C'è un soprabito Paul & Shark che costa 1.945 euro in vetrina. Produrlo, secondo la Procura di Milano, costava 107 euro. La differenza — quasi 1.900 euro di margine — sarebbe stata costruita, almeno in parte, sulle spalle di lavoratori cinesi rinchiusi in capannoni senza luce, senza aria, senza domeniche, senza diritti. E a capo di quella catena produttiva c'era Andrea Dini: cognato del governatore della Lombardia Attilio Fontana, uomo della Lega, partito che da trent'anni costruisce il proprio consenso sul tema dell'immigrazione irregolare.

Questa non è solo una notizia giudiziaria. È lo specchio di una contraddizione di sistema.

I FATTI, PRIMA DI TUTTO

La settima incursione nel settore della Procura di Milano ha portato al controllo giudiziario d'urgenza per Dama Spa, società del settore tessile con sede a Varese. Tra gli indagati figura Andrea Dini, cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e amministratore unico dell'azienda, insieme ad altre cinque persone.

Secondo l'accusa, la società — che registra ricavi per 107 milioni di euro annui, utili per 5,6 milioni e conta 309 dipendenti — avrebbe fatto ricorso a manodopera cinese in stato di bisogno, impiegata in condizioni di sfruttamento. In particolare, sarebbero stati accertati turni di lavoro sette giorni su sette, dalle 8 alle 22, 14 ore anche di sabato e domenica, con retribuzioni ritenute in contrasto con la contrattazione collettiva e con i principi costituzionali. Gli accertamenti riguardano 46 operai, tutti irregolari sul territorio italiano, impiegati negli appalti per la produzione dei capi del marchio Paul & Shark.

Le indagini, condotte dal Nucleo operativo metropolitano della Guardia di finanza, hanno documentato anche condizioni abitative degradanti: lavoratori alloggiati in dormitori privi di luce e aerazione e sottoposti, secondo gli inquirenti, a forme di sorveglianza in violazione dello Statuto dei lavoratori.

Non si tratta di una piccola azienda in difficoltà che taglia i costi per sopravvivere.

Stando a quanto emerso nel corso di alcune perquisizioni in due aziende cinesi subappaltatrici di Garbagnate Milanese, con questo sistema di sfruttamento, la Dama Spa avrebbe realizzato margini di guadagno che vanno dal 95 per cento all'87 per cento. Per esempio, il soprabito "carcoat reversibile" del brand Paul & Shark "costa" 107 euro e viene "venduto" a 1.945 euro, circa 19 volte tanto il costo di produzione.

IL NODO FAMILIARE CHE NESSUNO VUOLE SCIOGLIERE

Fontana, interpellato dai giornalisti, ha risposto con il consueto manuale del distacco:

"Chiedete a mio cognato" che "sicuramente dimostrerà la propria innocenza come ha fatto in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto. Mi chiedo la strumentalità della domanda e dell'abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini, che è titolare dell'azienda nella quale io non ho alcuna parte." Così il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana sull'indagine per caporalato nei confronti di suo cognato Andrea Dini.

Peccato che il legame non sia solo familiare.

Dalla documentazione emerge che Roberta Dini, moglie del governatore lombardo, detiene il 10% delle quote della società tramite la Divadue srl. La donna non risulta indagata.

Il governatore dice di non avere "alcuna parte" nell'azienda. Sua moglie ne possiede una quota. I confini, evidentemente, dipendono dal punto di vista.

E non è la prima volta.

Nel 2020 Dini era stato indagato e poi archiviato nel 2022 per l'ipotesi di "turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente" nell'affidamento diretto di 82.000 camici dalla centrale acquisti regionale "Aria Spa" appunto a "Dama Spa", che poi vi aveva rinunciato e l'aveva tramutata in donazione.

Quel procedimento si chiuse senza condanna. Questo è un caso diverso, con accuse diverse. Ma il pattern — un soggetto vicino al potere regionale che finisce sotto i riflettori della magistratura — è lo stesso.

UN SISTEMA, NON UN CASO ISOLATO

Il caso Dini non è una meteora. È l'ennesimo tassello di un mosaico che la Procura di Milano sta ricostruendo da oltre due anni.

Prima di Dama Spa i pm hanno aperto fascicoli, a partire dalla primavera 2024, nei confronti di colossi del lusso come Alviero Martini, Armani, Dior, Louis Vuitton, Valentino per agevolazione colposa, mentre come Dama Spa è direttamente accusata di sfruttamento la Tod's della famiglia Della Valle.

Come si legge nell'atto, l'indagine "trae origine da accertamenti di polizia giudiziaria dove è stato 'fotografato' un fenomeno dove due mondi — solo apparentemente distanti — quello del lusso da una parte e quello di lavoratori cinesi dall'altra, entrano in connessione per un unico obiettivo: abbattimento dei costi e massimizzazione dei profitti attraverso elusione di norme penali giuslavoristiche."

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso:

le inchieste per caporalato a Milano hanno rivelato un meccanismo perverso di sfruttamento lungo la filiera del lusso, che più si allontana dall'azienda madre, più diventa una terra di nessuno, senza controlli e senza rispetto dei diritti dei lavoratori.

La differenza cruciale nel caso Dama Spa, però, è che qui non si parla di "agevolazione colposa" — ovvero non sapevo cosa facessero i miei fornitori.

Il "grado di compenetrazione" tra le due sigle aziendali avvicendatesi nell'opificio cinese e i due brand di moda è tale, per i pm, che "pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali" di Dama Spa e Alberto Aspesi & C. Spa.

In altre parole: secondo la Procura, chi stava in cima sapeva.

LA CONTRADDIZIONE CHE NESSUNO NOMINA

Ed è qui che la notizia smette di essere cronaca giudiziaria e diventa qualcosa di più scomodo.

La Lega punta da anni sulle paure dei cittadini per la sicurezza per alimentare una retorica anti-immigrazione. "Per quel che mi riguarda, da ministro e cittadino italiano, il pericolo nelle nostre città non sono i carri armati sovietici, ma gli immigrati clandestini," ha affermato il vicepremier Matteo Salvini.

Eppure, mentre la Lega costruisce il suo consenso sulla paura dello straniero irregolare, un soggetto direttamente connesso al suo vertice regionale avrebbe sistematicamente impiegato lavoratori stranieri irregolari per abbattere i costi di produzione di un marchio da quasi 2.000 euro a capo.

I controlli ispettivi hanno replicato "quanto già visto in altri opifici a conduzione cinese e lo schema del meccanismo di grave sfruttamento lavorativo" ai danni di persone soffocate "nella morsa della clandestinità e della ridotta possibilità di emancipazione nel territorio italiano."

Traduzione: la clandestinità non è solo un problema da combattere a parole nei comizi. È anche, per certi attori economici, una risorsa da sfruttare nei capannoni. Chi è irregolare non può denunciare. Chi non può denunciare lavora a qualsiasi condizione. E chi fa lavorare a qualsiasi condizione massimizza i profitti.

La retorica leghista sull'immigrazione clandestina e il modello economico che prospera su quella stessa clandestinità non sono in contraddizione accidentale. Sono due facce dello stesso sistema.

LE DOMANDE CHE NESSUNO FA

I media mainstream si fermano alla notizia: Dini è indagato, Fontana si dissocia, la Guardia di Finanza ha eseguito i controlli. Fine. Ma le domande che restano senza risposta sono quelle più importanti.

Quante ispezioni del lavoro ha condotto la Regione Lombardia nelle filiere tessili negli ultimi cinque anni? Chi ha il compito di vigilare sulle condizioni nei capannoni di Garbagnate Milanese, dove operavano le aziende subappaltatrici di Dama Spa?

Tre cittadini cinesi titolari di un opificio a Garbagnate Milanese — tra il 2023 e il 2025 — avevano cambiato nome alla società, evidentemente per sfuggire ai controlli. Come è possibile che nessuno se ne sia accorto prima?

La Procura di Milano, con il pm Paolo Storari, sta facendo un lavoro straordinario. Ma la Procura interviene dopo. La prevenzione — i controlli sistematici, le ispezioni del lavoro, la vigilanza sulle filiere — è compito delle istituzioni. E in Lombardia, l'istituzione si chiama Regione Lombardia.

In conclusione:

C'è una parola che torna in tutti i documenti dell'inchiesta: "sistema". Non un errore, non un'eccezione, non un fornitore disonesto che ha agito all'insaputa di tutti. Un sistema. Radicato, collaudato, redditizio.

Quarantasei operai cinesi irregolari, chiusi in dormitori senza luce, a lavorare 14 ore al giorno per produrre giubbotti da quasi 2.000 euro. Questo è il "made in Italy" che alcune aziende vendono al mondo. Questo è il lavoro che la Lega dice di voler proteggere — ma solo quando fa comodo dirlo.

La vera domanda non è se Andrea Dini sarà condannato. La giustizia farà il suo corso, come sempre. La vera domanda è questa: chi governa una regione può permettersi di non sapere cosa succede nei capannoni a pochi chilometri da Milano? E se sa, perché non ha mai fatto nulla?

Il silenzio, in politica, non è mai innocente.