Il movimento palestinese ha chiesto a Teheran di smettere di colpire i paesi del Golfo. Una frase sola che rivela anni di contraddizioni, doppi legami e una trappola geopolitica da cui Hamas non è mai riuscito a uscire.

C'è una frase che vale più di mille analisi geopolitiche.

Hamas, su Telegram, ha scritto: "pur affermando il diritto della Repubblica islamica d'Iran a rispondere a tale aggressione con tutti i mezzi possibili, il movimento invita i suoi fratelli in Iran a non prendere di mira i vicini".

I "vicini" sono Qatar, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Bahrein — i paesi che in questi giorni vengono colpiti dai missili iraniani nel contesto della nuova guerra scoppiata il 28 febbraio 2026.

Traduzione: Hamas sta chiedendo al suo principale fornitore di armi di smettere di bombardare i suoi principali finanziatori. Se questa non è una trappola perfetta, non sappiamo come chiamarla.

La morsa che stringe Hamas da decenni

Per capire questa scena, bisogna fare un passo indietro. Hamas non è mai stato — e non è oggi — un semplice proxy di Teheran.

Il rapporto tra Iran e Hamas si distingue per la sua complessità, dal momento che il movimento palestinese è di matrice sunnita, mentre Teheran ha da sempre privilegiato il sostegno a formazioni sciite.

Due mondi teologicamente distanti, uniti da un nemico comune: Israele.

Fin dalla sua fondazione Hamas è stato finanziato principalmente dall'Iran, e da quando governa la Striscia di Gaza — cioè dal 2007 — ha ricevuto sostegno economico dal Qatar.

Due padroni, due logiche opposte. L'Iran fornisce missili e addestramento militare. Il Qatar fornisce soldi, sede diplomatica e legittimità internazionale. La domanda che nessuno si è mai posto abbastanza chiaramente è: cosa succede quando questi due padroni entrano in rotta di collisione?

Succede esattamente quello che vediamo oggi.

Il 2012: la prima volta che Hamas disse no a Teheran

Non è la prima volta che questa frattura emerge. C'è un precedente preciso, spesso dimenticato.

Lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011 provocò una spaccatura tra Teheran e Hamas, che sostennero parti opposte del conflitto. L'Iran fornì truppe e assistenza militare strategica per sostenere il presidente Bashar al-Assad, un membro della minoranza alawita.

Hamas, movimento sunnita con radici nella Fratellanza Musulmana, non poteva stare dalla parte di Assad.

Hamas scelse di sostenere il campo ribelle, quello che agiva contro l'asse sciita radicale guidato dall'Iran. In risposta, il regime di Assad chiuse tutti gli uffici di Hamas in Siria nel 2012. Di conseguenza, Hamas trasferì il suo quartier generale dalla Siria al Qatar e alla Turchia.

Quella fu la crisi del 2012 tra Hamas e Iran, che costrinse il movimento a diversificare le sue fonti di finanziamento, come spiega il professor Andrea Molle della Chapman University. Fu allora che il Qatar diventò il nuovo centro di gravità finanziario di Hamas.

Il piccolo Stato del Golfo cementò la sua relazione con Hamas nell'ottobre 2012, quando l'emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani, divenne il primo capo di Stato straniero a visitare la Gaza governata da Hamas. Durante la visita, promise 400 milioni di dollari alla piccola striscia costiera.

Il Qatar: padrino, mediatore e ostaggio

Capire il Qatar è capire tutto.

Il capolavoro strategico del Qatar resta l'essersi imposto come mediatore con Hamas, di cui in realtà è socio di maggioranza. La dipendenza del vertice estero di Hamas dalla dinastia Al Thani è totale. Non solo perché vive in ville lussuose a Doha, ma perché da vent'anni è il Qatar — in collaborazione con l'Iran — a finanziare, consigliare e potenziare militarmente Hamas.

I numeri parlano chiaro.

Dal 2007 il Qatar ha trasferito alla Striscia circa 1,8 miliardi di dollari, con una media recente di 360 milioni all'anno, usati in gran parte per salari e assistenza.

Sono i soldi che pagano gli stipendi degli impiegati pubblici di Gaza, che tengono accese le luci negli ospedali, che alimentano la sopravvivenza civile di due milioni di persone.

Ora quei soldi sono in pericolo.

Il regime di Teheran ha risposto agli attacchi israelo-americani mettendo in pratica le sue minacce e lanciando centinaia di missili e droni in direzione dei suoi vicini arabi: Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrein e naturalmente Arabia Saudita.

Le autorità del Qatar hanno annunciato di aver intercettato due missili, dopo aver fatto evacuare diverse aree strategiche di Dubai. Nelle prime ore del mattino, i piloti di intercettazione hanno abbattuto due proiettili sul centro di Doha.

Doha sotto i missili iraniani. Hamas che chiede a Teheran di fermarsi. La contraddizione strutturale è esplosa nel momento peggiore possibile.

L'errore strategico dell'Iran

C'è un aspetto che i media mainstream ignorano quasi completamente: colpire il Golfo non è solo una scelta militare dell'Iran. È un errore strategico che sta alienando alleati potenziali e rafforzando i nemici.

Secondo un'analisi di Reuters, inviando missili verso gli stati del Golfo, l'Iran ha fatto capire a questi paesi che rappresenta una minaccia per loro, rischiando così di spingerli a sostenere gli attacchi USA-Israele. L'ex direttore della CIA David Petraeus ha fatto eco a questi sentimenti, affermando che i colpi iraniani contro altri stati del Golfo erano probabilmente un errore strategico che potrebbe trascinare ulteriori paesi nella guerra.

Nonostante il presidente Pezeshkian si sia scusato con gli stati vicini per i raid e abbia ordinato alle forze armate di cessare gli attacchi, le Guardie Rivoluzionarie hanno continuato, esponendo una frattura interna nel governo iraniano.

Anche l'Iran, quindi, non è monolitico. Anche Teheran ha le sue contraddizioni interne. I Pasdaran che ignorano il presidente civile. Il caos che si mangia la strategia.

Chi ci guadagna da questa notizia?

Bisogna dirlo chiaramente: la notizia dell'appello di Hamas all'Iran è stata lanciata da Israel Hayom, quotidiano israeliano di orientamento conservatore. Pubblicarla in questo momento — mentre la guerra è in corso e i negoziati sono bloccati — serve oggettivamente a mostrare Hamas come un attore debole, diviso dai suoi alleati, incapace di controllo. È propaganda? Non necessariamente. I fatti sembrano reali.

Hamas ha effettivamente esortato il suo alleato Iran a cessare gli attacchi contro i Paesi vicini del Golfo.

Ma il contesto in cui viene amplificata questa notizia non è neutro.

Chi mostra Hamas come un burattino senza fili, proprio mentre si decide il futuro di Gaza, ha un interesse preciso: togliere al movimento ogni credibilità negoziale. Se Hamas non controlla nemmeno i propri alleati, come può essere interlocutore di un accordo?

La trappola che Hamas non ha mai risolto

La vera storia è questa: Hamas è intrappolato in una contraddizione che non ha mai affrontato davvero.

Il movimento islamista sunnita palestinese è stato considerato parte dell'asse della resistenza per via della sua opposizione a Israele e agli Stati Uniti.

Ma quell'asse è a guida sciita iraniana, con obiettivi e interessi che non coincidono sempre con quelli palestinesi.

Mentre Hamas si avvicina all'Iran e ai suoi alleati, il gruppo palestinese rischia di compromettere i legami con un sostenitore chiave dell'ultimo decennio: il Qatar. La dinamica più intrigante in gioco sembra essere la relazione di Hamas con il Qatar, che rimane il governo regionale più determinato a continuare a resistere a qualsiasi normalizzazione del regime di Assad.

Hamas ha bisogno dell'Iran per le armi. Ha bisogno del Qatar per i soldi e per la diplomazia. Ha bisogno della Fratellanza Musulmana sunnita per la legittimità religiosa. Questi tre pilastri tirano in direzioni diverse. E quando la regione esplode — come sta esplodendo oggi — quella tensione diventa insostenibile.

I fondi provenienti dal Golfo erano così rilevanti che nel dicembre 2019 l'allora leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, dichiarò al ministro degli Esteri del Qatar che i fondi provenienti dal Golfo rappresentavano "l'arteria principale di Hamas".

Oggi quella arteria è sotto i missili iraniani.

La "resistenza unita" era sempre una storia di convenienza

Il messaggio di Hamas su Telegram — "fratelli, non colpite i nostri vicini" — non è solo un appello disperato. È la confessione pubblica di una contraddizione che dura da decenni. La "resistenza unita" è sempre stata una narrazione di comodo: utile all'Iran per proiettare potere regionale, utile a Hamas per giustificare le armi, utile al Qatar per giocare su tutti i tavoli.

Alienati dalle politiche settarie, i sunniti islamisti come la Fratellanza Musulmana e Hamas hanno cominciato a opporsi pubblicamente all'Iran e a Hezbollah, allineandosi con Turchia e Qatar, paesi impegnati in una competizione geopolitica con l'Iran.

La crepa che oggi vediamo non è un incidente. È la conseguenza logica di una contraddizione strutturale che nessuno ha mai avuto il coraggio — o la forza — di risolvere. Hamas è un movimento palestinese, con radici sunnite, finanziato da una monarchia del gas e armato da una teocrazia sciita. Questi due mondi non potevano stare insieme per sempre.

La vera domanda che nessuno pone è questa: dopo la guerra, dopo le macerie, dopo i missili su Doha e le rovine di Gaza — chi sarà disposto a ricostruire, e a quale prezzo? Il Qatar vorrà ancora essere il bancomat di un movimento che non riesce a controllare i propri alleati? L'Iran vorrà ancora investire in un proxy che pubblicamente gli dice di fermarsi?

La risposta a queste domande disegnerà il Medio Oriente dei prossimi vent'anni. E nessuno, nei palazzi del potere, sembra averla ancora.