubbliche.

Il pattern è riconoscibile. Non significa che l'Italia stia diventando l'Ungheria — le istituzioni italiane sono più solide, la società civile è più attiva, l'Unione Europea esercita pressioni più forti. Significa che il percorso che inizia con questa riforma è un percorso già visto altrove, e le sue destinazioni possibili sono documentate.

La domanda che i giuristi seri si fanno

I costituzionalisti più onesti di entrambi i fronti convergono su una domanda comune: questa riforma sposta l'equilibrio dei poteri in modo irreversibile?

Il professor Zanon — fronte del Sì — risponde no: il principio di indipendenza resta in Costituzione, e per portare il PM sotto il governo ci vorrebbe una nuova riforma costituzionale con tutto il suo iter aggravato.

Il professor Grosso — fronte del No — risponde che la garanzia formale non è sufficiente: il condizionamento sostanziale può avvenire senza toccare il testo della Costituzione, attraverso le leggi ordinarie, le circolari del CSM, i meccanismi disciplinari. E una volta che il sistema è stato ristrutturato in questo modo, tornare indietro è politicamente quasi impossibile.

L'Università Bocconi, in un'analisi neutrale, ha sintetizzato così:

"In sintesi, nello scegliere fra il Sì e il No è a questa domanda che occorre rispondere: la riforma costituzionale introduce maggiori garanzie per il cittadino nel processo penale senza intaccare l'equilibrio fra i poteri e l'indipendenza della magistratura, oppure, con l'obiettivo di separare le carriere finisce per mettere a rischio l'equilibrio fra i poteri e quell'indipendenza della magistratura, che in molti altri Paesi, vicini e lontani, ha subito in questi anni fortissimi attacchi?" — Università Bocconi, analisi istituzionale sul referendum

Non è una risposta. È la domanda giusta.

La tavola dei rischi: riassunto comparativo

SE VINCE IL SÌ — RISCHI CONCRETI:

Le leggi ordinarie di attuazione vengono scritte dalla maggioranza senza vincoli. Le liste per il sorteggio sono costruite per favorire la maggioranza di turno.

Il CSM requirente con togati sorteggiati e laici politici diventa più permeabile all'influenza del governo.

L'obbligatorietà dell'azione penale viene messa in discussione con una seconda riforma — annunciata da Nordio.

Il PM autoreferenziale e superpoderoso diventa politicamente insostenibile, aprendo la strada alla sua subordinazione all'esecutivo.

Le leggi ordinarie possono essere riscritte da ogni futura maggioranza — ma la struttura costituzionale è già cambiata.

SE VINCE IL NO — RISCHI CONCRETI:

Il sistema delle correnti continua senza riforme. Le nomine restano opache. Il correntismo non si autoguarisce.

Il conflitto governo-magistratura si radicalizza. Il governo potrebbe tornare con una riforma ancora più aggressiva.

La fiducia dei cittadini nella magistratura continua a erodere senza che nessuno affronti il problema di fondo.

L'Italia resta il paese europeo con la fiducia più bassa nella giustizia, senza prospettive di riforma nel breve periodo.

Nessuna proposta alternativa di riforma del CSM. Lo status quo viene difeso come principio, non come scelta consapevole.

Conclusione del Capitolo 6

Nessuno dei due esiti è privo di rischi. Questa è la realtà che nessun comitato referendario ha il coraggio di dirti.

Il Sì porta rischi concreti e documentati nel breve periodo — dipendenti quasi interamente da come verranno scritte le leggi ordinarie di attuazione entro un anno. In uno scenario favorevole, quei rischi si gestiscono. In uno scenario sfavorevole, aprono una porta che è molto difficile richiudere.

Il No porta rischi cronici e strutturali nel lungo periodo — dipendenti dalla incapacità dimostrata del sistema di autoriformarsi e dall'escalation del conflitto tra politica e magistratura. Non è una crisi immediata. È una crisi lenta.

LA SCELTA VERA: Non è tra un sistema perfetto e uno imperfetto. È tra due tipi diversi di rischio. Il Sì è un rischio acuto a breve termine, con esiti dipendenti da chi governa e come scrive le leggi ordinarie. Il No è un rischio cronico a lungo termine, con esiti dipendenti dalla capacità del sistema di rinnovarsi — che finora non ha dimostrato di avere. Scegliere tra i due richiede una valutazione del proprio grado di fiducia nel governo attuale e nei governi futuri, e nella capacità della magistratura italiana di riformarsi senza pressioni esterne.