In Italia, per fare carriera in magistratura, non basta essere bravi. Bisogna anche essere dei buoni. Buoni nel senso di fedeli: alla corrente giusta, alle persone giuste, al momento giusto. Chi non capisce questa regola non scritta, prima o poi la impara a proprie spese.
Annalisa Imparato, 41 anni, sostituta procuratrice a Santa Maria Capua Vetere, ha scelto di non capirla — o meglio, di capirla benissimo e di dirlo ad alta voce.
In questi giorni fa il giro dei talk show accusando i suoi colleghi di opporsi alla riforma Nordio per puro spirito di casta.
In un'Italia dove i magistrati parlano di tutto tranne che di se stessi, questa è una notizia. Forse la notizia più scomoda della campagna referendaria.
Il voto che nessuno voleva sentire
L'appuntamento alle urne è per domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo 2026, per decidere le sorti della riforma della magistratura, la cosiddetta "Riforma Nordio", che vorrebbe modificare sette articoli della Costituzione.
Il cuore della riforma è la separazione tra giudici e pubblici ministeri, che avrebbero carriere diverse e non più un unico percorso professionale.
La riforma ridisegna poi l'autogoverno della magistratura creando due Consigli superiori della magistratura separati — uno per i giudici e uno per i pm — entrambi presieduti dal presidente della Repubblica e composti tramite sorteggio.
Di fronte a tutto questo, la risposta ufficiale della categoria è compatta: No. L'ANM si oppone, Magistratura Democratica si oppone, i grandi nomi del progressismo giudiziario si oppongono. Ma Imparato dice Sì, e lo dice senza mezzi termini:
"Dobbiamo restituire agli italiani un sistema trasparente. Al momento non è trasparente. Il sorteggio va a estirpare questa gestione accentrata del potere. Oggi il magistrato che sbaglia non è adeguatamente sanzionato, perché tra il magistrato che giudica e quello che sbaglia c'è un rapporto di reciprocità."
Parole che bruciano. Soprattutto perché vengono da dentro.
Il sistema che non si smonta da solo
Per capire perché il caso Imparato fa così rumore, bisogna capire come funziona davvero il potere dentro la magistratura italiana. Non è una questione di ideologia — è una questione di carriere, nomine, incarichi.
Negli ultimi decenni si è prodotta una grave degenerazione del sistema, causata dalle correnti in cui si divide la magistratura — oggi sono cinque — che sono sempre più diventate simili a piccoli partiti e si spartiscono potere e seggi sia nel CSM, sia nell'Associazione nazionale della magistratura.
Il risultato?
Fare carriera, per un magistrato non iscritto a una corrente, è praticamente impossibile.
Lo spiega bene la stessa Imparato, che conosce il sistema dall'interno:
«Pesano in modo determinante. Il CSM gestisce l'intera vita professionale del magistrato: dal concorso ai trasferimenti, dalle promozioni agli incarichi direttivi e semidirettivi, fino ai procedimenti disciplinari. Le correnti incidono sugli incarichi extragiudiziari, spesso molto ben retribuiti, e possono generare conflitti. Influenzano anche il tirocinio: esistono vere e proprie "scuole di partito" e un giovane magistrato, nella fase più vulnerabile della carriera, può essere facilmente orientato.»
Non è un'opinione isolata.
Se la stragrande maggioranza dei magistrati non partecipa alla vita politica delle correnti, com'è possibile che la quasi totalità degli incarichi direttivi e semidirettivi finisca proprio in quel perimetro ristretto? Luca Palamara descrive una realtà "plastica": l'appartenenza associativa o il pregresso impegno nell'ANM fungono da acceleratori di carriera che spesso neutralizzano il merito individuale.
E c'è un dato che vale più di mille dichiarazioni:
in base ai dati ufficiali del ministero della Giustizia, oggi quasi il 97% dei procedimenti aperti contro magistrati viene archiviato prima ancora di essere dibattuto.
Il dissenso silenzioso
Imparato non è sola, ma è quasi sola a parlare. Ed è qui che la storia si fa interessante — e inquietante.
«Quando, quasi due anni fa, ho pubblicato un articolo dal titolo "Toghe rotte" su Il Tempo, sono stata duramente attaccata. Mi sono ritrovata in prima pagina e in rassegna stampa al CSM senza comprenderne inizialmente la ragione. Stavo semplicemente esercitando il mio pensiero libero, da magistrato libero. All'epoca ero isolata.»
Poi aggiunge qualcosa di significativo:
«Oggi scopro che molti colleghi hanno un animo libero e il coraggio di dirlo. Forse il clima è cambiato, forse oggi dire sì fa meno scandalo. Ma io porto avanti questo pensiero da quando il dibattito era quasi inesistente.»
Quanti sono questi colleghi silenziosi? Nessuno lo sa.
L'ANM ha prodotto un clima di conformismo interno tale da indurre i magistrati favorevoli al Sì a non dichiararsi pubblicamente per paura di ripercussioni sulle carriere.
Il silenzio, in questo sistema, non è neutro: è una forma di obbedienza.
Il caso dentro il caso: le consulenze
Fin qui, la storia di Imparato sembrerebbe quella di una magistrata coraggiosa che sfida il sistema. Ma un'analisi seria non può ignorare un'altra faccia della medaglia.
La pm non è esattamente una testimonial disinteressata: negli ultimi anni ha collezionato vari incarichi professionali da parte del governo e dalla maggioranza di centrodestra, con cui ha un rapporto consolidato.
Dal 2024 Imparato è consulente del ministero della Difesa con il ruolo di "docente formatore" del personale militare, mentre per un anno, fino al settembre 2025, è stata consulente anche della Commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie, presieduta dal deputato leghista Jacopo Morrone.
E poi c'è la vicenda della consulenza al Senato:
un compenso mai visto prima — 2.336,55 euro al mese in aggiunta allo stipendio da magistrato — per svolgere 160 ore in un anno, cioè circa 175 euro all'ora.
Il CSM ha bloccato l'incarico ritenendo la somma eccessiva.
Questo non invalida le sue argomentazioni sulla riforma — che restano nel merito solide e documentate. Ma ci ricorda una cosa importante: in Italia, anche le voci del dissenso hanno sponsor. La destra usa Imparato come la sinistra usa i suoi magistrati di riferimento. Il problema del corporativismo giudiziario è reale, ma il rischio è che venga strumentalizzato da chi ha tutto l'interesse a indebolire la magistratura per ragioni che con la trasparenza hanno poco a che fare.
La vera domanda che nessuno fa
Il dibattito pubblico si è impantanato nella solita trappola italiana: destra contro sinistra, governo contro magistratura, Nordio contro ANM. Ma la domanda che conta non è questa.
La domanda è:
il vero tema non è il controllo politico della magistratura, ma il potere che la magistratura si è data da sola nel tempo.
E questo potere, costruito mattone su mattone attraverso le correnti, le nomine, gli incarichi extragiudiziari, è compatibile con l'idea di una giustizia terza e imparziale che ogni cittadino merita?
Come si può avere una giustizia giusta se chi dirige i vertici degli uffici è scelto alla pari dei parlamentari, con i voti? In virtù del decreto legislativo 109/2006, per i magistrati costituisce un illecito disciplinare essere iscritti a un partito politico, così da scongiurare eventuali condizionamenti. Per analogia, è ancora possibile accettare che esistano correnti che hanno assunto una deriva politica?
È una domanda che appartiene a tutti i cittadini, non solo a chi vota a destra o a sinistra. Appartiene a chiunque si sia mai seduto su una panca di tribunale chiedendosi se il giudice davanti a lui fosse davvero libero, o se portasse in tasca la tessera di qualcuno.
In conclusione, Annalisa Imparato è una figura scomoda per tutti: per la sinistra giudiziaria che la vorrebbe silenziata, e per la destra che la usa come testimonial dimenticando di chiedersi perché tanti suoi colleghi — quelli che la pensano come lei ma tacciono — abbiano ancora paura di dirlo.
Il vero scandalo non è che una pm voti Sì. Il vero scandalo è che farlo sia ancora considerato un atto di coraggio.
Una magistratura davvero libera non avrebbe bisogno di eroi. Avrebbe bisogno di regole chiare. E forse è proprio questo che si vota il 22 e 23 marzo: non tra destra e sinistra, ma tra un sistema che si autoprotegge e uno che si apre al giudizio dei cittadini. Con tutti i rischi — e le speranze — che questo comporta.