C'è una domanda che nessun telegiornale ha il coraggio di fare apertamente: chi ci guadagna quando il Medio Oriente brucia? Non è una domanda da complottisti. È la domanda più concreta, più documentabile, più urgente di questo momento storico. E la risposta, numeri alla mano, è imbarazzante.

Il mondo in fiamme, le bollette in arrivo

Il Medio Oriente scivola verso un conflitto su vasta scala dopo una serie di attacchi incrociati che hanno preso di mira le infrastrutture energetiche globali.

Al centro di tutto c'è lo Stretto di Hormuz, una striscia d'acqua larga poco più di 50 chilometri attraverso cui passa il destino energetico del pianeta.

La chiusura dello Stretto da parte dell'Iran ha interrotto il 20% delle forniture mondiali di petrolio e volumi significativi di gas naturale liquefatto.

Il risultato?

Il Brent ha chiuso sopra i 100 dollari al barile per il secondo giorno consecutivo, con il benchmark petrolifero globale che è salito di oltre il 40% dall'inizio della guerra con l'Iran.

Al 16 marzo, la media nazionale americana per la benzina ordinaria era di 3,70 dollari al gallone, in aumento di 77 centesimi rispetto a un mese prima, mentre il gasolio era salito a 4,97 dollari, con un rialzo di 1,31 dollari nello stesso periodo.

Ma mentre le famiglie europee e americane guardano sgomenti le cifre alla pompa di benzina, qualcuno in questo scenario sta aprendo bottiglie di champagne.

Il modello del profitto mascherato da politica estera

Gli Stati Uniti sono il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto — e la guerra in Medio Oriente sta per portare profitti enormi ai suoi produttori di gas.

Non è un'opinione di parte. È la valutazione degli analisti di mercato più autorevoli.

Il Qatar — alleato degli USA e secondo fornitore mondiale di GNL — ha interrotto la produzione di combustibile dopo che i droni iraniani hanno preso di mira le sue infrastrutture energetiche in rappresaglia per i raid americani e israeliani. Il paese rappresenta un quinto dell'offerta globale di GNL.

Il vuoto lasciato dal Qatar ha creato un'opportunità di mercato senza precedenti.

Gli esperti indicano che le aziende americane come ExxonMobil, Chevron, Cheniere e Venture Global potrebbero beneficiarne, insieme a grandi aziende europee come Shell e TotalEnergies.

Le azioni di Cheniere Energy, il più grande esportatore di GNL degli Stati Uniti, sono salite di circa il 5,5% dopo la notizia della disruption, segnalando le aspettative degli investitori che gli esportatori americani potrebbero beneficiare di un'offerta globale più ridotta.

Fin qui, si potrebbe parlare di fortuna cinica — essere nel posto giusto al momento giusto. Ma i numeri che seguono trasformano la "fortuna" in qualcosa di molto più sistemico.

170 miliardi di dollari: il conto della guerra

L'analista energetico Seb Kennedy ha calcolato con precisione chirurgica quello che si sta muovendo dietro le quinte.

Kennedy ha stimato che "le esportazioni americane di GNL potrebbero generare fino a 4 miliardi di dollari di profitti straordinari se la forza maggiore rimane in vigore per un mese. Questa cifra potrebbe salire fino a 20 miliardi al mese se il mercato fosse privato dell'offerta qatariota fino all'estate." Nei primi quattro mesi, i profitti del GNL americano potrebbero raggiungere oltre 33 miliardi di dollari sopra la media pre-Iran. Nei otto mesi, quella cifra sale a 108 miliardi.

In uno scenario estremo, con il GNL qatariota fermo per un anno intero, i profitti straordinari che pioverebbero sulle esportazioni americane di GNL potrebbero arrivare a quasi 170 miliardi di dollari — una cifra che rappresenterebbe uno dei più concentrati guadagni sulle materie prime dell'era post-2000.

Per contestualizzare:

i profitti straordinari accumulati dagli esportatori americani di GNL durante i 12 mesi della guerra in Ucraina, dall'agosto 2021 all'agosto 2022, sono stimati in 84 miliardi di dollari.

Questa guerra potrebbe raddoppiare quel record.

L'Europa paga il conto, due volte

In Europa i prezzi del gas naturale sono aumentati meno bruscamente che in Asia, ma comunque abbastanza da esacerbare i problemi di accessibilità energetica nella regione, già precipitata in una crisi energetica dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Dopo aver abbandonato in gran parte il gas russo, l'Europa si è affidata pesantemente al GNL americano.

La storia è quasi grottesca nella sua linearità: prima il Nord Stream viene sabotato, rendendo l'Europa dipendente dal GNL americano. Poi scoppia una guerra che elimina dal mercato il principale fornitore alternativo — il Qatar. L'Europa, senza opzioni, è costretta a pagare prezzi record per il gas americano.

L'Europa sta sentendo l'impatto economico della guerra perché il continente era già stato tagliato fuori dagli idrocarburi russi. "Le industrie europee sono già sotto pressione per gli alti costi energetici, e questa guerra sta sicuramente aggiungendo un altro fattore di stress su un'economia che soffre da tempo di una crescita in declino."

Le banche centrali con le mani legate

La situazione nel Regno Unito è particolarmente complessa, dove la Bank of England deve fare i conti con un'economia sostanzialmente ferma. La crescita resta inchiodata allo zero, mentre l'inflazione rischia di risalire sotto la spinta dei prezzi energetici. In questo contesto, l'istituto guidato da Londra sembra destinato a mantenere una linea prudente, rinviando eventuali tagli dei tassi.

È la trappola perfetta per qualsiasi banca centrale:

gli investitori ritengono sempre più probabile che la Banca Centrale Europea debba intervenire con due rialzi dei tassi di interesse nel corso del 2026. Fino a pochi giorni fa i mercati scontavano una sola stretta monetaria, ma l'impennata del petrolio legata alla crisi tra Iran e le potenze occidentali ha riacceso i timori di una nuova pressione inflazionistica.

L'inflazione potrebbe raggiungere un picco di oltre il 4% su base annua nell'eurozona, il 3% negli Stati Uniti e il 2,5% in Giappone — secondo le previsioni degli economisti di Capital Economics. Tagliare i tassi in questo contesto significherebbe alimentare l'inflazione. Non tagliarli significa soffocare economie già asfittiche. Le banche centrali sono incastrate in un vicolo cieco costruito da altri.

"Lo sapeva e lo ha accettato"

La parte più inquietante di questa storia non è nei mercati finanziari. È in un dettaglio riportato dal New York Times che merita di essere letto con attenzione.

Fonti del New York Times hanno riferito che Trump era stato informato della possibilità che, con una nuova guerra, i prezzi del petrolio sarebbero aumentati: lui l'aveva accettata, considerandola secondaria rispetto a un risultato più grande nel lungo termine.

Trump sapeva. Ha scelto di procedere. E mentre i prezzi della benzina esplodevano, il suo segretario all'Energia Wright ha dichiarato che, anche se i prezzi dovessero raggiungere i 5 dollari al gallone, "almeno questo aumento dei prezzi della benzina è per qualcosa che cambierà la situazione geopolitica nel mondo per sempre."

Qualcuno sta cambiando il mondo. Ma il conto lo sta pagando qualcun altro.

Il modello che si ripete

Sin dal suo ritorno al potere, l'amministrazione Trump ha spinto per espandere ulteriormente il primato americano nelle esportazioni di GNL, nonostante gli avvertimenti degli analisti che così facendo si farebbero aumentare i costi interni. Prima che scoppiasse la guerra, l'Energy Information Administration prevedeva già che i prezzi del gas naturale sarebbero aumentati per gli americani nel 2027, in parte a causa dell'espansione delle esportazioni di GNL. Il paese è già sulla buona strada per raddoppiare la sua capacità di esportazione di GNL entro il 2029.

La struttura è sempre la stessa: tensione geopolitica, spike energetico, profitti per i produttori americani, dipendenza europea approfondita, nuovi contratti di fornitura a lungo termine firmati sotto pressione. Non è una teoria della cospirazione. È un modello di business. E funziona ogni volta.

Chi paga il conto in bolletta

Tyson Slocum, analista energetico di Public Citizen, lo ha detto senza giri di parole:

"Quello che questo significa è un enorme guadagno finanziario per gli esportatori americani di GNL."

Mentre in Europa e in Asia le famiglie vedono le bollette esplodere, i prezzi del gas naturale non sono aumentati allo stesso modo negli Stati Uniti. Molti esperti del settore petrolifero e del gas affermano che questo paese sarà largamente protetto dagli spike dei prezzi del gas naturale quest'anno perché le aziende stanno già esportando tutto il gas che possono.

Gli americani sono protetti. Gli europei no. E le major energetiche americane intascano la differenza.

La prossima volta che arriva la bolletta del gas, vale la pena chiedersi: questa cifra è il prezzo dell'energia, o è il prezzo di una guerra che qualcuno ha scelto di fare — e che qualcun altro ha scelto di monetizzare?