C'è uno stretto largo appena 33 chilometri nel punto più stretto. Ma attraverso quella gola d'acqua passa un quinto del petrolio mondiale e una fetta enorme del gas liquefatto globale. Oggi, quello stretto è il campo di battaglia più importante del pianeta. E quasi nessuno sta facendo le domande giuste.

Il presente: un blocco navale che nessuno voleva chiamare con il suo nome

Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato attacchi aerei coordinati contro l'Iran, colpendo installazioni militari, siti nucleari e vertici della leadership. Le tensioni erano in crescita da tempo, a partire dai negoziati nucleari falliti a Ginevra e da un precedente conflitto aereo nel 2025. La risposta iraniana non si è fatta attendere. In risposta ai bombardamenti, l'Iran ha avviato l'operazione "Vera Promessa 4", lanciando missili e droni contro Israele, installazioni americane e obiettivi industriali nei Paesi arabi del Golfo, chiudendo lo Stretto di Hormuz e provocando un forte aumento del prezzo del petrolio. Poi, dopo settimane di escalation, un tentativo di negoziato ad Islamabad. Fallito. Lo stop ai negoziati ha fatto riesplodere la tensione: Donald Trump ha annunciato un blocco navale dello Stretto di Hormuz, affermando che gli USA fermeranno qualsiasi nave paghi un pedaggio a Teheran. Su Truth ha fissato la scadenza: le navi in entrata o in uscita dai porti iraniani sarebbero state bloccate a partire dalle 16 ora italiana. Il blocco è in vigore con più di 15 navi americane a condurre l'operazione, tra cui cacciatorpediniere lanciamissili e unità in grado di lanciare elicotteri a supporto delle operazioni di abbordaggio. Una guerra navale che non si chiama guerra. Un blocco che suona come un atto di polizia internazionale. Ma le parole, in geopolitica, contano meno degli interessi.

Il precedente che nessuno cita: il buildup era già pronto

Prima di parlare di chi guadagna, fermiamoci su un dettaglio che i media mainstream sorvolano quasi sempre: la presenza militare americana nella regione non è arrivata dopo le minacce iraniane. Era già lì, e in misura massiccia. A partire dalla fine di gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno avviato il più grande dispiegamento militare in Medio Oriente dalla guerra in Iraq del 2003, schierando assets aerei, navali e di difesa missilistica. Il 28 febbraio, tutto questo ha culminato in una serie di attacchi militari congiunti con Israele contro l'Iran. A metà gennaio, la USS Abraham Lincoln era già stata ordinata nell'area operativa del CENTCOM, arrivando il 26 gennaio con il suo strike group, comprendente cacciatorpediniere, incrociatori, navi di supporto e aerei da combattimento. La domanda che nessun grande media pone con la dovuta insistenza è questa: se l'obiettivo fosse davvero la pace, perché il dispiegamento navale era già in corso settimane prima degli attacchi? La risposta, almeno in parte, la fornisce la storia energetica degli ultimi mesi.

Chi guadagna: il petrolio come arma commerciale

Mentre il mondo fissa il tracker navale di Reuters, qualcuno sta contando i profitti. Il capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia ha definito la situazione "la più grande sfida alla sicurezza energetica globale della storia". I prezzi del greggio Brent sono schizzati del 10-13%, raggiungendo circa 80-82 dollari al barile già il 2 marzo 2026. I vantaggi a breve termine sono evidenti per tutti i produttori energetici dell'emisfero occidentale: con i prezzi globali del petrolio in forte rialzo, possono godere di quote di mercato senza precedenti, massimizzare la produzione e quindi i profitti. Gli esportatori di GNL, soprattutto negli Stati Uniti, stanno spedendo carichi il più velocemente possibile. Il quadro si fa ancora più chiaro guardando al gas liquefatto. Il Qatar, secondo esportatore mondiale di GNL dopo gli USA, ha dichiarato forza maggiore il 2 marzo, riducendo efficacemente l'offerta globale di GNL di circa il 20%. La situazione è poi peggiorata tra il 18 e il 19 marzo, quando Israele ha colpito l'impianto di lavorazione del gas iraniano di Asaluyeh e l'Iran ha risposto con attacchi contro il complesso qatariota di Ras Laffan. Il risultato? A marzo 2026, gli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record nel mercato globale del GNL con esportazioni totali di circa 11,7 milioni di tonnellate. Circa il 64% di queste esportazioni, pari a circa 7,49 milioni di tonnellate, è stato diretto verso l'Europa. Il GNL americano ha ridotto la dipendenza dal gas russo, ma ha creato una significativa dipendenza dal GNL statunitense. Si tratta di un trasferimento di dipendenza energetica, non di una liberazione. L'Europa è passata dal ricatto russo al ricatto americano, con la differenza che questo secondo viene presentato come alleanza. I prezzi del gas naturale negli Stati Uniti sono rimasti relativamente stabili, con un rialzo del 7%, mentre in Asia e in Europa sono saliti rispettivamente del 54% e del 63%. Tradotto: chi produce l'energia incassa. Chi la compra, paga. E gli USA producono.

La Cina: il grande bersaglio silenzioso

C'è un attore di cui si parla pochissimo in questa crisi, eppure è il più esposto sul piano energetico. Nel 2024, secondo il New York Times, la Cina ha fatto transitare da Hormuz acquisti in gas e petrolio per 110 miliardi di dollari. Nei primi due mesi del 2026, la Cina importava circa 12 milioni di barili di greggio al giorno, più di qualsiasi altro Paese, con una forte esposizione ai flussi del Golfo e al petrolio iraniano. Eppure la Cina non è del tutto indifesa. Secondo i dati ufficiali di Pechino, la Cina è autosufficiente per oltre l'80% del proprio fabbisogno energetico. A fare la differenza è soprattutto il carbone, che rappresenta oltre la metà dei consumi totali, affiancato da nucleare e rinnovabili che insieme superano il 30%. A differenza dell'Europa, che può permettersi al massimo qualche settimana di chiusura prima di entrare nell'orizzonte dell'inflazione e della recessione economica, la Cina può avere molta più pazienza. Questo perché Pechino ha costruito una struttura energetica molto più diversificata e autosufficiente, con il petrolio che pesa intorno al 18% del fabbisogno energetico primario contro il 55% del carbone. Ma c'è un secondo fronte, ancora più sottile. Ridurre le tensioni nello Stretto di Hormuz a una semplice crisi militare o energetica sarebbe un grave errore analitico. Dietro c'è un obiettivo più profondo: la potenziale ristrutturazione dell'ordine economico globale e, più specificamente, l'indebolimento del sistema finanziario centrato sul dollaro. Russia e Cina, sfruttando la posizione strategica dell'Iran, sembrano perseguire una strategia geopolitica di lungo periodo che va ben oltre il controllo delle rotte energetiche. Trump lo sa. Ha minacciato la Cina con dazi al 50% se invierà armi al regime iraniano. Hormuz non è solo una questione di petrolio: è una partita per ridisegnare l'ordine mondiale.

L'Europa: spettatrice che paga il conto

Nel mezzo di tutto questo, c'è l'Europa. Che guarda, che dipende, e che paga. La guerra ha precipitato una seconda grande crisi energetica per l'Europa, principalmente attraverso la sospensione del GNL qatariota e la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il conflitto ha coinciso con livelli storicamente bassi delle riserve europee di gas, stimati al 30% della capacità a seguito di un rigido inverno 2025-2026. La BCE ha posticipato le previste riduzioni dei tassi di interesse, alzando le previsioni di inflazione e tagliando quelle di crescita del PIL. Sul piano internazionale emergono però divisioni tra gli alleati occidentali. Il Regno Unito non parteciperà al blocco militare statunitense, pur continuando a sostenere la libertà di navigazione nello stretto. Francia e Gran Bretagna co-organizzeranno una conferenza per una "missione multinazionale pacifica finalizzata al ripristino della libertà di navigazione" nello Stretto di Hormuz. Un'Europa che non riesce nemmeno a parlare con una voce sola. Il tracker navale e la verità nascosta nei dati Reuters trasmette in diretta il tracker navale di Hormuz. Ma cosa mostra davvero quel feed? La USS Michael Murphy ha acceso il suo sistema di identificazione automatica AIS mentre attraversava lo stretto insieme a un altro cacciatorpediniere, rompendo il tipico protocollo delle navi militari che navigano con l'AIS spento. "Non si accende l'AIS per caso su una nave militare", ha spiegato il professor Salvatore Mercogliano, specialista di storia militare e marittima. "È intenzionale. Volevano accenderlo per dimostrare di aver attraversato lo stretto." Quindi persino i dati di tracciamento sono strumenti di comunicazione strategica. Quello che appare sullo schermo non è la realtà: è la realtà che qualcuno ha scelto di mostrare. Già il 2 marzo, nessuna petroliera nello stretto trasmetteva segnali AIS, indicando traffico scarso o nullo, tuttavia con dati inaffidabili e basi di navigazione satellitare non verificabili. I dati AIS possono essere manipolati, silenziati o accesi strategicamente. Il tracker di Reuters non è una finestra sulla realtà: è una finestra su ciò che gli attori in campo vogliono che tu veda.

Dallo Stretto di Hormuz non passano solo gas e petrolio. Transitava anche il 33% dei fertilizzanti prodotti a livello globale. Il prezzo dell'urea è schizzato da 466 a 700 dollari alla tonnellata. Secondo le Nazioni Unite, se lo stretto non riaprisse entro giugno, 45 milioni di persone in più soffriranno di insicurezza alimentare. Quarantacinque milioni di persone. Non nel 2050. Adesso. Mentre i media ci mostrano il tracker navale in diretta, mentre Trump posta su Truth e i Pasdaran minacciano "il vortice mortale di Hormuz", la vera storia si scrive nei contratti energetici, nelle quote di mercato del GNL, nei prezzi alla pompa di benzina in Germania e in Giappone. Il Segretario all'Energia americano Chris Wright ha definito i costi energetici crescenti "il prezzo dell'obiettivo dell'amministrazione di un cambio di regime in Iran". Almeno questa è onestà brutale. La domanda che dovremmo porci non è "chi vincerà questa guerra?" La domanda è: chi l'ha già vinta, prima ancora che iniziasse?

Fonti utilizzate - Wikipedia — *Guerra d'Iran* e *2026 Strait of Hormuz crisis* (aggiornamento aprile 2026) - Wikipedia — *2026 United States military buildup in the Middle East* - Wikipedia — *Economic impact of the 2026 Iran war* - ANSA, Sky TG24, Quotidiano Nazionale — aggiornamenti in diretta sul blocco navale (13-14 aprile 2026) - Vatican News — *Iran, entra in vigore il blocco dello Stretto di Hormuz* (13 aprile 2026) - Fortune — *Here's how a U.S. naval blockade of the Strait of Hormuz could work* (12 aprile 2026) - NPR — *Trump vows to sink Iranian ships approaching a U.S. blockade* (13 aprile 2026) - CBS News / ABC News — live updates sul blocco navale USA (13-14 aprile 2026) - The National Interest — *Why the Iran War Is Pushing Europe Closer to US LNG* - Atlantic Council — *How the Iran war could trigger a European energy crisis* - Bruegel — *How will the Iran conflict hit European energy markets?* (2 marzo 2026) - CSIS — *What Does the Iran War Mean for Global Energy Markets?* (9 marzo 2026)