C'è una domanda che nessun telegiornale fa. Non la fanno i grandi quotidiani, non la fanno i talk show che riempiono le serate con generali in pensione e opinionisti trafelati. La domanda è questa: chi ha guadagnato dalla guerra prima che la guerra cominciasse? Il blocco navale degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz segna un salto di qualità nella crisi con l'Iran, aprendo una nuova e pericolosa fase del conflitto con Teheran. La misura è stata decisa dopo il fallimento dei negoziati diretti che si sono tenuti a Islamabad nel fine settimana. Trump ha annunciato tutto su Truth Social, con il tono di chi ordina una pizza. Ma dietro la retorica urlata, c'è una macchina finanziaria che gira da settimane — e che qualcuno ha già monetizzato.

L'atto di guerra che non si chiama atto di guerra

Partiamo dai fatti. Fermare e ispezionare una nave in mare aperto è considerato un atto ostile e, in molti casi, un atto di guerra, soprattutto se riguarda imbarcazioni di Paesi terzi. Lo dice il diritto internazionale. Lo confermano gli esperti. Il retired U.S. Admiral James Foggo, parlando a NPR, ha dichiarato di considerare il blocco USA un atto di guerra: "Tecnicamente parlando, un blocco della capacità di un Paese di esportare beni e servizi è un atto di guerra". Eppure, nei notiziari italiani e internazionali, questa parola non compare quasi mai. Si parla di "pressione", di "misura di deterrenza", di "risposta proporzionata". Il blocco è legalmente contestato: secondo diversi esperti, né gli USA né l'Iran hanno l'autorità di chiudere o impedire il transito attraverso Hormuz. "Ai sensi del diritto internazionale, gli USA non hanno alcuna autorità legale per chiudere, sospendere o impedire il passaggio di transito attraverso Hormuz", ha dichiarato un esperto. Solo Iran e Oman sono Stati costieri, e anche loro hanno il divieto di sospendere il transito. Nessuna risoluzione ONU. Nessun mandato internazionale. Solo un post su Truth Social e una flotta da guerra.

I numeri che non tornano

Da questo snodo strategico transitano circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto a livello mondiale, e la sua parziale chiusura ha già prodotto un'impennata dei prezzi e una crescente instabilità sui mercati. Il Brent, il benchmark globale del petrolio, è salito del 7% a 102 dollari al barile — un guadagno del 40% dall'inizio della guerra. Il WTI, il benchmark americano, ha guadagnato il 7,8% a 104 dollari al barile, oltre il 50% in più rispetto a prima che la guerra chiudesse di fatto lo Stretto di Hormuz. Ma il vero dato che fa venire i brividi è un altro. Circa 580 milioni di dollari in futures sul petrolio sono stati scambiati in un singolo minuto, circa 15 minuti prima che Trump pubblicasse su Truth Social che gli USA avevano avuto "conversazioni produttive" con l'Iran. Non è un errore di battitura. Cinquecentottanta milioni di dollari. In un minuto. Prima dell'annuncio. Una investigazione del Financial Times ha rilevato che 580 milioni di dollari in scommesse sul calo dei prezzi del petrolio erano stati piazzati appena 15 minuti prima che Trump pubblicasse la sua dichiarazione sul rinvio degli attacchi all'Iran, il 23 marzo 2026. Il fatto ha alimentato speculazioni su possibile insider trading e richieste di indagine. Il premio Nobel per l'economia Paul Krugman ha chiamato le cose con il loro nome. Ha argomentato che l'insider trading su decisioni di sicurezza nazionale è illegale anche per ragioni strategiche: fare trading su informazioni classificate trasmette di fatto i piani del governo agli avversari stranieri. Ha poi sollevato una domanda inquietante: se la possibilità di profitti da insider trading stia influenzando le stesse decisioni politiche. "Le decisioni su guerra e pace servono in parte la causa della manipolazione del mercato piuttosto che l'interesse nazionale?" Non è un blogger anonimo. È Paul Krugman.

Chi ha aperto le posizioni prima della guerra

Lunedì 23 marzo, 580 milioni di dollari in futures petroliferi sono stati piazzati in una brusca impennata — senza notizie pubbliche a giustificarlo — circa 16 minuti prima che Trump annunciasse una pausa negli attacchi alle centrali elettriche iraniane. Il venerdì prima che la guerra cominciasse, un'insolita ondata di oltre 150 account su Polymarket aveva piazzato centinaia di scommesse prevedendo un attacco USA. Il 7 aprile, almeno 50 account Polymarket di nuova creazione avevano piazzato scommesse sostanziose su un accordo di cessate il fuoco tra USA e Iran, poco prima che Trump annunciasse l'accordo su Truth Social intorno alle 18:30. Il deputato Ritchie Torres ha definito questo "uno dei più grandi casi di insider trading della storia" e ha chiesto alla SEC di aprire un'indagine formale. La Casa Bianca ha inviato un'email a tutto lo staff avvertendo di non piazzare operazioni usando informazioni riservate. La notizia è stata riportata per la prima volta dal Wall Street Journal, mentre i deputati democratici sollevavano preoccupazioni su possibili insider trading, puntando a una serie di operazioni redditizie piazzate poco prima che Trump annunciasse decisioni legate alla guerra USA-Iran. Avvertire lo staff di non fare insider trading è già di per sé una confessione implicita: il rischio era reale.

Chi paga il conto (e chi no)

La narrativa ufficiale racconta di un blocco che colpisce l'Iran. La realtà dei dati racconta qualcosa di più complesso. Tra le vittime collaterali di un blocco navale americano a Hormuz non ci sarebbero solo India e Cina, ma anche l'Europa, che già è costretta a fare i conti con i timori relativi all'approvvigionamento di carburante. "Se il passaggio attraverso lo stretto di Hormuz non riprenderà in modo significativo e stabile entro le prossime tre settimane, una carenza sistemica di carburante per aerei è destinata a diventare realtà per l'Unione Europea", ha avvertito Olivier Jankovec, direttore generale di ACI Europe. Metà del carburante avio consumato tra Unione europea e Regno Unito viene raffinato nel Golfo. Se Hormuz resta chiuso, il rischio non è soltanto pagare di più, ma scoprire che l'Europa, dopo aver chiuso 35 raffinerie, non è più autosufficiente neppure su una filiera strategica. La guerra ha precipitato una seconda grande crisi energetica per l'Europa, principalmente attraverso la sospensione del GNL qatarino e la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il conflitto è coinciso con livelli storicamente bassi di stoccaggio del gas europeo — stimati al 30% della capacità — causando un quasi raddoppio dei benchmark del gas naturale olandese TTF a oltre 60 euro/MWh entro metà marzo. Di conseguenza, la BCE ha posticipato le previste riduzioni dei tassi di interesse, alzando le previsioni di inflazione e tagliando le proiezioni di crescita del PIL. E mentre l'Europa trema, gli USA stanno vendendo il 30% in più di petrolio rispetto al solito. Non è un dettaglio. È il cuore della questione. Fatih Birol, capo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, ha definito questa la peggiore crisi energetica che il mondo abbia mai visto — più grave delle crisi petrolifere degli anni '70 e della guerra in Ucraina messe insieme. Daniel Yergin, vicepresidente di S&P Global, ha confermato: "Non c'è mai stato niente di questa portata. Nemmeno le crisi petrolifere degli anni '70, la guerra Iran-Iraq degli anni '80, l'invasione del Kuwait nel 1990 — nessuna si avvicina alla portata di questa disruption".

Il silenzio degli alleati e la solitudine dell'Europa

Un dettaglio che i media italiani hanno quasi ignorato: il premier britannico Starmer ha dichiarato che il Regno Unito non sostiene il blocco navale USA allo Stretto di Hormuz. La Francia ha annunciato che organizzerà con la Gran Bretagna una conferenza con i Paesi pronti a contribuire a una missione multinazionale pacifica destinata a riportare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Traduzione: i principali alleati europei degli USA si sono sfilati. Silenziosamente, ma chiaramente. Non è un gesto simbolico. È una presa di distanza da un'azione che considerano illegale e pericolosa — e che li colpisce direttamente in tasca. L'amministrazione Trump ha sistematicamente smantellato gran parte della macchina progettata per fermare l'insider trading e le frodi dei colletti bianchi. La sezione di Integrità Pubblica del Dipartimento di Giustizia — creata dopo il Watergate per perseguire i funzionari corrotti — è stata ridotta da 36 avvocati a due l'anno scorso, secondo NOTUS, e privata dell'autorità di presentare nuovi casi. Chi dovrebbe indagare, è stato disarmato. Chi dovrebbe vigilare, è stato ridotto all'impotenza.

La domanda che resta

C'è una lezione che la storia ci insegna sempre, ma che dimentichiamo sistematicamente: le grandi crisi geopolitiche producono sempre vincitori nascosti. La Prima Guerra Mondiale arricchì i produttori di acciaio e i banchieri. La Guerra del Golfo del 1991 fu un affare d'oro per le major petrolifere americane. La guerra in Iraq del 2003 fece esplodere i profitti di Halliburton e dei contractor militari. Questa volta, i prezzi globali del petrolio sono cresciuti del 50% da quando Stati Uniti e Israele hanno cominciato la guerra il 27 febbraio. Chi aveva posizioni lunghe sui futures energetici ha già incassato. Chi aveva accesso alle decisioni della Casa Bianca prima degli annunci pubblici ha incassato ancora di più. La domanda che potrebbe essere più difficile da risolvere è in che misura la possibilità di insider trading abbia effettivamente influenzato le politiche stesse. Le decisioni su guerra e pace servono in parte la causa della manipolazione del mercato piuttosto che l'interesse nazionale? Se lo considerate impensabile, non avete prestato abbastanza attenzione. Noi di Che Dire non siamo complottisti. Siamo persone che guardano i dati. E i dati dicono che 580 milioni di dollari si sono mossi in un minuto, 15 minuti prima di un annuncio presidenziale che ha fatto crollare il prezzo del petrolio. I dati dicono che gli aeroporti europei rischiano di rimanere senza carburante. I dati dicono che l'Europa paga il conto di una guerra che non ha voluto, mentre gli USA vendono il 30% di petrolio in più del solito. La vera domanda non è se l'Iran avrà la bomba. La vera domanda è: chi ha comprato la guerra prima che scoppiasse? E chi, in questo momento, sta incassando?

Fonti utilizzate - AdnKronos / Il Fatto Quotidiano — analisi giuridica del blocco navale e diritto internazionale - ANSA / Il Messaggero / Il Giornale — aggiornamenti in tempo reale sul blocco di Hormuz - CNBC, CNN, NPR, CBS News, Time — copertura internazionale dell'escalation USA-Iran - Wikipedia — *Economic impact of the 2026 Iran war* e *2026 Strait of Hormuz crisis* - Fortune / Paul Krugman (Substack) — analisi sull'insider trading nei futures petroliferi - Axios — *Mysterious trading patterns follow Trump into war* - Time Magazine — *White House Reportedly Warns Staff Against Insider Trading* - CNBC — Richiesta di indagine del deputato Ritchie Torres a SEC e CFTC - Common Dreams / WSWS — documentazione delle scommesse anomale su Polymarket e Kalshi - MilanoFinanza / Fortune Italia — analisi Societe Generale sui prezzi del petrolio - ACI Europe / Euronews / Renewable Matter / Linkiesta — crisi del carburante aereo in Europa - Kulturaeuropa.eu — analisi della volatilità del petrolio nelle ultime settimane - Quotidiano.net / Sky TG24 — effetti sulla crisi energetica italiana ed europea