Trecentocinquanta miliardi di dollari di petrolio ogni anno passano per un braccio di mare largo 34 chilometri. Adesso quel corridoio è diventato un campo di battaglia — e qualcuno, da qualche parte, sta brindando. Il 13 aprile 2026, il blocco dello Stretto di Hormuz deciso da Donald Trump è entrato in vigore. Trump ha scritto su Truth Social: "Warning: If any of these ships come anywhere close to our BLOCKADE, they will be immediately ELIMINATED." Parole da presidente in tempo di guerra. Ma questa è davvero una guerra contro l'Iran — o è qualcos'altro?
Il contesto che i media non raccontano
Per capire cosa sta succedendo davvero, bisogna fare un passo indietro. Il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è stato largamente bloccato dall'Iran dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra aerea contro l'Iran e ucciso il leader supremo Ali Khamenei. Quello che però quasi nessun media racconta è che i negoziati di Islamabad — quelli che Trump ha dichiarato "falliti" come pretesto per il blocco — erano in realtà arrivati molto vicini a un accordo. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, le discussioni erano progredite fino alla soglia di un potenziale memorandum d'intesa. "Ma quando eravamo a un passo dall'accordo, abbiamo incontrato massimalismo, spostamento dei paletti e il blocco", ha detto. In altre parole: l'Iran era disposto a trattare. Il vicepresidente del parlamento iraniano Ali Nikzad ha affermato che la Repubblica islamica "era pronta a diluire 450 chilogrammi di uranio arricchito per dimostrare la propria buona volontà", aggiungendo che "doveva essere un consorzio interno con la partecipazione di Stati Uniti e Arabia Saudita, ma gli Usa si sono tirati indietro". Qualcuno non voleva la pace.
La frattura silenziosa dell'Occidente
La narrativa ufficiale vuole un Occidente compatto contro la minaccia iraniana. La realtà è molto più complessa — e molto più interessante. La Gran Bretagna non parteciperà al blocco navale dello Stretto di Hormuz annunciato da Trump. Lo ha ribadito il primo ministro Keir Starmer, che ha dichiarato alla BBC: "We are not supporting the blockade", aggiungendo che il Regno Unito "will not be drawn" nella guerra con l'Iran. Non è solo Londra. Anche Francia, Spagna e Turchia hanno criticato la mossa di Trump, e anche la Cina ha condannato il piano. La Germania ha segnalato che non parteciperà al blocco, con fonti governative che hanno definito le parole di Trump "una dichiarazione vaga non basata su nuovi fatti". Berlino ha ripetutamente escluso qualsiasi coinvolgimento militare nella guerra all'Iran. Questo è straordinario. Non accade quasi mai che la Gran Bretagna — il più fedele alleato militare degli Stati Uniti dagli anni di Churchill — si dissoci pubblicamente da un'azione di forza americana. Le relazioni tra i due leader si sono tese dopo che Starmer ha rifiutato di permettere alle forze americane di usare le basi militari britanniche per i raid iniziali sull'Iran. Londra ha poi permesso l'uso delle basi per operazioni "difensive". Eppure Starmer ha insistito: il conflitto "non è la nostra guerra". Cosa sa Londra che Washington non vuole ammettere?
La questione legale che nessuno solleva
Esiste un elefante nella stanza di cui i grandi media non parlano: questo blocco è illegale secondo il diritto internazionale. Il capo dell'agenzia marittima delle Nazioni Unite ha dichiarato che nessun Paese ha il diritto legale di bloccare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. "In conformità con il diritto internazionale, nessun Paese ha il diritto di proibire il diritto di passaggio inoffensivo o la libertà di navigazione attraverso gli stretti internazionali utilizzati per il transito internazionale", ha affermato il segretario generale dell'IMO, Arsenio Dominguez. Secondo il diritto internazionale, per essere considerato legittimo un blocco deve rispettare criteri precisi: deve essere dichiarato pubblicamente, deve essere effettivo, imparziale e non può impedire l'accesso ai porti neutrali né chiudere uno stretto internazionale come Hormuz al traffico non coinvolto nel conflitto. L'ex ammiraglio americano James Foggo è stato ancora più diretto. Intervistato da NPR, ha detto: "Tecnicamente parlando, un blocco della capacità di un Paese di esportare beni e servizi è un atto di guerra." Fermare e ispezionare una nave in mare aperto è considerato un atto ostile e, in molti casi, un atto di guerra, soprattutto se riguarda imbarcazioni di Paesi terzi. Eppure Trump lo ha fatto per decreto, via Truth Social, senza una risoluzione del Congresso né dell'ONU.
Chi guadagna davvero: i numeri che parlano
Qui arriviamo alla domanda che nessuno fa abbastanza forte: a chi giova questa escalation? Il Brent, il benchmark globale del petrolio, è salito del 7% a 102 dollari al barile — un aumento del 40% dall'inizio della guerra. Il WTI, il benchmark americano, è salito del 7,8% a 104 dollari al barile, più del 50% rispetto al livello precedente alla guerra. I beneficiari immediati del rialzo dei prezzi sono le grandi compagnie petrolifere integrate. Shell e BP hanno visto i loro titoli salire rispettivamente del 4,5% e del 5,2% nel pre-mercato, mentre gli investitori si muovevano per capitalizzare i margini più alti sulla produzione non mediorientale. ExxonMobil e Chevron hanno entrambe visto i loro titoli balzare significativamente nel pre-mercato, poiché i prezzi del greggio più alti si traducono direttamente in margini di profitto espansi e robusto flusso di cassa. Mentre l'S&P 500 ha subito intense pressioni al ribasso per i timori inflazionistici, il settore energetico è emerso come una potenza, disaccoppiandosi dal mercato generale per raggiungere massimi pluriennali. Il Brent, che si aggirava intorno ai 70 dollari a fine 2025, ha recentemente testato la soglia dei 120 dollari. Ma la storia diventa ancora più oscura quando si guarda alle scommesse finanziarie.
Il sospetto di insider trading: una storia che scotta
Una inchiesta del Financial Times ha rilevato che scommesse per 580 milioni di dollari sul calo dei prezzi del petrolio erano state piazzate sui mercati appena 15 minuti prima che Trump pubblicasse la dichiarazione di sospensione degli attacchi all'Iran del 23 marzo 2026, che aveva causato un temporaneo calo dei prezzi. Questo ha alimentato speculazioni su possibile insider trading e richieste di ulteriori indagini. Non è un caso isolato. Gli investitori hanno piazzato una scommessa di circa 950 milioni di dollari sul calo dei prezzi del petrolio poche ore prima che Trump annunciasse il cessate il fuoco di due settimane con l'Iran. Circa 8.600 lotti combinati di futures Brent e WTI sono stati venduti alle 19:45 GMT di martedì, prima dell'annuncio del cessate il fuoco alle 22:30 circa. I futures sul greggio sono poi crollati di circa il 15%. Il rappresentante democratico Ritchie Torres ha chiesto un'indagine federale su questa attività di trading sospetta nei mercati dei futures petroliferi e azionari poco prima dell'annuncio di Trump di una pausa di cinque giorni negli attacchi alle infrastrutture energetiche dell'Iran a marzo. Torres ha affermato che "questo evento potrebbe costituire uno dei più grandi casi di insider trading nella storia" e ha chiesto alla SEC di aprire un'indagine formale. La Casa Bianca ha inviato un'email a tutto il personale avvertendo di non effettuare operazioni usando informazioni riservate. La notizia è arrivata mentre i legislatori democratici sollevavano preoccupazioni su possibile insider trading, citando una serie di operazioni redditizie effettuate poco prima che Trump annunciasse decisioni relative alla guerra USA-Iran. L'email è stata inviata il 24 marzo, un giorno dopo che Trump aveva sospeso i raid militari sulle infrastrutture civili iraniane. Qualcuno, nell'entourage del potere americano, sapeva in anticipo cosa stava per succedere — e ne ha tratto profitto.
La risposta iraniana: strategia, non minaccia
Quando il presidente del parlamento iraniano Ghalibaf ha scritto su X di godersi i prezzi attuali alla pompa perché presto gli americani sarebbero stati "nostalgici dei 4-5 dollari al gallone", i media occidentali lo hanno presentato come una minaccia bellica. È invece una strategia comunicativa sofisticata rivolta direttamente al consenso interno americano. Per l'americano medio, la crisi si è già manifestata come una "tassa alla pompa", con prezzi nazionali della benzina che mediamente raggiungono i 4,50 dollari al gallone. Ghalibaf non stava minacciando un attacco militare: stava ricordando agli elettori di Trump quanto stia costando loro questa guerra. È la stessa logica con cui l'Iran ha resistito per decenni alle sanzioni: non con le bombe, ma con la pazienza e la capacità di fare male economicamente a chi fa la guerra. L'Europa paga il conto Nel frattempo, l'Europa — che non ha votato questa guerra — ne subisce le conseguenze più dure. Tra le vittime collaterali del blocco navale americano a Hormuz non ci sono solo India e Cina, ma anche l'Europa. "Se il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, una carenza sistemica di carburante per aerei è destinata a diventare realtà per l'Unione Europea", ha avvertito Olivier Jankovec, direttore generale di ACI Europe. In Italia, secondo un'analisi del Centro studi di Unimpresa, l'aumento dei carburanti potrebbe determinare nel 2026 un aggravio complessivo fino a 2 miliardi di euro per agricoltura e pesca. Il prezzo del gasolio agricolo è salito da 0,85 euro a 1,45 euro al litro (+71%), mentre quello del gasolio per la pesca è aumentato da 0,75 a 1,12 euro al litro (+49%). Contadini e pescatori italiani pagano il prezzo di una guerra che non hanno scelto, decisa da un presidente americano via social media, per interessi che non sono i loro.
La guerra come prodotto finanziario
C'è una domanda che dobbiamo porci con coraggio: e se la guerra di Hormuz non fosse principalmente una questione di sicurezza nucleare? E se fosse, almeno in parte, il più grande trasferimento di ricchezza dagli automobilisti e dai pescatori ai fondi energetici della storia recente? Il timing degli attacchi, l'apertura dei colloqui di cessate il fuoco, persino la sopravvivenza dei leader politici sono stati trasformati in eventi negoziabili, con miliardi di capitalizzazione di mercato che dipendono dall'esito. La logica del capitale finanziario, in cui la tragedia umana viene convertita in una "asset class", si è fusa con la macchina da guerra del Pentagono. Londra lo sa. Berlino lo sa. Parigi lo sa. Ecco perché si dissociano — non per pacifismo, ma perché capiscono che questa escalation serve a qualcuno che non è l'Europa, non è l'Iran, non sono i cittadini americani alla pompa di benzina. La vera storia di Hormuz non è la storia di uno stretto. È la storia di chi controlla le valvole del mondo — e di chi, ogni volta che le chiude, conta i soldi.
Fonti - ANSA, *Scatta il blocco di Hormuz. Trump: "Le navi che lo violano saranno eliminate"*, 13 aprile 2026 - Il Post, *Perché ora Trump vuole bloccare lo stretto di Hormuz*, 13 aprile 2026 - Il Fatto Quotidiano.