Mentre Washington parla di dialogo con Pyongyang, le esercitazioni militari vengono confermate e ampliate. Dieci missili balistici nordcoreani dopo. Come da copione.


Oggi, 14 marzo 2026, la Corea del Nord ha lanciato dieci missili balistici verso il Mar del Giappone. I titoli dei giornali parleranno di "provocazione", di "regime instabile", di "minaccia nucleare". Quello che non leggerete è la domanda più ovvia: chi ha interesse a fare in modo che questo copione si ripeta, puntuale come un orologio svizzero, anno dopo anno?

Il meccanismo è noto. Eppure nessuno lo ferma.

La Corea del Nord ha lanciato circa dieci missili balistici verso il Mar del Giappone. Seoul ha confermato che i missili sono stati rilevati dalla zona di Sunan, nella Corea del Nord, intorno alle 13:20 ora locale.

I missili hanno percorso una distanza di circa 350 chilometri.

Il pretesto — o la causa, dipende dal punto di vista — è sempre lo stesso:

Seoul e Washington hanno dato il via alle esercitazioni primaverili "Freedom Shield", che coinvolgono circa 18.000 soldati coreani e si concluderanno il 19 marzo.

La Corea del Nord, che attaccò il vicino del sud nel 1950 dando il via alla guerra di Corea, descrive da tempo queste esercitazioni come prove generali di invasione.

Questa settimana Kim Yo Jong, potente sorella di Kim Jong Un, ha avvertito che le manovre congiunte "potrebbero causare conseguenze terribili e inimmaginabili", aggiungendo che si svolgono "in un momento critico in cui la struttura della sicurezza globale sta collassando rapidamente".

Parole forti. Ma non nuove. Mai nuove.

Il déjà vu che nessuno vuole nominare

Gli analisti avvertono che esercitazioni sovrapposte, test missilistici e retorica dura possono creare circoli viziosi: un lato cerca di segnalare forza, l'altro interpreta questo come provocazione. Questo schema raggiunge il picco proprio durante le grandi manovre, quando la Corea del Nord vuole mostrare le proprie capacità e gli alleati vogliono dimostrare la propria determinazione.

Questo "schema" non è un'anomalia. È la regola.

Quello di oggi è il terzo lancio missilistico balistico nordcoreano del 2026.

E segue una traiettoria che si ripete con precisione geometrica ogni primavera, da decenni.

Ma ecco la parte che i grandi media raramente raccontano: c'è stato un momento in cui questo meccanismo si è inceppato.

Trump, nel suo primo mandato, aveva già ridotto le esercitazioni, facilitando i primi summit con il leader nordcoreano Kim Jong Un.

Nel corso del 2018 e del 2019, i due leader si incontrarono diverse volte: Trump voleva convincere Kim a denuclearizzare il paese; Kim in cambio sperava di ottenere un maggiore riconoscimento internazionale, la fine delle esercitazioni militari statunitensi in Corea del Sud e la revoca delle sanzioni.

Quando le esercitazioni si ridussero, i lanci si ridussero. Quando ripresero, ripresero anche i lanci. Non è una teoria del complotto: è storia documentata.

La contraddizione al cuore della politica americana

Oggi la contraddizione è ancora più stridente.

Gli ultimi lanci balistici seguono rinnovate speculazioni secondo cui il presidente Trump potrebbe cercare un incontro con Kim. I due leader si incontrarono durante il primo mandato di Trump, ma i summit, pur spettacolari, non produssero progressi concreti.

Il lancio nordcoreano è arrivato dopo che il primo ministro sudcoreano aveva dichiarato che Trump restava positivo riguardo alla ripresa del dialogo con il leader nordcoreano. Le dichiarazioni erano arrivate in mezzo alle speculazioni che Trump potesse cercare un incontro con Kim durante il suo imminente viaggio in Cina per un summit con Xi Jinping, previsto tra fine marzo e inizio aprile.

Quindi: si parla di diplomazia, si organizzano le esercitazioni, arrivano i missili, la diplomazia viene rinviata. Qualcuno, da qualche parte, sembra avere interesse a mantenere questo loop attivo.

Quest'anno Seoul aveva proposto di ridurre la portata delle manovre, con l'obiettivo di aprire una finestra diplomatica con Pyongyang chiusa dal 2019. Il governo sudcoreano aveva suggerito a Washington di limitare la concentrazione di truppe in un'unica fase. La proposta, però, si sarebbe scontrata con la posizione degli USA, che non avrebbe alcuna intenzione di accettare tagli a esercitazioni già pianificate.

Chi ha detto no? Il Pentagono. Non Trump, non il Dipartimento di Stato. Il Pentagono.

Chi ci guadagna: numeri che parlano

Facciamo un passo indietro e guardiamo i numeri.

Nel 2024 la spesa militare della Corea del Sud ha raggiunto 47,6 miliardi di dollari, il 30% in più rispetto al 2015. La spesa per gli acquisti militari è aumentata del 33% nello stesso periodo, raggiungendo 13,2 miliardi di dollari, nell'ambito di un programma su larga scala per potenziare la difesa aerea e le capacità di attacco preventivo contro i missili balistici e nucleari nordcoreani.

Nello stesso periodo, i ricavi delle cinque principali aziende produttrici di armi sudcoreane sono cresciuti di oltre il 92%, raggiungendo 15,2 miliardi di dollari.

Le quattro principali aziende di difesa sudcoreane sono proiettate a superare 28,45 miliardi di dollari di vendite nel 2025 per la prima volta, trainate principalmente dalle esportazioni.

La Corea del Sud rimane il terzo mercato per le esportazioni di armi statunitensi, dopo Arabia Saudita e Australia, e rappresenta quindi un mercato sostanziale per i contractor americani della difesa.

La tensione nella penisola coreana non è solo un problema geopolitico. È un motore economico. Ogni lancio di missili nordcoreano si traduce in ordini di sistemi antimissile, in acquisti di jet da combattimento, in contratti per radar e sistemi di sorveglianza.

I grandi gruppi finanziari e industriali sudcoreani, i cosiddetti chaebol, hanno ampie possibilità di lobbying politico, che spesso determina la direzione della diplomazia di Seoul.

Il contesto che manca sempre: il Medio Oriente come variabile

C'è un ulteriore elemento che rende questo momento ancora più delicato.

Le esercitazioni si svolgono mentre gli USA sono impegnati in una escalation militare in Medio Oriente, alimentando speculazioni su un possibile trasferimento di risorse dalla penisola coreana a quell'area, incluse le batterie antimissile Patriot.

Ci sono segnalazioni che gli USA abbiano ridistribuito alcuni intercettori missilistici Patriot PAC-3 dalla Corea del Sud al Medio Oriente per contrastare le minacce iraniane, il che potrebbe aver incoraggiato la Corea del Nord a testare le difese dell'ombrello di difesa aerea rimasto.

Kim Jong Un, insomma, potrebbe aver colto il momento di distrazione americana per inviare un segnale: "Sono ancora qui".

Pyongyang ha condannato l'attacco USA-israeliano sull'Iran come "atto illegale di aggressione", sostenendo che dimostra la natura "fuorilegge" degli Stati Uniti.

La domanda che nessuno fa

Esiste una via d'uscita da questo loop? Sì. Lo dimostra il precedente del 2018-2019. Ma quella via richiede che qualcuno rinunci a qualcosa: i contractor della difesa rinuncino agli ordini, il Pentagono rinunci alla giustificazione della sua presenza permanente in Asia orientale, i governi rinuncino alla narrativa del "nemico alle porte" che tanto aiuta nei sondaggi interni.

I colloqui tra Washington e Pyongyang sono sostanzialmente fermi dal fallimento del vertice del 2019 tra Kim Jong Un e Trump.

Sette anni di silenzio diplomatico, interrotti solo da missili e dichiarazioni di condanna reciproca.

Nel frattempo, la spesa militare della Corea del Sud nel 2024 ha rappresentato il 2,6% del PIL, con l'amministrazione Lee che ha promesso di aumentarla dell'8,2% nel 2026.

Qualcuno sta guadagnando da questa tensione permanente. E non è la gente comune né della Corea del Nord né di quella del Sud.

La prossima volta che leggete di "missili nordcoreani" e "provocazioni di Pyongyang, chiedetevi: chi ha lanciato le esercitazioni per primo? Chi ha detto no alla proposta di ridurle? E chi firma i contratti di fornitura militare il giorno dopo?

La risposta non è nella notizia. È nella domanda che nessuno fa.