"Ogni giorno, nel sud del Libano, i militari spagnoli si svegliano sapendo che potrebbero essere bombardati. Non da un nemico dichiarato. Da un alleato dell'Occidente".
La ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha rotto il silenzio diplomatico con parole che bruciano:
ha contattato direttamente il segretario aggiunto ONU per le operazioni di pace e il comandante militare della missione UNIFIL per chiedere che venga trasmessa a Israele l'esigenza di Madrid di garantire la sicurezza dei militari spagnoli e degli altri caschi blu. "Devono esigere a Israele di proteggere e rispettare la vita delle persone", ha dichiarato, chiedendo che "si ponga fine a questa situazione di invasione in Libano".
Non è retorica. È una ministra della Difesa che, nel 2026, deve telefonare all'ONU per chiedere che qualcuno convinca un esercito a smettere di sparare sui propri soldati.
La mappa di un'escalation sistematica
Per capire dove siamo arrivati, bisogna guardare la sequenza degli eventi — non come episodi isolati, ma come capitoli di una storia che si ripete.
L'attacco del 6 marzo 2026 non è un incidente isolato. È l'ultimo capitolo di una storia lunga quasi mezzo secolo, in cui le forze israeliane hanno colpito installazioni e personale UNIFIL con una frequenza e un'intensità che non hanno equivalenti nella storia delle missioni di pace delle Nazioni Unite.
Dal 2 marzo 2026 è in corso una nuova guerra in Libano tra Israele e Hezbollah. Il conflitto ha già ucciso più di 820 persone in Libano e sfollato quasi un milione di persone — il 19% dell'intera popolazione del paese — creando una crisi umanitaria.
In questo contesto, il 6 marzo 2026, alle 17:45 ora locale, il primo missile si è abbattuto sul quartier generale del battaglione ghanese dell'UNIFIL, nella città di Al-Qawzah, distretto di Bint Jbeil. Sette minuti dopo, un secondo impatto. La mensa ufficiali è stata rasa al suolo. Tre soldati ghanesi hanno riportato ferite critiche.
E solo il 16 marzo, nella base UNIFIL di Shama in Libano, sede del Comando del Settore Ovest a guida italiana, sono caduti alcuni detriti con tutta probabilità provocati da razzi intercettati in aria dai sistemi antimissile israeliani.
Non è una guerra che si svolge lontano dai caschi blu. Si svolge addosso a loro.
Le regole del gioco: perché i caschi blu non reagiscono
Qui sta il nodo che i media mainstream non spiegano mai. Perché soldati europei — addestrati, armati, inquadrati in un'organizzazione militare — si limitano a chiedere ai loro aggressori di smettere di sparare, via canali di collegamento?
Le regole d'ingaggio di UNIFIL consentono l'uso della forza solo se necessario per l'autodifesa o per portare a termine i propri compiti.
Ma nella pratica, secondo i princìpi sanciti dalla Carta ONU, UNIFIL può ricorrere all'uso della forza per legittima difesa, ma i paesi europei parte della missione potrebbero trovarsi nella posizione di reagire contro lo Stato ebraico, risultando così coinvolti nel conflitto — un'eventualità che desiderano evitare.
Tradotto: i soldati europei possono tecnicamente rispondere al fuoco, ma i governi che li hanno mandati lì non vogliono che lo facciano. Perché farlo significherebbe aprire un conflitto diplomatico — o peggio, militare — con Israele. Quindi restano lì, a incassare.
Attacchi come questi su peacekeeper identificabili che svolgono compiti ai sensi della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza "stanno diventando preoccupantemente comuni", ha denunciato la stessa UNIFIL.
UNIFIL possiede un mandato per monitorare, riferire e sostenere la stabilità, ma opera senza l'autorità di applicazione robusta necessaria per disarmare le milizie o confrontarsi direttamente con fazioni armate. Questo squilibrio lascia spesso i peacekeeper esposti a molestie, intimidazioni o attacchi di basso livello progettati per testare i limiti delle regole d'ingaggio della missione.
La contraddizione che nessuno nomina
Eccola, la domanda che "Che Dire" fa e che i grandi giornali evitano: chi arma chi?
Tra il 2019 e il 2023, gli USA hanno rappresentato oltre i due terzi (69%) di tutte le armi vendute a Israele dall'estero, mentre la Germania è stata il secondo maggior fornitore con il 30%, secondo il SIPRI.
Affinché un embargo funzioni è richiesta l'adesione dei tre principali esportatori d'armi: Stati Uniti, Germania e Italia. Secondo il report del SIPRI, le tre nazioni sono responsabili per la quasi totalità della fornitura d'armi a Israele.
La Spagna, almeno, ha scelto una posizione netta:
la linea di Madrid è oggi tra le più rigide d'Europa. La Spagna non esporta armi letali dal 2001 e nel 2024 ha autorizzato solo attività di riparazione e manutenzione. L'anno successivo ha cancellato contratti per oltre 290 milioni di euro, tra cui i missili Spike LR2 e diverse forniture di munizioni. A settembre 2025 il governo ha fatto un ulteriore passo avanti con una legge che rende permanente l'embargo su Israele, esteso anche alle importazioni di armi e materiali militari.
L'Italia, invece, presenta un quadro più opaco.
Mentre l'export italiano verso Israele è stato bloccato, l'import è aumentato notevolmente: nel 2024, l'Italia ha autorizzato l'importazione di armamenti israeliani per un valore di 155 milioni di euro, rendendo Israele il secondo fornitore di armi per l'Italia dopo gli Stati Uniti.
Compriamo armi da chi bombarda i nostri soldati. Questa frase andrebbe scritta in grassetto su ogni prima pagina d'Italia. Ma non è così.
Il silenzio di NATO e UE: neutralità o complicità?
Quando le forze israeliane hanno colpito ripetutamente le basi UNIFIL, la risposta europea è stata sempre la stessa:
"grave preoccupazione" e una richiesta di cessate il fuoco. Questo il succo delle dichiarazioni ufficiali dell'Unione europea rispetto ai ripetuti attacchi perpetrati dall'esercito israeliano contro le forze delle Nazioni Unite in Libano.
Nonostante le "gravi violazioni" del diritto internazionale, per aver colpito delle forze di pace, nessuna misura concreta è stata adottata nell'immediato nei confronti del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Fonti di sicurezza hanno indicato che l'obiettivo degli attacchi israeliani alle forze UNIFIL sarebbe quello di "costringerle a ritirarsi" per non avere "testimoni scomodi" in vista di "pianificazioni future" dell'esercito.
La logica è brutalmente semplice: senza caschi blu, Israele può operare nel sud del Libano senza occhi internazionali puntati addosso.
UNIFIL è accusata dal governo israeliano di fornire protezione a Hezbollah.
Una narrativa comoda per giustificare l'intolleranza verso qualunque presenza di osservatori neutri.
Nel frattempo, il governo libanese ha documentato 2.036 violazioni israeliane della sovranità libanese negli ultimi tre mesi del 2025.
Più di venti al giorno. Ogni singolo giorno.
Il Ministero degli Esteri di Beirut ha chiesto che venga esercitata pressione su Israele per fermare i suoi attacchi all'UNIFIL, che "continua a fare i massimi sacrifici per portare sicurezza e stabilità nella regione". Il Libano ha presentato simili denunce all'ONU in passato, ma gli attacchi israeliani non si sono allentati.
La storia che si ripete
Non è la prima volta.
L'UNIFIL ha registrato più di trenta incidenti nel solo mese di ottobre 2024, con danni alle proprietà e feriti tra i soldati. Venti di questi sono stati attribuiti al fuoco o alle azioni dell'IDF, sette classificati come "chiaramente deliberati".
Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, di fronte all'ennesimo attacco, aveva usato parole insolite per un esponente del governo italiano:
"La differenza con gli episodi passati è che questo fatto, che ha toccato Unifil e anche il nostro contingente, non è un errore — ma una scelta precisa".
Una scelta precisa. Non un incidente. Non un errore tattico dovuto al maltempo, come Israele ha sostenuto in altre occasioni.
In base all'accordo di cessate il fuoco del novembre 2024, Israele avrebbe dovuto ritirare le sue forze dal Libano meridionale, ma le ha mantenute in cinque aree che ritiene strategiche. Ha inoltre continuato a effettuare attacchi regolari in Libano, affermando principalmente di prendere di mira siti e operatori di Hezbollah.
Cosa non ci viene detto
C'è una domanda che rimane sospesa nell'aria, ignorata da tutti i comunicati ufficiali: se un paese qualunque — diciamo la Russia, o l'Iran — bombardasse ogni giorno basi militari di paesi NATO nel corso di una missione ONU, quale sarebbe la risposta dell'Occidente?
La risposta è ovvia. E la domanda, proprio per questo, non viene mai posta.
I 670 soldati spagnoli in Libano, come i 1.200 italiani che fanno parte della stessa missione, si trovano in una trappola geopolitica costruita dai loro stessi governi: mandati a fare i "caschi blu" in una zona di guerra attiva, senza la copertura diplomatica reale dei propri alleati, in un teatro dove la potenza che li bombarda riceve armi e finanziamenti dagli stessi paesi che li hanno spediti lì.
L'IDF ha mantenuto cinque posizioni e due "zone cuscinetto" all'interno del Libano, in violazione della risoluzione 1701. Negli ultimi due giorni, UNIFIL ha registrato diversi attacchi aerei e centinaia di incidenti di fuoco lungo la Linea Blu e 84 violazioni aeree. Ognuno di questi incidenti costituisce una grave violazione della risoluzione 1701.
Eppure la risoluzione 1701 rimane sulla carta. Inviolabile nella forma, sistematicamente violata nella sostanza.
La ministra Robles ha alzato la voce. Ha fatto bene. Ma una voce sola, in un'Europa che preferisce la "grave preoccupazione" all'azione, non basta a proteggere i soldati europei che ogni mattina si svegliano sotto il tiro di un'artiglieria che nessuno ha il coraggio di chiamare con il suo nome.
La pace non si costruisce mandando soldati in zone di guerra e poi fingendo di non vedere chi li bombarda. Si costruisce avendo il coraggio di dire la verità — anche quando quella verità riguarda un alleato scomodo.