Mentre i missili continuano a cadere su Teheran e i mercati energetici globali tremano, in una sala riunioni di Islamabad si sta consumando qualcosa di storicamente rilevante. Non un vertice NATO, non una riunione del Consiglio di Sicurezza ONU, non una conference call tra Biden e Macron. Quattro paesi del Sud globale — Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto — si sono seduti allo stesso tavolo per provare a fermare una guerra che l'Occidente ha contribuito ad accendere. E lo fanno senza chiedere il permesso a nessuno.
Il contesto: una guerra iniziata con un assassinio
La guerra d'Iran ha preso avvio il 28 febbraio 2026 con un'operazione militare congiunta da parte di Stati Uniti e Israele contro obiettivi militari, civili, uffici politici e leader di comando in Iran. All'operazione israeliana è stato dato il nome "Ruggito del Leone", mentre quella statunitense è stata denominata "Operation Epic Fury". Il risultato più devastante della prima giornata: i caccia israeliani e americani hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e diversi alti funzionari. L'offensiva è scattata mentre erano ancora in corso i pur stentati tentativi di negoziato tra Washington e Teheran sul nucleare e sull'arsenale missilistico, con scopi dichiarati confusi, velleitari e a tratti contraddittori. Un mese dopo, il bilancio è drammatico. Il totale delle vittime nella regione dopo un mese di combattimenti ha superato 1.900 in Iran, 1.100 in Libano, 22 negli stati del Golfo, 20 in Israele e 13 militari statunitensi. E la crisi economica è già globale: il capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia ha avvertito che il danno già causato supera le crisi petrolifere combinate del 1973 e del 1979.
Il vertice di Islamabad: chi ha convocato chi
Il ministero degli Esteri del Pakistan ha annunciato un incontro a Islamabad con i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto per discutere della guerra in Iran, con la partecipazione del ministro saudita Faisal bin Farhan Al Saud, del turco Hakan Fidan e dell'egiziano Badr Abdelatty, in visita dal 29 al 30 marzo 2026. Non è la prima volta che questi quattro paesi si incontrano. Giovedì scorso i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si erano già riuniti a Riad per cercare di avviare dei negoziati, ma inizialmente non sapevano chi coinvolgere dalla parte dell'Iran. Il Wall Street Journal ha scritto che la notizia di quell'incontro ha raggiunto Trump e dato avvio alle discussioni annunciate lunedì. Ora il vertice si sposta a Islamabad, con un obiettivo più ambizioso. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha affermato che l'incontro mirerà a stabilire un meccanismo finalizzato alla de-escalation: "Discuteremo della direzione dei negoziati in questa guerra, di come questi quattro paesi valutano la situazione e di cosa si possa fare."
Perché il Pakistan e non qualcun altro
La scelta di Islamabad come sede non è casuale. È il risultato di una geometria geopolitica precisa e irripetibile. Il Pakistan viene visto come un mediatore neutrale dal regime iraniano perché non ospita basi militari statunitensi, a differenza dei paesi del Golfo, che sono coinvolti nel conflitto perché l'Iran li bombarda dall'inizio della guerra. Il Pakistan confina con l'Iran, ospita la seconda comunità sciita mondiale e ha firmato lo scorso anno un patto di difesa con l'Arabia Saudita. Un equilibrismo raro, quasi impossibile — eppure reale. La mediazione è promossa da Shehbaz Sharif, primo ministro, e dal generale Asim Munir, capo dell'esercito, che sfruttano la posizione unica del Pakistan: Stato islamico nucleare con legami strategici con entrambe le parti. Il Pakistan ha trasmesso a Teheran una proposta statunitense per porre fine alla guerra e si è offerto di ospitare i colloqui, con i funzionari iraniani che hanno indicato che eventuali negoziati potrebbero svolgersi in Pakistan o in Turchia. C'è anche un interesse nazionale concreto, non solo altruismo diplomatico. Il Pakistan è tra i paesi più esposti al conflitto: rischia l'interruzione delle importazioni di gas naturale liquefatto entro aprile. E c'è una posta in gioco storica: per Islamabad questa è una grande occasione per acquisire uno status di potenza geopolitica che non ha mai realmente avuto.
La contro-narrativa che nessuno racconta: Washington è già fuori dal tavolo
Ecco il punto che i grandi media italiani sorvolano, preferendo inquadrare tutto come una normale "iniziativa di de-escalation". La realtà è più scomoda. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che i colloqui con l'Iran stanno procedendo "molto bene", ma Teheran nega di essere in contatto con Washington. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto al suo omologo turco che Teheran è scettica sugli sforzi diplomatici recenti, accusando gli USA di avanzare "richieste irragionevoli" e di mostrare "azioni contraddittorie". In questo scenario, il quartetto Pakistan-Arabia Saudita-Turchia-Egitto non si limita a fare da postino tra Washington e Teheran. Sta costruendo un canale autonomo, una grammatica diplomatica propria. Il ministro Fidan ha dichiarato che il nuovo "sistema policentrico" mondiale richiede una soluzione per proteggere le rotte energetiche e commerciali vitali. Non è retorica: è una dichiarazione di indipendenza geopolitica. Ma c'è una crepa anche in questo fronte apparentemente compatto. Il New York Times ha rivelato che Mohammed bin Salman, principe ereditario dell'Arabia Saudita, preme su Trump per continuare la guerra contro l'Iran, vedendola come un'opportunità storica per eliminare la minaccia dell'avversario iraniano. Riad smentisce pubblicamente, dichiarando di sostenere "una soluzione pacifica". Internamente, però, la logica è diversa: meglio finire il lavoro ora che affrontare un Iran ancora più aggressivo domani. Arabia Saudita al tavolo della pace, mentre spinge per la guerra. Questa è la vera doppiezza che nessun comunicato ufficiale ammetterà mai.
Il nodo irrisolto: cosa vuole davvero l'Iran
L'Iran sta esaminando la proposta statunitense in 15 punti, sebbene un funzionario l'abbia liquidata come "unilaterale e ingiusta". Le richieste spaziano dallo smantellamento del programma nucleare iraniano alla limitazione dello sviluppo missilistico, fino all'effettiva cessione del controllo dello Stretto di Hormuz. Teheran, nel frattempo, non è rimasta passiva. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha elogiato gli "sforzi di mediazione di Islamabad per porre fine all'aggressione statunitense-israeliana contro l'Iran". Un ringraziamento pubblico che vale quanto una firma: l'Iran riconosce il Pakistan come interlocutore legittimo, non Washington. I mediatori dei paesi coinvolti si sono detti scettici sulla possibilità di trovare un accordo in tempi rapidi, e l'Iran continua a distanziarsi pubblicamente dalle trattative. Nel frattempo, Trump ha dato a Teheran fino al 6 aprile per riaprire lo Stretto di Hormuz incondizionatamente, minacciando che l'Iran sarebbe stato colpito "più duramente che mai". La diplomazia e le minacce di guerra procedono in parallelo, sullo stesso binario. Una combinazione che storicamente non finisce bene.
Quello che questo vertice dice davvero sul mondo
C'è una frase del ministro turco Fidan che merita di essere letta due volte: il mondo è diventato "policentrico". Non è un'analisi accademica. È la constatazione che il vecchio ordine — quello in cui Washington decide, l'Europa approva e il resto del mondo esegue — non esiste più. Islamabad, non Ginevra. Pakistan, non ONU. Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, non G7. Questo vertice è la fotografia di un cambio d'epoca che i media occidentali faticano ancora a mettere a fuoco, presi come sono a raccontare la guerra come uno scontro tra "noi" e "loro". Un eventuale ruolo di primo piano del Pakistan nella risoluzione della crisi sarebbe fumo negli occhi per l'India. Una soluzione diplomatica andrebbe anche a vantaggio di Nuova Delhi, per la quale la sicurezza dei rifornimenti energetici è cruciale, ma un successo di Islamabad farebbe naufragare definitivamente la strategia di isolamento del rivale storico perseguita dal primo ministro Narendra Modi. Persino la pace, in questo mondo, è diventata una merce geopolitica. Chi la porta a casa, vince. E stavolta, a portarla a casa, potrebbe essere qualcuno che l'Occidente ha sempre trattato come un attore secondario.
La domanda che nessuno fa nei salotti televisivi italiani è questa: se il Pakistan, la Turchia, l'Egitto e l'Arabia Saudita riusciranno a fermare questa guerra, cosa resterà dell'autorità morale e diplomatica dell'Europa? Cosa resterà della NATO come garante della pace? Il vertice di Islamabad non è solo una riunione di ministri degli Esteri. È il primo capitolo di un ordine mondiale che non ha ancora un nome, ma ha già un indirizzo.
Fonti utilizzate - ANSA, *"Lunedì a Islamabad incontro Pakistan-Egitto-Turchia-Arabia Saudita sulla guerra"*, 28 marzo 2026 - Sky TG24, *"Guerra Iran, le ultime news"*, 28 marzo 2026 - Al Jazeera, *"Pakistan hosts top Saudi, Turkish, Egyptian diplomats over war in Iran"*, 29 marzo 2026 - Euronews, *"Pakistan to meet with regional powers to discuss end of Iran war"*, 29 marzo 2026 - MarketScreener Italia, *"Il Pakistan ospita colloqui con Arabia Saudita, Turchia ed Egitto"*, 28 marzo 2026 - Il Post / Associazione Europa Libera, *"Cosa sappiamo di questi presunti negoziati tra Stati Uniti e Iran"*, 24 marzo 2026 - Vatican News, *"Gli Stati annunciano un negoziato per la guerra con l'Iran"*, marzo 2026 - Il Manifesto, *"L'acceleratore saudita e il freno pakistano: manovre intorno all'Iran"* - Sky TG24, *"Un mese fa l'attacco Israele-USA contro l'Iran"*, 28 marzo 2026 - Analisi Difesa, *"Guerra all'Iran: un salto nel buio"*, marzo 2026 - Il Post, *"Cosa c'entra il Pakistan nella guerra in Medio Oriente?"*, 25 marzo 2026 - La Verità, *"Il Pakistan si dice pronto a mediare tra Iran e Stati Uniti"* - NPR, *"Pakistan hosts diplomatic discussions on ending war"*, 29 marzo 2026 - Reuters / US News, *"Pakistan to Host Talks With Saudi Arabia, Turkey, Egypt"*, 28 marzo 2026 - ISPI, *"Attacco di USA e Israele all'Iran: 7 grafici per capire"*, febbraio-marzo 2026