Mentre il mondo fissa lo Stretto di Hormuz con il fiato sospeso, qualcuno sta già contando i soldi.

C'è una domanda che i grandi media non fanno mai quando scoppia una crisi energetica: chi ci guadagna? Nel caso di Ormuz, la risposta è scomoda, precisa e documentata. Ma partiamo dall'inizio.


Il semi-blocco che nessuno sa spiegare

Il 28 febbraio 2026, dopo l'attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l'Iran, lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dal governo di Teheran.

Eppure "bloccato" è una parola che racconta solo metà della storia. La realtà è più sottile, più calcolata e — per questo — molto più pericolosa.

Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi ha dichiarato: "Controlliamo lo Stretto di Hormuz, ma non lo chiuderemo e tutte le navi potranno attraversarlo. Tuttavia, le navi degli Stati Uniti e d'Israele saranno prese di mira." Non siamo quindi davanti a una riapertura piena e normalizzata, ma a un tentativo di Teheran di sostituire la minaccia di una chiusura generalizzata con una selezione politica dei bersagli.

Questa distinzione — chiusura totale versus interdizione selettiva — è la chiave di tutto. Ed è esattamente ciò che i media mainstream ignorano sistematicamente, preferendo la narrativa binaria tra guerra totale e pace.

La dichiarazione iraniana va letta come una mossa di controllo dell'escalation: Teheran prova a evitare il costo politico di una chiusura totale dello stretto — che alienerebbe partner asiatici, Paesi del Golfo e importatori energetici — ma vuole conservare la leva strategica di minacciare i traffici considerati ostili.

È una mossa da scacchista, non da kamikaze. Eppure viene raccontata come follia.


I numeri che fanno paura

Per capire la posta in gioco, servono i numeri.

Dallo stretto passano oltre 20 milioni di barili al giorno: circa il 20% di tutto il petrolio esportato nel mondo e il 30% di quello che viaggia via mare.

Dal Golfo partono inoltre circa il 27% delle esportazioni mondiali di ammoniaca, il 22% dei fosfati e il 45% dello zolfo, componenti fondamentali per la produzione di fertilizzanti.

Non si tratta solo di benzina alle pompe. Si tratta di cibo, industria, riscaldamento. Si tratta di tutto.

Attualmente oltre 1.100 navi mercantili si trovano bloccate all'interno del Golfo Persico, impossibilitate a transitare o in attesa di garanzie di sicurezza che tardano ad arrivare.

E l'Italia?

Il nostro Paese ha costruito negli ultimi anni una fitta rete di approvvigionamento con le nazioni del Golfo per diversificare le fonti dopo la crisi del gas russo. Nel corso del 2025, l'Italia ha importato dai Paesi del Golfo Persico circa 14,3 milioni di tonnellate di prodotti energetici, volume che rappresenta oltre il 13% delle importazioni energetiche complessive nazionali.

Siamo esposti. Molto più di quanto il governo voglia ammettere.


La trappola asimmetrica: perché l'Iran non chiude del tutto

Un'interdizione selettiva è ancora più difficile da gestire: una minaccia mirata contro navi americane e israeliane, o percepite come tali, crea ambiguità su bandiere, proprietà effettiva, carichi, noleggiatori, assicuratori e legami societari.

In pratica: anche senza sparare un colpo, l'Iran riesce a paralizzare il traffico commerciale globale.

Anche se l'Iran dicesse di non chiudere lo stretto, armatori, trader, assicuratori e charterer continuerebbero a valutare il rischio di attacchi, errori di identificazione, mine, droni o incidenti militari.

L'Iran produce circa 10.000 droni al mese, inclusi modelli con autonomia fino a 1.000 km, capaci di attacchi prolungati che potrebbero disturbare lo stretto per mesi. Questi UAV non solo monitorano ma possono colpire navi, come dimostrato negli attacchi a sei vascelli dall'inizio del conflitto.

Questa è la guerra asimmetrica del ventunesimo secolo: non si vince sul campo di battaglia, si vince nei mercati finanziari, nelle sale assicurative di Londra, nei grafici del prezzo del petrolio.


La domanda che nessuno fa: chi incassa?

Eccola, la domanda scomoda. Mentre l'Europa trema e l'Asia raziona il gas, chi sta sorridendo?

Gli Stati Uniti sono il maggiore esportatore mondiale di gas naturale liquefatto, e la guerra in Medio Oriente sta per portare profitti enormi ai loro produttori di gas. Man mano che la guerra destabilizza la produzione di petrolio e gas nella regione, i prezzi dell'LNG sono schizzati verso l'alto a livello globale.

Gli analisti affermano che i fornitori americani potrebbero trovarsi di fronte a una manna dal cielo, con acquirenti internazionali disperati che fanno offerte al rialzo per assicurarsi il carburante disponibile. I terminali di esportazione LNG statunitensi stanno già operando a piena capacità, quindi è improbabile che ci sia un'impennata nel volume di gas inviato all'estero — solo un aumento dei profitti che le aziende intascano su ogni spedizione.

I numeri parlano da soli.

Gli Stati Uniti hanno stabilito un nuovo record nel 2025, esportando 111 milioni di tonnellate metriche di gas naturale liquefatto, diventando il primo Paese a superare la soglia delle 100 milioni di tonnellate in un singolo anno.

Le esportazioni totali di gas naturale via LNG e gasdotto nel 2025 sono aumentate del 16,4% su base annua, con le esportazioni LNG che hanno fatto un balzo del 26,1% a un record di 5,5 trilioni di piedi cubi.

E l'Europa è il cliente principale.

Dopo l'invasione russa dell'Ucraina, le esportazioni verso l'Europa sono aumentate, e nel 2022 l'Europa ha ricevuto il 69% di tutte le esportazioni LNG dagli Stati Uniti. Dal gennaio all'novembre 2025, l'Europa ha ricevuto il 68% dei volumi di origine statunitense.

Il cerchio si chiude: prima la guerra in Ucraina ha spinto l'Europa a comprare gas americano. Ora la crisi di Ormuz rafforza quella dipendenza.

Trump ha fatto pressione sugli alleati, dal Giappone all'UE, affinché acquistino ancora più gas naturale americano.

La crisi di Ormuz è il miglior agente di vendita che potesse sperare.


L'exit strategy che non c'è

Il ministro della Difesa israeliano Katz ha affermato che "l'operazione continuerà senza limiti di tempo, finché non raggiungeremo tutti gli obiettivi".

Quali obiettivi? Nessuno lo dice con precisione. Intanto il conflitto si prolunga.

Il portavoce del comando unificato iraniano Khatam al Anbiya ha avvertito l'Occidente di prepararsi a un'impennata del prezzo del petrolio, con lo stretto di Hormuz controllato dai Pasdaran: "Preparatevi un petrolio a 200 dollari al barile." Il prezzo del greggio, ha sottolineato, "è legato alla sicurezza della regione che voi avete destabilizzato".

Duecento dollari al barile. Non è una minaccia vuota: è un promemoria di dove porta questa escalation senza exit strategy.

Secondo un'analisi di Ziad Daoud, capo economista dei mercati emergenti di Bloomberg Economics, i prezzi tendono ad aumentare di circa il 4% in risposta a una riduzione dell'1% dell'offerta.

Fate voi i conti su cosa significherebbe un blocco prolungato.


La storia che si ripete

Non è la prima volta.

Dal 1979 ad oggi, in circa 20 occasioni Teheran ha minacciato di interrompere i transiti, a partire dagli anni della guerra contro l'Iraq (1980-88). I momenti di tensione si sono registrati con maggior frequenza a partire dalla crisi economica del 2008, con un picco tra il 2018 e il 2022.

Ogni volta si è tornati alla normalità. Ogni volta l'Occidente ha tirato un sospiro di sollievo e ha dimenticato. Ogni volta qualcuno ha guadagnato dall'instabilità.

La differenza, questa volta, è che i numeri del mercato LNG americano raccontano una storia di espansione sistematica pianificata anni prima.

I produttori di LNG statunitensi hanno annunciato piani per più che raddoppiare la capacità di liquefazione, aggiungendo circa 13,9 miliardi di piedi cubi al giorno tra il 2025 e il 2029.

Infrastrutture che richiedono anni per essere costruite. Anni durante i quali il Medio Oriente è rimasto un vulcano a cielo aperto.


Conclusione: chi tiene il fiammifero?

La narrativa ufficiale dice: Iran aggressore, Occidente che si difende, Ormuz come rischio collaterale. Ma i dati raccontano un'altra storia. Ogni mese di instabilità energetica nel Golfo Persico è un mese in cui il GNL americano diventa più indispensabile, più caro e più richiesto. Ogni nazione che diversifica le forniture dal Medio Oriente verso i terminali della Louisiana o del Texas rafforza l'egemonia energetica americana per i prossimi decenni.

Non stiamo dicendo che Washington abbia pianificato questa guerra. Stiamo dicendo qualcosa di più sottile e più inquietante: che forse non ha nessun interesse reale a farla finire in fretta.

La prossima volta che sentirete parlare di "libertà di navigazione" nello Stretto di Hormuz, chiedetevi: libertà di navigazione per chi? E soprattutto — a vantaggio di chi?