Mentre il mondo guarda le fiamme che si levano da South Pars, qualcuno — lontano dalle bombe — sta contando i profitti.
Ieri, 18 marzo 2026, alcuni impianti dell'industria petrolifera situata nel giacimento di South Pars, nella regione di Asaluyeh, nel sud dell'Iran, sono stati attaccati da Israele.
Non è un attacco qualunque:
rappresenta per alcuni analisti la "prima vera offensiva diretta contro le infrastrutture strategiche del Golfo" dall'inizio di quella che ormai possiamo tranquillamente definire la Terza guerra del Golfo.
Riconosciuto come il più esteso bacino di gas naturale al mondo, South Pars è condiviso tra Iran e Qatar e rappresenta circa il 40 per cento della produzione di gas iraniana, pilastro fondamentale per l'intero settore energetico di Teheran.
Le stime fanno tremare i polsi:
il giacimento contiene almeno 51 trilioni di metri cubi di gas, una riserva capace teoricamente di coprire il fabbisogno globale per oltre dieci anni.
Ma la domanda che nessun grande media si pone con abbastanza insistenza è questa: chi ha davvero interesse a bruciare questo giacimento?
La storia ufficiale: un segnale a Teheran
La narrativa dominante è semplice e rassicurante: Israele ha colpito South Pars per mandare un messaggio all'Iran, che da settimane blocca lo Stretto di Hormuz paralizzando il commercio energetico globale.
Secondo fonti israeliane, l'attacco era finalizzato a segnalare a Teheran che, se avesse continuato a disturbare i flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz, avrebbe rischiato un'ulteriore escalation nel targeting delle sue infrastrutture energetiche. "Era un segnale di ciò che potrebbe venire", ha detto un funzionario israeliano.
Trump, dal canto suo, ha recitato la parte del padre che non sapeva nulla delle malefatte del figlio.
Su Truth Social ha scritto: "Gli Stati Uniti non sapevano nulla di questo attacco" — smentendo di fatto quanto poco prima affermato da fonti della sua stessa amministrazione.
Eppure, fonti citate da Axios indicano che l'operazione israeliana sarebbe stata coordinata e approvata dall'amministrazione Trump, segnando un "cambio di rotta rispetto alla precedente opposizione di Washington a colpire depositi energetici senza un consenso preventivo".
La contraddizione è lampante.
Il Wall Street Journal, citando alcune fonti, scrive che Trump era stato informato in anticipo del raid di Israele contro South Pars, e che ha ritenuto l'attacco come un messaggio a Teheran in risposta al blocco dello Stretto di Hormuz. Secondo il commander-in-chief, l'Iran aveva recepito il messaggio.
Quindi Trump sapeva. O non sapeva. A seconda di quale versione serve in quel momento.
La risposta iraniana e il caos nel Golfo
Teheran non ha aspettato.
Dopo l'attacco israeliano, l'Iran ha fatto sapere che considererà le infrastrutture energetiche nel Golfo Persico come "obiettivi legittimi", e il Brent ha superato i 108 dollari al barile.
All'attacco di Israele su South Pars, i Pasdaran hanno risposto colpendo i siti petroliferi in Qatar — dove è sotto controllo l'incendio che ha provocato vasti danni al grande impianto di Ras Laffan.
Il Qatar, paese che condivide il giacimento con l'Iran, si trova ora in una posizione paradossale: ha condannato l'attacco israeliano, è stato colpito dalla rappresaglia iraniana, ed è al tempo stesso uno dei principali beneficiari energetici di questa crisi.
Il ministero degli Esteri del Qatar ha definito l'attacco israeliano al campo South Pars "un atto pericoloso e irresponsabile".
Doha ha poi decretato l'espulsione di due diplomatici iraniani: l'addetto militare e l'addetto alla sicurezza.
Trump, invece di condannare l'attacco all'alleato qatariota, ha scelto la minaccia diretta all'Iran:
"Israele non effettuerà ulteriori attacchi contro questo importantissimo e prezioso giacimento di South Pars, a meno che l'Iran non decida imprudentemente di attaccare un paese innocente, in questo caso il Qatar. In tal caso, gli Stati Uniti d'America, con o senza l'aiuto o il consenso di Israele, faranno esplodere l'intero giacimento di gas di South Pars con una potenza e una forza che l'Iran non ha mai visto prima."
Una minaccia di distruggere il giacimento di gas più grande del mondo. Pronunciata dal presidente degli Stati Uniti. Senza che quasi nessuno abbia alzato un sopracciglio.
La vera guerra: quella che si combatte sui mercati
Qui la narrativa mainstream si ferma. Noi andiamo avanti.
I produttori americani di gas naturale sono pronti a beneficiare della grande disruption nell'offerta globale causata dall'escalation della guerra in Medio Oriente.
Non è un'opinione: è aritmetica.
Il Qatar è il secondo esportatore mondiale di GNL dopo gli Stati Uniti, coprendo circa il 20% dell'offerta globale. Con Doha fuori dai giochi — o fortemente ridimensionata — qualcuno deve riempire quel vuoto.
Chi?
Esperti citano compagnie americane come ExxonMobil, Chevron, Cheniere e Venture Global come potenziali beneficiarie, insieme a grandi gruppi europei come Shell e TotalEnergies, mentre la guerra USA-Israele contro l'Iran disturba la produzione di GNL qatariota.
I mercati l'hanno già capito:
le azioni di Cheniere Energy, il più grande esportatore di GNL negli Stati Uniti, sono salite di circa il 5,5% dopo la notizia della disruption.
Le conseguenze si misurano in numeri concreti.
Analisi di Energy Flux stima che gli esportatori americani di GNL potrebbero generare circa 4 miliardi di dollari di profitti straordinari nel solo primo mese di disruption.
Quattro miliardi. In un mese. Mentre il Golfo brucia.
Sin dal suo ritorno al potere, l'amministrazione Trump ha spinto per espandere ulteriormente il primato americano nelle esportazioni di GNL, nonostante gli avvertimenti degli analisti sui costi interni. Prima dello scoppio della guerra, la EIA prevedeva già che i prezzi del gas sarebbero saliti per gli americani nel 2027, in parte proprio a causa dell'espansione delle esportazioni. Il paese è già sulla strada per raddoppiare la sua capacità di esportazione di GNL entro il 2029.
La guerra, insomma, fa gli interessi dell'industria energetica americana. E Trump lo sa benissimo.
Il silenzio sul corridoio aereo
C'è un'altra domanda che i grandi media non fanno mai abbastanza chiaramente: come ci sono arrivati, gli aerei israeliani?
Israele non ha confini con l'Iran. Per raggiungere South Pars, nella provincia meridionale di Bushehr, i caccia israeliani devono attraversare lo spazio aereo di almeno uno tra Arabia Saudita, Giordania e Iraq.
I primi Paesi mediorientali a chiudere il proprio spazio aereo dopo l'inizio delle ostilità sono stati — oltre agli stessi Israele e Iran — Iraq, Libano, Siria e Giordania.
Arabia Saudita, invece, ha mantenuto aperti i propri cieli.
La compagnia di bandiera Emirates ha ripreso a operare facendo tappa in Arabia Saudita, che ha mantenuto aperto lo spazio aereo seppur con restrizioni sulle regioni più a rischio.
Il silenzio di Riyadh su questo punto è assordante. L'Arabia Saudita, principale rivale regionale dell'Iran, principale beneficiaria dell'indebolimento di Teheran, ha mantenuto aperto il cielo mentre i caccia israeliani volavano verso il giacimento di gas più grande del mondo. Nessuno lo dice esplicitamente. Nessuno lo chiede ufficialmente.
L'Europa paga il conto
In tutto questo, c'è chi paga senza nemmeno sedersi al tavolo.
I futures europei sul gas naturale sono schizzati di oltre l'80% in una settimana in risposta alla perdita di forniture dal Qatar.
L'Europa sta affrontando uno scenario quasi peggiore del caso: il suo divieto legislativo sul gas russo — sia via pipeline che GNL — entra in vigore il 18 marzo, e sarà gradualmente implementato nel corso dell'anno.
Tradotto: l'Europa ha tagliato il gas russo per dipendenza politica dagli Stati Uniti, e ora deve comprare gas americano a prezzi da guerra.
I compratori non possono evitare questi rischi, specialmente nel corso della vita di un contratto ventennale. Ma il GNL americano, ora, ha aggiunto un fascino di lungo termine che prima non aveva.
È un cerchio perfetto. La guerra ridisegna la mappa energetica globale esattamente nella direzione che serve a Washington.
Le bombe e i bilanci
Chiamiamola con il suo nome: questa non è solo una guerra militare. È una guerra energetica combattuta con bombe ma vinta — o persa — nei trading desk di Houston, Londra e Singapore.
Un analista di MST Marquee lo ha detto senza giri di parole: "Una carenza di GNL è un male per l'Europa e l'Asia. Ma è un bene per gli Stati Uniti, perché le esportazioni americane beneficiano dei prezzi alti."
South Pars brucia. Il Brent supera i 108 dollari. I futures del gas americano volano. E Trump — lo stesso Trump che dice di non sapere nulla dell'attacco — minaccia di distruggere l'intero giacimento se l'Iran non si comporta bene.
La domanda giusta non è: "Israele ha agito da solo?" La domanda giusta è: chi compra il gas che l'Iran non venderà più?
La risposta la trovate nei bilanci trimestrali di Cheniere Energy. Non nei comunicati della Casa Bianca.