Il problema vero che entrambi i fronti usano male. La notte dell'8 maggio 2019, in una saletta dell'Hotel Champagne di Roma, si decideva il futuro della procura più importante d'Italia.
Nella stanza c'erano Luca Palamara — ex presidente dell'ANM, membro del CSM, uno degli uomini più potenti della magistratura italiana — e cinque consiglieri del CSM in carica. C'erano anche due politici: Luca Lotti, deputato del PD, braccio destro di Matteo Renzi, all'epoca già imputato in un processo a Roma. E Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia nel governo Renzi.
Quello che si stava discutendo era semplice: chi doveva diventare il prossimo procuratore capo di Roma. Non sulla base dei curricula. Non sulla base del merito. Sulla base di chi faceva comodo a chi.
Palamara lo sapeva, perché era intercettato. C'era un trojan nel suo telefono, installato dalla procura di Perugia — competente per le indagini sui magistrati romani — che registrava tutto. Quella notte le trascrizioni riempirono le prime pagine di tutti i giornali italiani. E il sistema che aveva governato la magistratura italiana per decenni si mostrò, per un momento, nella sua forma vera.
Chi era Palamara e cosa rappresentava
Luca Palamara non era un magistrato marginale. Era stato il presidente dell'ANM — l'Associazione Nazionale Magistrati, il sindacato delle toghe — dal 2008 al 2012. Era stato eletto al CSM nel 2014, dove era rimasto fino al 2019. Era uno degli uomini più influenti nel sistema di governo della magistratura italiana.
Ma soprattutto era il grande tessitore. Quello che cuciva gli accordi tra le correnti, quello che sapeva chi voleva cosa, quello che bilanciava gli interessi e trovava le soluzioni. Non era un'anomalia del sistema: era il sistema che aveva trovato il suo interprete più capace.
"La verità è che dietro ogni nomina c'è un patteggiamento che coinvolge le correnti della magistratura, i membri laici del CSM e, direttamente o indirettamente, i loro referenti politici, e ciò è ampiamente documentabile." — Luca Palamara, dal libro-intervista «Il Sistema», con Alessandro Sallusti
Questa frase — scritta da Palamara stesso dopo la radiazione — è il punto di partenza per capire tutto il resto. Il problema non era Palamara come individuo corrotto. Il problema era il sistema che lo aveva prodotto, che lo aveva fatto crescere, e che continuava a funzionare anche dopo che lui era stato eliminato.
CHI ERA PALAMARA IN NUMERI
25 anni in magistratura. Presidente ANM 2008-2012. Membro del CSM 2014-2019. Radiato dall'ordine giudiziario nel 2020, decisione confermata dalla Cassazione nel 2021. Condannato per corruzione con pena patteggiata. Il suo libro «Il Sistema» ha venduto 250.000 copie. Nel gennaio 2026 ha pubblicato un nuovo libro: «Il Sistema colpisce ancora».
Come funzionava il mercato delle nomine
Per capire lo scandalo Palamara bisogna capire come funzionavano le correnti della magistratura. Le correnti sono gruppi interni all'ANM con posizioni politico-culturali riconoscibili: Magistratura Indipendente (centrodestra), Area-Democratica per la Giustizia (centrosinistra progressista), Unicost (centro), Autonomia e Indipendenza. Si candidano alle elezioni per il CSM, organizzano il consenso tra i magistrati, e i loro eletti portano avanti le posizioni del gruppo.
In teoria, è pluralismo interno. In pratica, era diventato qualcos'altro.
Le chat sequestrate dal telefono di Palamara mostrarono un sistema in cui le nomine ai posti direttivi — procuratore capo, presidente di tribunale, posizioni di vertice — non venivano decise sulla base del merito professionale. Venivano decise sulla base degli accordi tra correnti. Tu mi dai questo posto, io ti do quell'altro. E per formalizzare l'accordo, si votava. Spesso all'unanimità.
IL MESSAGGIO PIÙ CELEBRE: Una chat sequestrata dal telefono di Palamara, scritta alla vigilia di un'assegnazione: «Scegli chi ci deve andare e poi mettiamo a bando il posto». Traduzione: prima si decide chi vincerà il concorso, poi si pubblica il bando. Il bando è una formalità. Il vincitore era già stato scelto.
E come finivano quelle nomine? All'unanimità. Quasi tutte. Sempre. Il CSM dell'era Palamara, tra il 2014 e il 2018, produceva nomine unanimi in percentuale vicina al 100%. L'unanimità non era il segno di un sistema sano in cui tutti convergevano sul miglior candidato. Era la firma del patto: se abbiamo già deciso tutto, tanto vale votare tutti insieme.
DOPO PALAMARA: LA COSMESI
Dopo lo scandalo del 2019, le nomine unanimi sono scese all'80%. Il vicepresidente del CSM Fabio Pinelli lo ha presentato come un successo — segno di normalizzazione. Ma un magistrato ha fatto notare su Facebook che l'80% di unanimità descrive un sistema che continua a funzionare allo stesso modo, solo con più discrezione. Meno WhatsApp, più incontri di persona.
I politici nella stanza: il lato che entrambi nascondono
Qui arriva la parte che i sostenitori del Sì usano parzialmente e i sostenitori del No vorrebbero che dimenticassi.
All'Hotel Champagne non c'erano solo magistrati. C'erano Luca Lotti e Cosimo Ferri — due politici del PD, partito all'opposizione del centrodestra che oggi promuove la riforma. Lotti era all'epoca imputato in un processo romano. Aveva quindi un interesse diretto a sapere chi avrebbe guidato la procura di Roma.
Palamara stesso, nel suo libro, è esplicito: il sistema non era solo delle correnti dei magistrati. Era un sistema che coinvolgeva anche i laici del CSM — nominati dai partiti — e attraverso loro i partiti stessi. La spartizione delle nomine non era solo interna alla magistratura. Era una spartizione tra correnti di magistrati e referenti politici.
QUELLO CHE I SOSTENITORI DEL SÌ NON DICONO: Palamara afferma che il sistema coinvolgeva «direttamente o indirettamente i referenti politici» delle nomine. La riforma Nordio vuole risolvere questo problema con il sorteggio dei togati — eliminando le correnti interne alla magistratura. Ma lascia inalterato il meccanismo dei laici nominati dalla politica, e anzi lo rende potenzialmente più influente attraverso le liste parlamentari. Stai risolvendo metà del problema e potresti aggravare l'altra metà.
QUELLO CHE I SOSTENITORI DEL NO NON DICONO: Il sistema Palamara coinvolgeva politici del loro stesso campo — Lotti e Ferri erano entrambi del PD. Difendere lo status quo significa anche difendere il sistema che ha permesso a esponenti del centrosinistra di sedersi a un tavolo con un magistrato per decidere chi guidava la procura di Roma. Non è una posizione difendibile con argomenti nobili.
La verità scomoda è che il sistema delle correnti ha sempre avuto referenti in entrambi gli schieramenti politici. La magistratura non era — e non è — uno strumento esclusivo della sinistra. Era uno spazio di potere autonomo con le sue logiche, i suoi accordi, le sue convenienze. E ogni partito ci ha messo le mani, quando ne ha avuto l'occasione.
Le conseguenze: un capro espiatorio e poco altro
Lo scandalo esplose nell'estate del 2019. Cinque consiglieri del CSM si dimisero o si autosospesero. Palamara fu espulso dall'ANM e poi radiato dalla magistratura. Il Presidente della Repubblica Mattarella parlò di "modestia etica" e di "coacervo di manovre nascoste". Sembrava l'inizio di un cambiamento profondo.
Non lo fu.
Sul fronte penale, solo Palamara fu condannato — con pena patteggiata. Gli altri soggetti coinvolti — compresi i politici presenti all'Hotel Champagne — uscirono indenni. Cosimo Ferri aveva lo scudo parlamentare: la Camera rifiutò l'autorizzazione a usare le intercettazioni che lo riguardavano. Lotti fu processato ma per altre vicende.
Sul fronte disciplinare, i cinque consiglieri del CSM presenti all'hotel furono sanzionati con sospensioni. Ma queste sanzioni diventarono esecutive solo cinque anni dopo, nel 2024, quando la Cassazione rigettò i ricorsi. Nel frattempo, almeno alcuni di loro avevano continuato a fare i giudici.
Sul fronte interno alla magistratura, la riforma del 2022 — la riforma Cartabia — introdusse un meccanismo di sorteggio temperato nella selezione delle candidature al CSM, per ridurre il peso delle correnti. Le nomine unanimi scesero dall'80% al... 80%. Il meccanismo cambio leggermente. Il sistema rimase.
"A distanza di anni, non è che molto sia cambiato, soprattutto per quanto riguarda l'accertamento delle responsabilità. La voglia di rinnovamento, sanzionando ad esempio le condotte non consone allo status del magistrato, pare essersi fermata. Il sospetto è che si voglia chiudere il prima possibile una pagina non proprio edificante per la magistratura, dopo aver trovato il capro espiatorio perfetto: Luca Palamara." — Ristretti.org, analisi a due anni dallo scandalo
IL CSM CHIEDE I DANNI A PALAMARA
Nel novembre 2025, mentre la campagna referendaria si accendeva, il Comitato di presidenza del CSM ha deciso di citare Palamara davanti al giudice civile, chiedendo oltre 202.000 euro di danni per il «pregiudizio all'immagine del Consiglio». Palamara ha risposto annunciando che si riserva di impugnare le sentenze di patteggiamento. La guerra continua — in tribunale, mentre il referendum avanza.
Come entrambi i fronti usano Palamara in modo disonesto
Lo scandalo Palamara è diventato il grimaldello retorico di questa campagna. Entrambi i fronti lo usano. Entrambi in modo parziale e strumentale.
Come lo usa il fronte del Sì
I sostenitori del Sì — governo, centrodestra, avvocati penalisti — usano Palamara come prova che il sistema delle correnti è marcio fino alle radici e che il sorteggio è l'unica cura possibile. Ogni volta che qualcuno difende l'elezione dei componenti del CSM, viene risposto con "ricordatevi di Palamara".
Il problema è che questo argomento è selettivo. Palamara stesso ha scritto che il sistema coinvolgeva anche i laici nominati dalla politica — la componente che la riforma non tocca con il sorteggio, anzi quella su cui la politica avrà più controllo attraverso le liste parlamentari. Usare Palamara per giustificare il sorteggio dei togati senza affrontare il problema dei laici politici è onestà intellettuale a metà.
LA CONTRADDIZIONE DEL FRONTE DEL SÌ: Palamara dice «il sistema coinvolge le correnti E i referenti politici». La riforma colpisce le correnti con il sorteggio ma rafforza potenzialmente l'influenza dei referenti politici attraverso le liste parlamentari. Stai usando la diagnosi per giustificare una terapia che cura metà della malattia e lascia l'altra metà libera di crescere.
Come lo usa il fronte del No
I sostenitori del No — magistratura, ANM, opposizione — preferiscono minimizzare Palamara o presentarlo come un'eccezione patologica già risolta. Sostengono che il sistema disciplinare ha funzionato — Palamara è stato radiato — e che non serve cambiare la Costituzione per problemi che si risolvono con norme ordinarie.
Il problema è che questa lettura è comoda ma falsa. Palamara non era un'eccezione: era il prodotto di un sistema che premia chi sa gestire gli accordi tra correnti meglio di chi sa fare il magistrato. Il fatto che sia stato radiato non significa che il sistema sia cambiato — significa che il sistema ha trovato un capro espiatorio. Le nomine sono ancora all'80% di unanimità. Le correnti esistono ancora. Gli accordi si fanno ancora, solo con meno tracce digitali.
LA CONTRADDIZIONE DEL FRONTE DEL NO: Se il problema era solo Palamara come individuo, perché dopo la sua radiazione il CSM continua a produrre nomine quasi unanimi? Se il sistema si è autoriparato, perché il meccanismo descritto da Palamara — accordi preventivi tra correnti, nomine decise prima del bando — è ancora riconoscibile nel funzionamento del CSM attuale?
Il sorteggio risolve davvero il problema Palamara?
Questa è la domanda che nessuno fa con onestà. I sostenitori del Sì dicono sì, ovviamente. I sostenitori del No dicono no, ovviamente. La realtà è più sfumata — e per certi versi più preoccupante di entrambe le risposte.
Il sorteggio dei membri togati del CSM eliminerebbe il meccanismo elettorale che alimenta le correnti. Se nessuno deve fare campagna elettorale per entrare al CSM, nessuno ha bisogno di promettere favori. Nessuno deve restituire il voto ricevuto con una nomina compiacente. In questo senso, il sorteggio attacca il problema alla radice.
Ma crea un problema nuovo. I magistrati sorteggiati non hanno necessariamente l'esperienza istituzionale, la visione sistemica, la consapevolezza politica necessarie per governare l'autogoverno di una magistratura di 9.000 persone. Non nel senso di consapevolezza partitica — ma nel senso di chi capisce come funzionano le nomine, quali sono i criteri di valutazione professionali, come si bilanciano esigenze diverse.
"Attraverso il sorteggio della componente togata si mira a smantellare le correnti, producendo di fatto un gruppo di magistrati atomizzati. Sorteggiando i membri togati dalla totalità dei magistrati si finisce per portare nell'organo di autogoverno individui tecnicamente competenti, ma privi di quella consapevolezza politica necessaria per difendere l'indipendenza della magistratura dalle pressioni esterne." — Fanpage.it — analisi critica del sorteggio
Traduzione: un CSM fatto di magistrati sorteggiati casualmente, senza esperienza istituzionale e senza il collante delle correnti, potrebbe essere più facilmente influenzato dalla componente laica — quella nominata dalla politica — che avrebbe invece una direzione chiara, un mandato preciso, interessi ben definiti.
In altri termini: il sorteggio potrebbe risolvere il problema del correntismo interno alla magistratura creando al suo posto un problema di influenza politica esterna. Non è certo — dipende da come vengono scritte le leggi ordinarie — ma è il rischio strutturale che l'architettura della riforma non affronta.
"Il sorteggio è la fine del correntismo." — Luca Palamara, dichiarazione pubblica del 2026
Palamara — l'uomo simbolo dello scandalo — è favorevole al sorteggio. Questo dato merita riflessione. O il sorteggio è davvero la soluzione giusta, e anche chi ne ha beneficiato l'ha capito. Oppure Palamara vede nel sorteggio qualcosa che i suoi promotori non hanno pienamente considerato: un sistema meno blindato contro le influenze esterne, in cui chi ha i numeri in Parlamento per controllare le liste può ottenere ciò che le correnti gli hanno sempre negato.
Le correnti oggi: il sistema che non è cambiato
Per capire lo stato attuale del sistema che la riforma vuole modificare, vale la pena descriverlo con precisione.
Le principali correnti oggi in campo al CSM sono: Magistratura Indipendente (orientamento centrodestra), Area-Democratica per la Giustizia (centrosinistra progressista), Unicost — Unità per la Costituzione (centro moderato), Autonomia e Indipendenza (corrente fondata dal magistrato Piercamillo Davigo, orientamento autonomista). Esiste poi una quota crescente di magistrati che si definiscono indipendenti ma che spesso si appoggiano a una corrente per le elezioni.
Il 90% dei magistrati italiani è iscritto all'ANM. Le correnti propongono i candidati, organizzano il consenso, influenzano gli orientamenti del CSM. Le elezioni per il CSM avvengono ogni quattro anni e sono, di fatto, elezioni politiche interne alla magistratura — con campagne, programmi, alleanze.
IL DATO CHE PESA
Prima del 2019, il 90-100% delle nomine al CSM erano unanimi. Dopo lo scandalo Palamara e la riforma Cartabia del 2022, la percentuale è scesa all'80%. Questo significa che ogni cinque nomine, quattro vengono ancora decise con accordo preventivo tra correnti. Il cambiamento è marginale. Il sistema non si è autoriparato: si è solo adattato.
La domanda che nessuno vuole farti
Dopo aver letto tutto questo, c'è una domanda che emerge con forza e che nessuno dei due fronti vuole che tu ti faccia:
SE IL SISTEMA DELLE CORRENTI È IL PROBLEMA, E SE IL SORTEGGIO POTREBBE CREARNE UNO NUOVO, ESISTE UNA TERZA VIA? Una riforma che rafforzi davvero la meritocrazia, che colpisca le correnti senza consegnare il CSM alla politica, che garantisca l'indipendenza senza produrre un organo di autogoverno vuoto di capacità istituzionale? La risposta è: probabilmente sì. Ma non è questa riforma. E il No non ha proposto nessuna alternativa concreta.
Questo è il punto che mette entrambi i fronti in difficoltà. Il Sì propone una soluzione al problema reale — ma quella soluzione ha buchi enormi nelle leggi ordinarie di attuazione. Il No denuncia quei buchi — ma non ha una proposta alternativa. Difende lo status quo di un sistema che si è dimostrato corrotto, con la promessa implicita che si riformerà da solo.
La storia degli ultimi trent'anni suggerisce che non lo farà.
Ora conosci il problema reale che questa riforma vuole risolvere. E conosci i limiti della soluzione proposta.
Il passo successivo è guardare da vicino chi ha proposto questa soluzione. Non il principio astratto della separazione delle carriere — ma il governo concreto che ha scritto questa legge, cosa ha detto, cosa ha contraddetto, cosa ha taciuto. Perché quando un governo ti dice che vuole fare una cosa per il tuo bene, la prima domanda da fare è: e per il suo?