Ventidue paesi, una dichiarazione firmata, e un prezzo del barile che ha toccato i 126 dollari. Qualcuno difende i mari. Qualcun altro conta i profitti. Partiamo dai fatti nudi. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi coordinati contro l'Iran nell'ambito dell'Operazione Epic Fury, colpendo installazioni militari, siti nucleari e la leadership del regime. In risposta, l'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz a tutta la navigazione straniera. Le Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) hanno trasmesso avvertimenti via radio VHF alle navi nello Stretto, dichiarando che "nessuna nave è autorizzata ad attraversare lo Stretto di Hormuz". La reazione occidentale non si è fatta attendere. Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato a Fox News che un gruppo di 22 Paesi — la maggior parte della NATO, ma anche Giappone, Corea del Sud e Bahrain — si è riunito per assicurarsi che lo Stretto di Hormuz possa essere riaperto. Bene. Fin qui la narrativa ufficiale. Ora cominciamo a fare le domande che altri non fanno.
La coalizione che non esisteva — finché non è esistita
Il primo dato che colpisce è la velocità con cui questa coalizione si è formata. O meglio: la velocità con cui è stata presentata come formata. La realtà è più complicata. Sette alleati degli USA hanno annunciato in una dichiarazione congiunta il loro sostegno a una potenziale coalizione per riaprire lo Stretto di Hormuz. Ma la dichiarazione non include alcun impegno a inviare navi da guerra o altre risorse. Per ora, è in gran parte un gesto per placare il presidente Trump, che ha attaccato gli alleati per essersi rifiutati di aiutare a garantire lo stretto.
Tradotto: una firma su un foglio non è una flotta in mare. Francia, Germania, Italia e Giappone avevano tutti pubblicamente escluso in precedenza di inviare navi da guerra nello stretto durante la guerra. Non è chiaro se nessuno di loro cambierà posizione dopo aver firmato la dichiarazione. Come ci si è arrivati ai 22? L'iniziativa era partita da Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone; si sono poi uniti Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Danimarca, Lettonia, Slovenia, Estonia, Norvegia, Svezia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Lituania, Australia, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti. Notate qualcosa? Bahrain ed Emirati Arabi Uniti sono nella lista. Paesi del Golfo con enormi interessi energetici e contratti di fornitura diretti con i Paesi occidentali. Non esattamente attori neutrali. Il Regno Unito ha spinto negli ultimi giorni per ottenere il maggior numero possibile di Paesi occidentali a firmare una dichiarazione politica di sostegno a una coalizione per Hormuz. Anche il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha fatto parte di questo sforzo. La porta è socchiusa, non blindata.
E l'Iran sceglie chi passa
La narrazione della "chiusura totale" merita un approfondimento. Posto di fronte a una minaccia esistenziale, il regime degli ayatollah ha oltrepassato una linea rossa che gli analisti militari consideravano invalicabile. Ma l'esame approfondito dei movimenti marittimi da Hormuz rivela come la "porta stretta" sia per ora socchiusa, non blindata. In base ai dati della Lloyd's List Intelligence, dal primo marzo almeno tredici cargo della Repubblica Islamica hanno attraversato lo Stretto, trasportando 24 milioni di barili con un ricavo previsto di oltre 2,2 miliardi di dollari. L'Iran, in altre parole, ha chiuso il passaggio agli altri ma continua a esportare il proprio petrolio. Il 5 marzo, l'IRGC ha annunciato che l'Iran avrebbe tenuto chiuso lo Stretto di Hormuz solo alle navi di USA, Israele e dei loro alleati occidentali. È stato anche riferito che due navi gasiere battenti bandiera indiana e una petroliera saudita con un milione di barili diretti in India hanno avuto il permesso di passare, così come diverse altre navi. Teheran ha costruito una chiusura selettiva e strategica: una leva geopolitica, non un muro cieco. Bloccare grandi quantità di petrolio dal transitare per il corridoio marittimo ristretto ha permesso all'Iran di imporre un costo finanziario agli USA e ai loro alleati produttori di petrolio nel Golfo — e al mercato globale — dandogli una leva in una guerra in cui è militarmente in svantaggio.
Chi guadagna davvero?
Eccola, la domanda che i grandi media sorvolano in fretta. Quando il Brent supera i 120 dollari al barile, qualcuno festeggia. I prezzi del petrolio sono aumentati più velocemente che in qualsiasi altro conflitto della storia recente; il Brent ha superato i 100 dollari al barile l'8 marzo 2026 per la prima volta in quattro anni, raggiungendo un picco di 126 dollari al barile. La chiusura dello Stretto è stata descritta come la più grande interruzione all'approvvigionamento energetico dagli anni '70. L'economista Brian Albrecht stima che con un prezzo superiore di 50 dollari rispetto ai livelli pre-crisi, gli Stati Uniti guadagnano circa 30 miliardi di dollari l'anno dal solo petrolio. Il paese, da esportatore netto di energia, guadagna dalla crisi nello Stretto di Hormuz. Sommando il gas naturale, il beneficio netto sale a una cifra compresa tra 60 e 70 miliardi di dollari l'anno. Nel brevissimo termine, gli esportatori atlantici — USA in testa — virano i loro carichi verso l'Asia o l'Europa premium, beneficiando del rimbalzo immediato dei prezzi. Detto in modo brutale: gli Stati Uniti hanno avviato una guerra, il Golfo è in fiamme, e le compagnie energetiche americane incassano decine di miliardi in più ogni anno. Non è una teoria del complotto. Sono i numeri.
Il 1987 si ripete
C'è un precedente storico che dovrebbe far riflettere chiunque guardi questa crisi senza paraocchi. L'Operazione Earnest Will (24 luglio 1987 – 26 settembre 1988) fu una protezione militare americana delle petroliere di proprietà kuwaitiana dagli attacchi iraniani nel 1987 e 1988. Fu la più grande operazione di convoglio navale dalla Seconda Guerra Mondiale. Anche allora, la retorica era quella della "libertà di navigazione". Anche allora, c'era una coalizione. Anche allora, le petroliere kuwaitiane furono ribattezzate sotto bandiera americana per giustificare l'intervento militare. Washington aveva un conto in sospeso con Teheran, non con Baghdad — e decise di rispondere alle richieste di scorta militare dal Kuwait. Questo portò alla controversa politica di ribattezzare le petroliere kuwaitiane sotto bandiera americana nell'Operazione Earnest Will. Come andò a finire? Il 3 luglio 1988, l'USS Vincennes scambiò il volo Iran Air 655 per un F-14 iraniano e lo abbatté sullo Stretto di Hormuz. Tutti i 290 passeggeri e l'equipaggio a bordo dell'Airbus A300B2 morirono, inclusi 65 bambini. La storia non si ripete, ma fa rima — come diceva Mark Twain. E questa rima suona sempre più forte.
Il nodo che nessuno vuole sciogliere: scorta o azione di forza?
C'è una differenza enorme tra "scortare" le petroliere e "riaprire con la forza" uno stretto. La coalizione dei 22 non ha ancora chiarito quale delle due intende fare. Un coinvolgimento diretto della NATO rappresenterebbe un'escalation di enorme portata, possibile solo in presenza di presupposti giuridici ben definiti, come un attacco a uno Stato membro. In assenza di queste condizioni, l'ipotesi più realistica resta quella di un sostegno indiretto. In ogni caso il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è ancora ben al di sotto dei livelli prebellici: secondo le stime di Stephen Gordon di Clarkson Research, in media la scorsa settimana cinque navi hanno attraversato lo stretto ogni giorno rispetto alle 125 precedenti la guerra. Oltre venti attacchi contro navi mercantili si sono verificati nel Golfo Persico questo mese. Anche con il potenziale supporto di scorta degli Stati Uniti e dei loro alleati, è improbabile che la protezione sia sufficiente a scortare tutte le centinaia di navi commerciali in attesa di attraversare lo stretto. "Basta una mina marina, un drone, per spaventare tutti quegli operatori."
L'ultimatum e il baratro
Nel mezzo di tutto questo, Trump ha alzato ulteriormente la posta. Il presidente USA ha lanciato un ultimatum: "Teheran apra lo Stretto entro 48 ore, o cominceremo a colpire le loro centrali elettriche". Le Guardie Rivoluzionarie hanno risposto annunciando che, se Trump darà seguito alla sua minaccia di attaccare gli impianti energetici iraniani, chiuderanno completamente lo strategico Stretto di Hormuz e intraprenderanno azioni contro le basi militari statunitensi. Secondo le Convenzioni di Ginevra, gli attacchi a "oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile" sono proibiti. Eppure l'ultimatum è stato lanciato pubblicamente, in diretta mondiale. Il risultato? Al 19 marzo 2026: circa 3.200 navi confinate a ovest di Hormuz, circa 20.000 marittimi coinvolti, impianti di South Pars e Asaluyeh colpiti, Ras Laffan danneggiato. Da Hormuz passa anche una quota molto alta del commercio mondiale di urea, ammoniaca e fosfati, quasi metà dello zolfo via mare e una parte rilevante dell'alluminio del Golfo. Il danno scivola presto nella filiera agricola e in pezzi decisivi dell'industria.
La libertà di navigazione è un principio
Ma i principi hanno sempre un beneficiario. Ventidue paesi hanno firmato un foglio. Alcuni mandano navi, altri solo parole. L'Iran lascia passare le petroliere cinesi e indiane e blocca quelle occidentali. Trump minaccia centrali elettriche. Il Brent tocca 126 dollari. E le compagnie energetiche americane incassano decine di miliardi in più all'anno. La "coalizione difensiva" esiste davvero — ma non è nata per proteggere i diritti dei marinai. È nata per proteggere i flussi di petrolio di chi quella firma l'ha voluta. Finché il blocco iraniano regge e il petrolio del Golfo resta intrappolato, Trump non può chiudere la guerra e dichiararsi vincitore, anche se volesse. Ormuz non è solo uno stretto. È la chiave con cui si apre e si chiude il conflitto. Nel 1987, l'operazione "difensiva" finì con 290 civili morti su un aereo di linea abbattuto per errore da un cacciatorpediniere americano. Qualcuno ha il coraggio di chiedere: questa volta, quale sarà il prezzo?
FONTI - Wikipedia — *2026 Strait of Hormuz Crisis* e *2026 Strait of Hormuz Campaign* - Axios — *Seven U.S. allies back potential Strait of Hormuz coalition* (19 marzo 2026); *Trump struggles to build coalition to reopen Strait of Hormuz* (17 marzo 2026) - Avvenire — *La "porta" di Hormuz è stretta, ma non blindata* (22 marzo 2026) - Stars and Stripes — *NATO allies jointly discussing how to handle Strait of Hormuz closure* (19 marzo 2026) - Time Magazine — *Iran Threatens to Close Strait of Hormuz 'Completely' if Trump Attacks Power Plants* (22 marzo 2026) - Focus America — *Perché l'aumento del petrolio non è una cattiva notizia per gli Stati Uniti* (marzo 2026) - Sbircialanotizia.it — *Stretto di Hormuz, petroliere ferme e impianti energetici