Immaginate di scommettere tutto sul fuoco — e poi di soffiare sul fuoco voi stessi. È esattamente quello che sta accadendo nello Stretto di Hormuz in questi giorni. E nessuno, nei grandi media, sembra voler nominare i vincitori di questo disastro annunciato. La guerra è già iniziata. E lo stretto è già chiuso. Non stiamo parlando di una minaccia futura. Da quando la guerra con l'Iran è iniziata dieci giorni fa, il futuro di Hormuz è al centro di ogni scenario: le forze iraniane hanno minacciato di far rispettare la chiusura dello stretto in risposta agli attacchi di USA e Israele, partiti il 28 febbraio. Il traffico commerciale attraverso lo stretto è crollato del 95% nella prima settimana di marzo, secondo S&P Global Market Intelligence. Non del 10%, non del 50%. Del 95%. Quasi 15 milioni di barili al giorno di greggio, più altri 4,5 milioni di barili di carburanti raffinati, sono di fatto bloccati nel Golfo. Eppure Trump, fino a poche ore fa, diceva alle petroliere di passare lo stesso. Il presidente degli Stati Uniti ha sollecitato le compagnie petrolifere ad attraversare lo Stretto di Hormuz, malgrado le minacce rivolte dai Pasdaran alle imbarcazioni che tenteranno di farlo senza il loro permesso. Fermatevi un secondo su questa frase. Il comandante delle Guardie della Rivoluzione iraniane ha dichiarato che "qualsiasi nave che desideri attraversare Hormuz deve ottenere il permesso dall'Iran" — e Trump risponde incoraggiando le petroliere ad andare. Chi paga se qualcosa va storto? Certamente non chi ha dato il consiglio. Le mine: ci sono o non ci sono? Dipende da chi parla. Qui la storia si fa interessante. CNN e CBS hanno riferito, sulla base di fonti rimaste anonime, che l'Iran starebbe mettendo mine navali nello stretto di Hormuz, in modo da bloccare del tutto i traffici marittimi. L'Iran avrebbe piazzato circa una dozzina di mine nello stretto, in una mossa che probabilmente complicherà la riapertura del tratto di Golfo Persico attraverso il quale passa buona parte del commercio mondiale di petrolio. Ma poi arriva Macron. Il presidente francese ha dichiarato di non avere "alcuna conferma", né da parte dei servizi di intelligence francesi né da quelli partner, dell'uso di mine navali da parte dell'Iran nello Stretto di Hormuz. E Trump stesso? Prima nega, poi minaccia, poi distrugge le navi posamine. In un post su Truth il presidente Donald Trump ha smentito, ma ha comunque intimato all'Iran di non farlo: "Se l'Iran ha messo mine nello stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie che l'abbiano fatto, vogliamo che le rimuovano, IMMEDIATAMENTE!" Le forze americane hanno distrutto 28 navi posamine iraniane, ha dichiarato Trump parlando con i giornalisti in Ohio — neanche un'ora dopo aver dichiarato che gli Stati Uniti avevano distrutto "tutte" le navi posamine e all'indomani di un comunicato del Pentagono in cui si parlava di 16 imbarcazioni distrutte. Quindi: non ci sono mine, ma distruggiamo 28 navi posamine. La logica narrativa dell'amministrazione Trump è, diciamo, elastica. Il paradosso militare che nessuno racconta: gli USA hanno dismesso i loro dragamine Ecco il dettaglio che fa cadere la maschera della "deterrenza responsabile". La Marina degli Stati Uniti ha ufficialmente dismesso le ultime navi cacciamine della classe Avenger, che erano di stanza in Bahrain come parte della 5a Flotta, le stesse che per decenni avevano garantito la sicurezza marittima nel Golfo Persico. La Marina USA aveva già dismesso quattro dragamine classe Avenger di stanza in Bahrain alla fine del 2025. Le navi sostitutive, le LCS classe Independence, hanno "faticato a soddisfare i requisiti delle missioni operative di contromisure contro le mine", secondo la pubblicazione navale Naval News. Per dirla in modo ancora più brutale: ogni missione di contromisure contro le mine richiede circa quattro ore di manutenzione pre-missione, seguite da un'ora e mezza di calibrazione di GPS e sonar. La stima è di sei ore di preparazione prima che le contromisure possano iniziare. In scenari reali, quel tempo potrebbe non esistere. Quindi gli USA hanno incoraggiato le petroliere a passare in acque potenzialmente minate, mentre i loro strumenti più efficaci per rimuovere le mine erano già stati smantellati mesi prima. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al Congresso. Chi guadagna davvero? La domanda che i grandi media non fanno mai. Tra il 27 febbraio e il 6 marzo, la quotazione del Brent è salita da 72,87 a 92,69 dollari al barile, segnando un +27,2%. L'indice internazionale del petrolio Brent è salito del 28% e il West Texas Intermediate del 30%, il più rapido aumento dal 1988. Entrambi gli indici si sono avvicinati a 120 dollari al barile. Ma il vero scandalo è altrove. Mentre il mondo guarda col fiato sospeso i distributori di benzina e diesel, la vera partita si gioca nei mercati finanziari dove il petrolio "cartaceo" detta legge. A muovere l'economia non è solo il greggio fisico, ma soprattutto una mole enorme di contratti virtuali che, alla prima scintilla geopolitica, accendono i rincari ben prima che un solo barile venga raffinato. In Italia, i numeri sono ancora più scandalosi. Per il gasolio l'incremento osservato alla pompa è stato quasi il doppio di quello teoricamente giustificabile dai costi della materia prima, con una componente speculativa stimata tra 8 e 20 centesimi al litro, che può arrivare fino a 35-50 centesimi nelle stazioni autostradali. Questo fenomeno, noto come "rocket and feather" — prezzi che salgono come razzi e scendono come piume — genera extra-profitti stimabili tra 3 e 7 miliardi di euro l'anno lungo la filiera petrolifera. Chi ha posizioni long sul Brent in questo momento sta incassando profitti storici. Finché la navigazione rimane paralizzata, la traiettoria di minima resistenza per il Brent è verso il range 120-140 dollari. L'Iran non vuole chiudere Hormuz: vuole alzare il prezzo C'è un'altra lettura che i media mainstream ignorano sistematicamente. L'Iran ha trasformato questo stretto passaggio marittimo in una "zona di morte" virtuale, dove droni, missili e interferenze elettroniche dettano le regole. Con il 20% del petrolio mondiale che transitava qui, l'Iran non ha bisogno di un blocco fisico per paralizzare l'economia internazionale: basta la minaccia. Le mine, in quest'ottica, non sono una tattica di guerra totale. Sono uno strumento negoziale. Le mine navali costano poco — poche migliaia di euro le più semplici — e possono fare danni enormi. Funzionano anche se non esplodono davvero, come strumenti di deterrenza, per impedire l'accesso e la navigazione in specifici tratti di mare. E il messaggio iraniano al mondo è chiarissimo. Il portavoce del comando unificato Khatam al Anbiya ha avvertito l'Occidente di prepararsi a un'impennata del prezzo del petrolio: "Preparatevi a un petrolio a 200 dollari al barile". Non è la voce di chi vuole distruggere tutto. È la voce di chi conosce perfettamente il valore della propria posizione geografica. Il precedente che dovrebbe farci riflettere Già negli anni '80, nell'ambito della Tanker War, le forze iraniane e irachene presero di mira i mercantili e le petroliere nel Golfo Persico con attacchi missilistici, mine navali e altre offensive indirette, con l'obiettivo di esercitare pressione economica sull'avversario e minacciare le forniture energetiche globali. Questa escalation portò gli Stati Uniti a intervenire con operazioni di scorta di petroliere nel 1987 e all'ingresso diretto nelle ostilità, con scontri e operazioni specifiche di protezione e contro-minamento nello Stretto di Hormuz e nel Golfo. Quella guerra durò quasi un decennio. E alla fine, chi ci guadagnò davvero? Non i marinai delle petroliere. Non i consumatori. Non i paesi del Golfo. Guadagnarono i trader di commodity, le compagnie assicurative che riscrivevano i contratti ogni settimana, e le major petrolifere che vendevano riserve strategiche a prezzi gonfiati. La storia si ripete. Con attori diversi, ma con la stessa logica. La riflessione finale Il Segretario all'Energia Chris Wright ha pubblicato erroneamente un messaggio che affermava che la Marina degli Stati Uniti aveva scortato una petroliera attraverso lo stretto, prima che la Casa Bianca chiarisse che non si era svolta alcuna operazione del genere. Questo piccolo episodio dice tutto. L'amministrazione americana comunica per slogan, per tweet, per post su Truth Social — e poi corregge, smentisce, contraddice. Nel frattempo, il prezzo del barile oscilla come una giostra, i mercati finanziari fanno miliardi sulla volatilità, e qualcuno — da qualche parte — sta incassando su ogni punto percentuale di questa crisi. La vera domanda non è se l'Iran ha piazzato le mine. La vera domanda è: chi ha interesse a tenerci in questo stato di incertezza permanente, dove ogni dichiarazione di Trump vale dieci punti di Brent in su o in giù? Hormuz non è solo uno stretto. È il più grande casinò energetico del pianeta. E il banco vince sempre.