C'è una domanda che nessun grande telegiornale si degna di fare: se l'Iran è davvero così distrutto come sostiene Washington, perché la guerra non è finita? Perché si parla ancora di mediatori, ultimatum, canali segreti e miliardi di dollari chiesti d'urgenza al Congresso? La risposta è scomoda, e riguarda non solo i due belligeranti, ma chi — lontano dai fronti — conta i profitti mentre il mondo brucia.

Come si arriva a una guerra iniziata nel mezzo di un negoziato

Per capire il presente, bisogna tornare a febbraio 2026. Il 25 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dichiarava che un accordo "storico" con gli Stati Uniti per scongiurare il conflitto militare era "a portata di mano", sottolineando che la diplomazia doveva essere prioritaria per evitare ulteriore escalation. Non era retorica: il consigliere per la sicurezza nazionale del Regno Unito aveva partecipato all'ultimo round di colloqui a Ginevra, confermando che l'Iran era disposto a cedere l'intero stockpile di uranio arricchito al 60%. Eppure, il 20 febbraio Trump aveva già imposto un ultimatum di dieci giorni, e il 28 febbraio, dopo l'esito insoddisfacente del terzo round di negoziati, gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran ebbero inizio. Una guerra nata mentre i diplomatici erano ancora seduti al tavolo. Era stato lo stesso Witkoff a riferire a Trump che raggiungere un accordo con l'Iran sarebbe stato "difficile, se non impossibile". Dopo il fallimento dei colloqui, Witkoff accusò l'Iran di aver cercato di "fare pressione" sul team americano, sostenendo che l'insistenza iraniana sull'arricchimento avesse bloccato ogni intesa. Ma l'ex negoziatore nucleare iraniano Hossein Mousavian, intervistato da NPR, ha detto qualcosa di radicalmente diverso: la diplomazia era difficile e complicata perché gli USA avevano attaccato l'Iran. Come aveva detto il ministro degli Esteri dell'Oman, ci furono due round di negoziati con progressi significativi, si era molto vicini a un accordo, ma poi gli Stati Uniti decisero di attaccare.

La narrativa del trionfo e la realtà del pantano

Da Washington arrivano comunicati trionfali. Trump ha dichiarato che l'Iran "non ha marina, non ha aeronautica, non ha equipaggiamento, non ha sistemi antimissile." Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, alla domanda sui 200 miliardi di dollari chiesti al Congresso, ha risposto con una frase degna di un film di guerra di serie B: "Ci vogliono soldi per ammazzare i cattivi." Ma i dati raccontano un'altra storia. Secondo fonti riportate da Reuters in un briefing riservato ai senatori, l'amministrazione ha stimato almeno 11,3 miliardi di dollari di costo nei primi sei giorni di guerra, con 5,6 miliardi di munizioni consumate già nei primi due giorni. Il protrarsi della guerra in Medio Oriente sta facendo emergere un problema che a Washington preoccupa da tempo: gli Stati Uniti stanno consumando rapidamente alcuni degli armamenti più sofisticati del loro arsenale, mentre il ritmo di produzione non basta a ricostituire le scorte. Tanto che il CEO di Rheinmetall ha avvertito che se il conflitto dovesse durare ancora qualche mese, le riserve di intercettori e missili potrebbero finire quasi completamente.

E l'Iran? Certo colpito, certo indebolito. Ma non sconfitto. Secondo gli esperti RAND, le storiche vie diplomatiche di de-escalation sembrano oggi inesistenti. Sia Israele che l'Iran credono di combattere contro minacce esistenziali. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei ha lodato la resistenza del popolo iraniano, affermando che gli attacchi americani e israeliani si basavano sull'illusione che uccidere i vertici potesse rovesciare il governo, mentre gli iraniani avevano "costruito un fronte difensivo nazionale" infliggendo colpi tali che "il nemico è caduto in contraddizioni e dichiarazioni irrazionali." Nel frattempo, molto dipenderà dal fatto che i nuovi leader iraniani vedano la diplomazia come una via d'uscita o come un segno di debolezza. E la risposta, per ora, è ambivalente: il leader supremo Mojtaba Khamenei avrebbe respinto le proposte di riduzione delle tensioni o di cessate il fuoco trasmesse da due paesi intermediari.

Chi guadagna mentre il mondo paga

Qui sta il cuore della storia che i grandi media non raccontano. Il 6 marzo 2026, Trump ha incontrato i vertici di sette grandi gruppi della difesa — tra cui Lockheed Martin, RTX, Boeing, Northrop Grumman, L3Harris, Honeywell Aerospace e BAE Systems — sostenendo poi che l'industria avrebbe quadruplicato la produzione di munizioni guidate di precisione. Il risultato? Lockheed Martin ha fatto registrare un aumento del valore delle sue azioni del +35% negli ultimi tre mesi. E ad aumentare sono state le commesse. In Italia, Leonardo ha visto aumentare il valore delle sue azioni del +37% da gennaio: un vero e proprio record. Più l'economia di guerra diventa centrale, più diventa difficile immaginare una vera de-escalation. Un sistema industriale che cresce sulla base dell'emergenza permanente ha bisogno dell'emergenza permanente.

Non è una teoria del complotto: è l'avvertimento che il presidente Eisenhower fece nel 1960 parlando del "complesso militare-industriale". Oggi, come osserva Analisi Difesa, non emerge una grande strategia americana, ma una successione di adattamenti improvvisati. I tempi cambiano, gli obiettivi si allungano, la promessa della guerra breve si allontana, mentre il sistema industriale che dovrebbe sostenerla appare logorato da costi, inerzie e rendite. C'è poi il capitolo dei lobbisti della guerra. Secondo il Wall Street Journal, il senatore Lindsey Graham avrebbe fatto il caso più convincente a Trump per un assalto all'Iran. Secondo il Washington Post, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman aveva avuto multiple telefonate con Trump esortandolo ad attaccare, e la decisione di Trump arrivò dopo che i governi saudita e israeliano lo avevano ripetutamente pressato in tal senso.

Il conto che paga il mondo

Mentre i contractor brindano, il pianeta paga. Il prezzo del petrolio Brent ha raggiunto circa 119 dollari al barile, mentre lo Stretto di Hormuz risulta bloccato per il 97% del traffico commerciale. La terza guerra del Golfo è entrata nella sua quarta settimana e il mondo si trova davanti a un'emergenza energetica: con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, circa il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto è bloccato. Secondo Matteo Villa dell'ISPI, un mese di Hormuz chiuso oggi conta come due mesi della crisi del 1973. E anche quando lo stretto riaprisse, i danni non sarebbero immediamente reversibili: l'impianto di Ras Laffan in Qatar, fondamentale per il 20% del GNL mondiale, ha subito danni gravissimi con due unità di liquefazione distrutte, e le riparazioni richiederanno dai 3 ai 5 anni.

La trappola diplomatica

Oggi si aprono spiraglio di trattativa. Sono in corso colloqui indiretti tra l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Araghchi, con Turchia, Egitto e Pakistan che hanno trasmesso messaggi tra le due parti. Trump ha parlato di colloqui "molto positivi e produttivi." Ma le condizioni delle due parti restano lontanissime: Teheran ha posto sei condizioni, tra cui la garanzia della fine delle ostilità, la chiusura delle basi USA e risarcimenti. Washington ne chiede altrettante: dallo stop al programma missilistico per cinque anni a quello totale dell'arricchimento dell'uranio. E c'è un elemento che nessun analista mainstream sottolinea abbastanza: Ali Larijani, il principale leader civile iraniano ucciso in un raid, era considerato qualcuno disposto a negoziare con l'Occidente. La sua morte ha reso il percorso verso una pace negoziata ancora più oscuro. Come ha detto Mousavian a NPR: "Non so davvero che tipo di accordo stia cercando gli USA con l'Iran. Ho sentito il primo ministro Netanyahu dire che la strategia israeliana è un 'Grande Medio Oriente'. Ho sentito l'ambasciatore americano in Israele dire che Israele ha il diritto di prendere il controllo dei paesi del Medio Oriente. Se questo è davvero l'obiettivo — cambio di regime, controllo del petrolio iraniano — non ci sarà mai nessun accordo."

La guerra come struttura economica

Questa non è una guerra con una exit strategy. È una guerra con una logica propria, alimentata da interessi che non siedono ai tavoli di pace. La guerra non è più soltanto il fallimento della politica: è diventata una struttura economica. I cittadini americani pagano la benzina più cara, le famiglie europee vedono le bollette esplodere, i popoli del Medio Oriente contano i morti. Nel frattempo, i titoli di Lockheed Martin salgono del 35%. La domanda che nessuno fa abbastanza ad alta voce è questa: esiste davvero una volontà politica di pace, o la pace è semplicemente meno redditizia della guerra?

Fonti utilizzate: - Sky TG24 – Diretta guerra Iran-USA-Israele (23-24 marzo 2026) - CNN Español – Resumen guerra EE.UU.-Israel-Irán (21 marzo 2026) - Il Sole 24 Ore – Aggiornamenti conflitto Iran (marzo 2026) - Wikipedia – 2026 Iran war; 2026 US military buildup in the Middle East; 2025-2026 Iran-US negotiations - RAND Corporation – War in Iran: Q&A with RAND Experts (11 marzo 2026) - Al Jazeera Centre for Studies – On the Brink of War: US and Iranian Calculations (febbraio 2026) - NPR – As the war in Iran expands, can diplomacy help end it? (21 marzo 2026) - InsideOver – Iran, la guerra come mercato perfetto (marzo 2026) - Today.it – Dalle armi al petrolio, così la guerra in Iran è un affare per pochi - Analisi Difesa – La guerra contro l'Iran svela i limiti della potenza americana (marzo 2026) - Energia Oltre – Perché il blocco di Hormuz è due volte più grave della crisi del 1973 - Il Fatto Quotidiano – Stretto di Hormuz chiuso dall'Iran (1 marzo 2026) - IARI – Iran, la guerra che cambia scala (20 marzo 2026) - House of Commons Library – US-Israel strikes on Iran: February/March 2026 - Internazionale – Da dove arrivano le armi usate nella guerra all'Iran (18 marzo 2026)