Undici miliardi e trecento milioni di dollari in sei giorni. Senza una dichiarazione di guerra. Senza un voto del Congresso. Senza che nessuno vi abbia chiesto cosa ne pensate. Benvenuti nell'ultima guerra americana: quella che non si può chiamare guerra.

L'operazione che non esiste (ma costa un miliardo al giorno)

Si chiama "Operation Epic Fury" e dal 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti bombardano l'Iran in coordinamento con Israele.

Funzionari dell'amministrazione Trump hanno stimato, durante un briefing congressuale, che i primi sei giorni della guerra contro l'Iran sono costati agli Stati Uniti almeno 11,3 miliardi di dollari.

Ma la cifra è già superata:

gli Stati Uniti hanno speso almeno 12 miliardi di dollari nella guerra con l'Iran nelle prime due settimane del conflitto. L'ultima stima è stata fornita da Kevin Hassett, direttore del National Economic Council, che ha dichiarato in un'intervista a CBS News che la campagna militare era costata circa 12 miliardi di dollari fino a quel momento.

E non è finita qui.

I costi previsti della guerra saranno probabilmente molto più alti, poiché il Dipartimento della Difesa starebbe lavorando a una richiesta di oltre 50 miliardi di dollari in spesa di emergenza per sostituire le munizioni usate e le attrezzature perse finora nel conflitto.

Cinquanta miliardi. Di emergenza. Per una guerra che non si chiama guerra.

Chi incassa: i nomi che non compaiono nei titoli

Mentre i media mainstream discutono di "deterrenza" e "minaccia nucleare iraniana", c'è una domanda che quasi nessuno fa ad alta voce: chi produce le armi che stiamo bruciando a un miliardo al giorno?

I numeri parlano da soli.

I missili del sistema difensivo aereo Patriot costano circa 4 milioni di dollari l'uno. Secondo alcune fonti, fino a 11 di questi missili sono stati usati per intercettare un singolo missile iraniano: 44 milioni di dollari di soldi pubblici per abbattere un solo proiettile nemico.

Chi li produce?

I Patriot sono realizzati da Raytheon e da Lockheed Martin, che produce anche i THAAD.

E i missili da crociera Tomahawk?

Raytheon, che produce i missili Tomahawk, ha un nuovo accordo con il Pentagono per aumentare la produzione a 1.000 unità all'anno.

La reazione della Casa Bianca alla carenza di scorte è stata immediata e rivelatrice.

Il presidente Trump ha incontrato i dirigenti dei principali contractor della difesa statunitense, mentre il Pentagono lavora per ripristinare le forniture ridotte dagli attacchi contro l'Iran. L'incontro sottolinea la determinazione dell'amministrazione nel rimpinguare le scorte di armi. Aziende tra cui Lockheed Martin e RTX, controllante di Raytheon, insieme a fornitori chiave, sono state invitate a partecipare.

Il risultato?

Le grandi compagnie statunitensi della difesa hanno concordato di "quadruplicare la produzione" di alcuni armamenti. L'annuncio ha coinvolto i vertici aziendali di BAE Systems, Boeing, Honeywell Aerospace, L3Harris Missile Solutions, Lockheed Martin, Northrop Grumman e Raytheon. Trump ha scritto che "si è concordato di quadruplicare la produzione di armi di Exquisite Class".

Quadruplicare la produzione. In tempo di "non-guerra". Mentre DOGE taglia i fondi ai vaccini per i bambini.

Il paradosso di chi taglia tutto tranne le bombe

Si sarebbe perdonati per aver dimenticato che il presidente Trump è tornato in carica l'anno scorso promettendo di tagliare drasticamente la spesa pubblica. Ha nominato Elon Musk per guidare un'iniziativa che ha devastato le agenzie governative, mettendo fine a contratti e tagliando fondi ritenuti non necessari.

Il confronto è brutale.

La senatrice Elizabeth Warren ha dichiarato ai giornalisti dopo un briefing riservato: "Mentre non ci sono soldi per 15 milioni di americani che hanno perso la loro assistenza sanitaria, c'è un miliardo di dollari al giorno da spendere per bombardare l'Iran."

I numeri alternativi sono vertiginosi.

L'assistenza all'infanzia negli Stati Uniti costa in media più di 13.000 dollari all'anno. Con 12 miliardi si potrebbe coprire un anno di assistenza per circa 900.000 bambini.

Oppure si potrebbe finanziare il sistema dei parchi nazionali americani per oltre tre anni. O formare 120.000 nuovi infermieri.

Invece, quei soldi bruciano nel cielo di Teheran.

La Costituzione violata in diretta

Il nodo giuridico è enorme, e viene sistematicamente minimizzato.

Il War Powers Resolution, approvato dal Congresso nel 1973 superando il veto del presidente Nixon, mirava a garantire che i legislatori avessero un ruolo nell'approvazione dei conflitti armati che coinvolgono gli Stati Uniti senza una formale dichiarazione di guerra.

La legge prevede che il presidente possa inviare le forze armate statunitensi in azione all'estero solo con "autorizzazione legislativa" del Congresso, o in caso di "emergenza nazionale creata da un attacco contro gli Stati Uniti, i suoi territori o le sue forze armate".

L'Iran non ha attaccato il territorio americano. Eppure la guerra è partita. E il Congresso?

I membri del Congresso non hanno formalmente autorizzato una guerra in Iran, anche se presto potrebbero essere chiamati ad approvare finanziamenti di emergenza per l'impresa, senza alcuna proiezione da parte dell'amministrazione Trump su quanto possa durare o quanto possa costare.

La risposta dell'amministrazione è stata spiazzante nella sua franchezza.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato ai giornalisti: "Nessuna amministrazione presidenziale ha mai accettato il War Powers Act come costituzionale — né i presidenti repubblicani, né quelli democratici. Detto questo, abbiamo rispettato la legge al 100%."

Traduzione: la legge non vale, ma l'abbiamo rispettata. Una contraddizione che in un sistema democratico funzionante avrebbe scatenato un terremoto istituzionale. Invece, dal 1973, la maggior parte dei presidenti ha ignorato in parte o del tutto il War Powers Resolution.

Trump non fa eccezione — è solo più esplicito.

Il tentativo parlamentare di arginare il conflitto è stato respinto.

La risoluzione invocava il War Powers Act del 1973 per richiedere al presidente di ritirare le forze statunitensi dall'Iran a meno che il Congresso non autorizzi esplicitamente il conflitto attraverso una dichiarazione di guerra o una specifica autorizzazione all'uso della forza militare.

Ma dopo i raid di Trump sulle installazioni nucleari iraniane, il Congresso aveva già respinto i tentativi di invocare il War Powers Resolution del 1973.

Il costo umano che non fa notizia

Mentre si discute di miliardi e di contratti, c'è un conteggio che scorre in silenzio.

La guerra, al suo undicesimo giorno, ha causato centinaia di vittime in Medio Oriente. I raid israeliani e americani hanno ucciso più di 1.200 persone in Iran, secondo la Mezzaluna Rossa iraniana. Tredici persone sono morte in Israele e sei negli Emirati Arabi Uniti, mentre 570 persone sono morte in Libano. Sette militari americani sono morti in guerra e 140 sono rimasti feriti.

Sette soldati americani morti. Nessun dibattito pubblico. Nessuna dichiarazione di guerra. Solo un post su Truth Social e un briefing riservato al "Gang of Eight".

La domanda che resta

Come ha ricordato Stephanie Savell, direttrice del Cost of War Project alla Brown University, "una lezione della storia è che una guerra che si suppone breve ha queste enormi ripercussioni che si propagano nel tempo".

Lo sappiamo dal Vietnam. Lo sappiamo dall'Iraq, dove nel 2008 gli economisti Laura Blimes e Joseph Stiglitz avevano già determinato che il costo della guerra in Iraq sarebbe stato di almeno 3 trilioni di dollari.

Lo sappiamo dall'Afghanistan. E ora lo stiamo imparando di nuovo, con gli stessi attori, gli stessi contractor, la stessa retorica.

Un sondaggio CBS News ha rilevato che la maggior parte degli americani disapprova la guerra con l'Iran e ritiene che l'amministrazione Trump non abbia spiegato chiaramente i suoi obiettivi. Circa la metà degli americani crede che la guerra potrebbe durare mesi o anni.

La domanda che nessun grande media pone con sufficiente forza è questa: se non è una guerra, perché costa come una guerra? E se è una guerra, perché non l'ha decisa il popolo americano attraverso i suoi rappresentanti?

La risposta, forse, è la più scomoda di tutte: perché quando la guerra è un affare, è meglio non chiamarla per nome.