C'è un uomo a Aggah, in Nigeria, che non può permettersi più di una bottiglia e mezza d'acqua al giorno. Si chiama Silas Ohaegbulam, ha 56 anni, e lavora come falegname. Non si può permettere di berne di più perché questo consumo gli costa già troppo: con uno stipendio medio da lavoratore a contratto di circa 200 euro al mese, solo per bere se ne va circa un quinto. Non è una storia di siccità. È una storia di petrolio. Il suo petrolio. Il nostro petrolio. Mentre in questi giorni l'Occidente è con gli occhi fissi sullo Stretto di Hormuz — dopo che l'operazione Epic Fury, il secondo round di attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l'Iran, ha determinato il blocco dello Stretto da cui transitavano quotidianamente 20 milioni di barili di petrolio, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale — nessuno racconta il collegamento diretto con il Delta del Niger. Eppure esiste, è documentato, e ha un nome e un cognome: dipendenza energetica strutturale.

Il Delta come riserva di emergenza dell'Occidente

Se il traffico nello Stretto venisse limitato, i paesi importatori dovrebbero cercare alternative: più petrolio dagli Stati Uniti, dal Brasile o dall'Africa occidentale. Non è fantascienza: è già successo. Per compensare la perdita di petrolio russo dopo la guerra in Ucraina, i raffinatori europei si sono rivolti alle importazioni di greggio dell'Africa occidentale, aumentate del 17% rispetto alla media 2018-2021, con 660mila barili al giorno provenienti principalmente da Nigeria, Angola e Camerun spediti nell'Europa nord-occidentale. Oggi, con Hormuz di fatto bloccato, ci si chiede se i paesi dell'Africa subsahariana produttori di petrolio — Nigeria e Angola in primis — possano nel breve termine aumentare la loro produzione e contribuire ad alleviare lo shock dei prezzi. È uno dei temi nel nuovo scenario economico globale imposto dal blocco dello stretto di Hormuz. La domanda che nessuno fa è questa: a quale prezzo? Non in dollari. In vite umane.

Il disastro che non fa notizia

In tutto il Delta del Niger, tra il 2011 e il 2024 si sono verificate 14.108 fuoriuscite di petrolio, che hanno sversato nell'ambiente complessivamente oltre 600mila barili di greggio, secondo i dati della National Oil Spill Detection and Response Agency (Nosdra). Quattordicimila sversamenti in tredici anni. Uno ogni giorno. Quasi. Secondo Friends of the Earth Europe, fino ad oggi 11 milioni di barili di petrolio sono stati sversati nel Delta del Niger, che corrispondono al doppio della quantità sversata durante il disastro Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Deepwater Horizon fu una catastrofe globale: copertine di giornali, audizioni al Congresso, film di Hollywood. Il Delta del Niger è dieci volte peggio, dura da sessant'anni, e non è una notizia. Le conseguenze sanitarie sono devastanti. Se in Nigeria l'aspettativa di vita è di circa 52 anni, nella regione del Delta questa si abbassa di oltre 10 anni a causa dell'inquinamento e della tossicità di acqua e cibo che causano la diffusione di malattie respiratorie, cardiache e vascolari nonché un'altissima mortalità infantile. E ancora: l'inquinamento dell'area ha provocato l'insorgere di nuove malattie tra la comunità, anche se i dati sono parziali data l'impossibilità a monitorare le condizioni sanitarie della popolazione. Impossibilità di monitorare. Traduzione: nessuno vuole davvero sapere quanto è grave.

ENI, la bonifica che non c'è, e il processo fantasma

Nella comunità di Aggah, ENI ha cominciato le esplorazioni petrolifere negli anni Sessanta attraverso la sua controllata NAOC. Ad agosto 2024, ENI ha venduto le sue quote, e il controllo degli oleodotti a terra è passato alla società nigeriana Oando. Una vendita che, secondo il Gruppo di lavoro dell'ONU su Business e diritti umani, è avvenuta «senza un'efficace bonifica dell'inquinamento di cui sono responsabili, con conseguenti ripercussioni su una serie di diritti umani» , come si legge nella lettera inviata alle società e ai governi il 2 luglio 2025. ENI ha risposto. «Desideriamo sottolineare che le accuse contenute nella vostra lettera non rispecchiano la realtà di come Eni ha condotto e continua a condurre le proprie attività nel Paese», ha risposto ENI il 4 agosto 2025. La risposta classica. Nessun dato, nessuna bonifica documentata, nessuna trasparenza. Ma c'è di più. C'è un processo. Il 9 gennaio 2018, un processo civile si è aperto al Tribunale di Milano tra la multinazionale ENI e la sua controllata NAOC da una parte, e la comunità nigeriana Ikebiri dall'altra. Al centro della causa: i danni ambientali causati sul territorio della comunità dall'attività estrattiva della sussidiaria locale.

Il 5 aprile 2010, il gasdotto NAOC era esploso a 250 metri da un fiume nel territorio della comunità Ikebiri. L'inquinamento aveva minacciato i mezzi di sussistenza della popolazione locale, che dipende dall'agricoltura e dalla pesca. ENI aveva offerto un risarcimento iniziale. L'offerta iniziale di compensazione era di circa 22.000 euro. Per una comunità di cinquemila persone privata della propria terra e del proprio fiume. La comunità ha rifiutato e ha chiesto 2 milioni di euro e la bonifica del territorio. Il caso Ikebiri contro ENI rappresenta un precedente di primissima importanza per stabilire le responsabilità delle aziende italiane all'estero. Il processo di Milano è il primo caso portato in Italia da un ricorrente straniero contro una multinazionale italiana per condotte commesse all'estero. Eppure, di questo processo, in Italia quasi non si parla.

Il modello che non cambia mai

Il copione è identico ovunque nel Delta. Le analisi condotte da Friends of the Earth attestano livelli di inquinanti "ben al di sopra del limite stabilito dalle leggi nigeriane". Ma ENI sostiene di aver già bonificato. La comunità sostiene invece che NAOC aveva bonificato in modo insufficiente bruciando il petrolio sversato nell'area, una pratica ritenuta inappropriata di per sé, senza adottare ulteriori misure di pulizia. Bruciare il petrolio invece di bonificarlo. Il fenomeno si chiama gas flaring ed è una delle minacce alla salute delle comunità. La pratica in Europa è illegale. In Nigeria è tollerata. Qui sta il cuore del problema. Non è una questione di negligenza occasionale. È un sistema. In base ai 2.500 elementi di prova raccolti, tra cui 500 interviste e l'analisi di 1.600 campioni di sangue prelevati alla popolazione locale, la Commissione ambientale del Bayelsa ha tratto la conclusione che i danni causati dall'attività dei giganti del petrolio — oltre a ENI sono in prima fila Shell e Total — ammontano a 12 miliardi di dollari. Dodici miliardi di dollari di danni. E nel frattempo? Il bilancio 2024 di ENI si è chiuso con un utile di 6,419 miliardi di euro e il dividendo annuale 2025 è stato fissato a 1,05 euro per azione. Il principale beneficiario di questa decisione è il ministero del Tesoro, primo azionista della compagnia petrolifera con circa il 32%. Con il dividendo, nelle casse pubbliche italiane entra circa un miliardo di euro. L'Italia, dunque, incassa. Le comunità del Delta pagano.

Il doppio standard che ci riguarda tutti

Più dell'85 per cento delle condutture di petrolio in Nigeria sono per l'esportazione. Chi sta avendo più vantaggi è l'Unione europea. Queste risorse non vengono impiegate nelle comunità locali, ma sono pronte per andare in un'altra parte del mondo. Un comportamento di stampo coloniale. Parole di Nnimmo Bassey, attivista nigeriano. Non è un'accusa ideologica. È una descrizione tecnica del funzionamento del sistema energetico globale. L'Italia importa petrolio principalmente da Libia, Azerbaigian e Kazakistan, oltre che da Nigeria, Stati Uniti, Norvegia e Brasile attraverso le rotte atlantiche. La Nigeria è nella lista delle forniture ordinarie italiane. Non è un caso d'emergenza. È la normalità. E quando Hormuz si chiude, quella normalità diventa ancora più preziosa. I prodotti raffinati provenienti dal Golfo diventano più rari e costosi, spingendo le raffinerie europee a cercare volumi alternativi da Stati Uniti, Africa occidentale o Mare del Nord. L'Africa occidentale. La Nigeria. Il Delta del Niger. Silas Ohaegbulam e la sua bottiglia d'acqua. Il precedente che spaventa le major Nel caso si dovesse arrivare a sentenza nel processo Ikebiri contro ENI, sarebbe la prima volta che in Italia una compagnia viene chiamata a rispondere per i danni ambientali provocati da una propria sussidiaria in un altro paese. Questo è il vero motivo per cui il processo avanza lentamente. Non è burocrazia. È interesse. A fine 2024, Shell ha venduto per 2,4 miliardi di euro tutte le sue attività sulla terraferma in Nigeria. La multinazionale e altri operatori — ExxonMobil, Eni, Equinor e TotalEnergies — stanno lasciando le operazioni sulla terraferma in Nigeria concentrandosi sui pozzi offshore. Una ritirata strategica, non una redenzione. Si spostano in mare aperto, lontano dagli occhi e dai tribunali, lasciando le comunità con la terra avvelenata e senza interlocutori.

Il conto che non vogliamo pagare

C'è una domanda che l'Italia dovrebbe porsi ogni volta che un politico parla di "transizione energetica responsabile" o di "sicurezza energetica": responsabile per chi? Sicura per chi? Come ha detto Godwin Ojo, direttore di Friends of the Earth Nigeria: «Il popolo della Nigeria sta soffrendo da decadi a causa della negligenza delle major del petrolio, che ha distrutto vite e mezzi di sostentamento, garantendo allo stesso tempo ampi profitti a queste stesse compagnie». ENI è un'azienda di Stato italiana. I suoi profitti finanziano il bilancio pubblico. Le sue operazioni in Nigeria avvengono in condizioni che in Europa sarebbero illegali. Un tribunale italiano sta esaminando queste responsabilità nel silenzio quasi totale dei media nazionali. Ogni volta che una di quelle strettoie diventa guerra, scopriamo che il petrolio non domina il mondo perché è raro. Lo domina perché passa da pochi luoghi.

Ma c'è un'altra verità che non vogliamo vedere: il petrolio domina anche perché qualcuno paga il prezzo che noi non vogliamo pagare. Quel qualcuno vive nel Delta del Niger. Si chiama Silas. E non può permettersi più di una bottiglia e mezza d'acqua al giorno.

Fonti utilizzate per questo articolo: - IrpiMedia — Nigeria, la maledizione dell'acqua - Altreconomia — Sversamenti di petrolio in Nigeria, Eni va a processo in Italia - Il Post — Il processo contro Shell per l'inquinamento nel delta del Niger - Amnesty International Italia — Nigeria: trent'anni dall'impiccagione dei "nove ogoni" - ISPI — Blocco dello Stretto di Hormuz: Petrolio sopra quota cento - Il Fatto Quotidiano — Il vero ostaggio nello Stretto di Hormuz non è solo il petrolio in viaggio