C'è una data che vale la pena fissare bene in testa: 15 gennaio 2026. È il giorno in cui il GUP di Firenze, Patrizia Martucci, ha firmato il decreto di archiviazione dell'indagine su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri come presunti mandanti occulti delle stragi del 1993. Ma questa notizia è rimasta sepolta per quasi cinque mesi. Il grande pubblico l'ha saputo solo il 4 giugno. E in poche ore, quella firma silenziosa si è trasformata in un evento politico di prima grandezza. Questa è la storia che vale la pena raccontare. Non l'archiviazione in sé. Ma quello che ci è stato costruito sopra. Sesta volta. Non prima. È la sesta archiviazione a trent'anni dalla strage del 1993. Non la prima, non la seconda. La sesta. Il filone d'indagine, più volte archiviato e poi riaperto, aveva avuto origine dai colloqui intercettati in carcere nel 2017 tra il boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano e il suo compagno di cella Adinolfi. Ogni volta che l'indagine veniva archiviata, c'erano nuovi elementi che la riaprivano. Ogni volta che veniva riaperta, il centrodestra gridava alla persecuzione. Ogni volta che veniva richiusa, gridava alla vittoria. Oggi grida alla vittoria definitiva.
Cosa dice davvero il decreto?
Il 4 giugno sono stati resi noti alcuni stralci del provvedimento firmato il 15 gennaio 2026. Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge la motivazione centrale: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». "Mancano elementi concreti." Non: "Non è successo nulla." Non: "Berlusconi era innocente." Solo: non abbiamo trovato prove sufficienti per portarlo a processo. È una distinzione fondamentale che quasi nessuno ha fatto nei commenti delle ultime due settimane. E c'è un dettaglio che brucia ancora di più: la GIP ha archiviato perché, scrivono gli stessi PM, manca «la ragionevole previsione di condanna», eppure su Dell'Utri resta «un quadro indiziario significativo». Un quadro indiziario significativo. Parole che non si trovano nei comunicati di Forza Italia.
La macchina narrativa si mette in moto
Pochi minuti dopo la diffusione della notizia, Marina Berlusconi ha rilasciato una nota durissima. La figlia dell'ex premier ha parlato di chiusura reiterata del procedimento: «È la sesta volta che l'assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla. È la sesta volta che viene archiviata, come sempre su richiesta stessa dei pubblici ministeri. È un risultato che non stupisce, visto che parliamo di un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico». Poi, Marina ha alzato il tiro, collegando l'archiviazione alla battaglia politica in corso sulla riforma della giustizia: «L'incredibile storia dell'inchiesta di Firenze mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana, e conferma anche che la sconfitta del referendum di marzo è stata un'immensa occasione perduta per il nostro Paese. I nodi da sciogliere sono tanti, a partire dall'assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati. Quella della giustizia resta un'emergenza. La bandiera del garantismo non può e non deve essere ammainata». Notate la sequenza: un'archiviazione per insufficienza di prove diventa, nel giro di poche righe, l'ennesima prova che i magistrati devono essere responsabili civilmente. L'obiettivo non è chiudere un capitolo. È aprirne un altro. E poi arriva la telefonata. La premier Giorgia Meloni avrebbe avuto una conversazione telefonica con Marina Berlusconi, si racconta in ambienti parlamentari. Meloni ha poi dichiarato pubblicamente che «l'archiviazione rappresenta l'ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: l'assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata». "Incontrovertibile." Una parola che non appartiene al lessico giuridico di un'archiviazione. Ma appartiene perfettamente al lessico della propaganda.
Il dettaglio che nessuno ha notato: il decreto era coperto da omissis
Il decreto è di cinque pagine fitte di omissis, perché l'antimafia di Firenze sta ancora lavorando. E dentro c'è una frase che gela i festeggiamenti: ci sono «soggetti in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, mai veicolate alla magistratura». Ci sono soggetti che sanno qualcosa e non hanno mai parlato con i magistrati. Questo non è il capitolo finale di una storia. È la conferma che la storia non è finita. E non è tutto. Tra i filoni ancora attivi figura quello che riguarda l'ex comandante del Ros, il generale Mario Mori, indagato per l'ipotesi di favoreggiamento per presunte omissioni rispetto ai piani stragisti. Inoltre è in corso il processo che vede imputato Salvatore Baiardo, accusato di calunnia in relazione a una foto che coinvolgerebbe personalità pubbliche.
La voce che nessuno ha messo in prima pagina
In mezzo a tutto questo rumore, c'è una voce che quasi nessun grande giornale ha messo in prima pagina. Quella di Luigi Dainelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage dei Georgofili. Quella strage in cui tra il 26 e il 27 maggio 1993, l'esplosione di una bomba provocò la morte di Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, delle loro figlie Nadia e Caterina, e dello studente di architettura Dario Capolicchio, ferendo inoltre 41 persone. Dainelli non ha festeggiato. Non ha gridato alla persecuzione. Ha detto qualcosa di più semplice e devastante: «Da parte mia non c'è delusione, o almeno non più di tanto. Del resto è la sesta archiviazione, un'archiviazione che fa parte di quel 10% che manca alla verità storica. Ne prendo atto, ho troppo rispetto per la magistratura». Il 10% che manca. Trent'anni dopo. Gaspare Spatuzza, ex boss di Brancaccio, aveva dichiarato: «Le stragi in Continente erano qualcosa fuori Cosa Nostra; ci stavamo portando dietro dei morti che non ci appartenevano». Un boss mafioso che dice che quelle bombe non erano solo affari di mafia. E l'associazione dei familiari delle vittime che da anni chiede di sapere chi c'era dietro. «Era evidente che la strategia delle bombe in continente del 1993 non poteva essere pensata e organizzata solo dalla mafia, che quantomeno doveva aver goduto di appoggi esterni e convergenti di altre entità che potevano aver interesse a destabilizzare lo Stato democratico e/o creare le condizioni per nuovi equilibri».
La condanna che rimane
C'è un elefante nella stanza che la narrativa della vittoria si guarda bene dal nominare. Il 9 maggio 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Dell'Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa: «cerniera» tra Berlusconi e i vertici di Cosa Nostra, dicono i giudici. Dell'Utri è stato condannato in via definitiva per aver fatto da tramite tra Berlusconi e la mafia. Quella sentenza non è stata toccata da nessuna archiviazione. Non è stata "spazzata via" da nessuna telefonata. Eppure nei comunicati trionfali di questi giorni, non viene mai citata.
Il meccanismo che dobbiamo smontare
Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni non è semplicemente la difesa di una famiglia davanti a un'archiviazione. È qualcosa di più sofisticato e di più pericoloso: la trasformazione di un atto giudiziario in un'arma politica. Schema: archiviazione → "vittima della giustizia" → attacco ai magistrati → riforma della giustizia. Il tutto in cinque ore. Norma, quest'ultima — la responsabilità civile dei magistrati — che proprio ieri è stata chiesta a gran voce da Forza Italia nel corso di un vertice di maggioranza in via Arenula e che la Lega si dice pronta ad approvare entro fine legislatura. Non è un caso. È una strategia. E in tutto questo, le vittime di via dei Georgofili, di via Palestro, di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro aspettano ancora. Per quelle stragi è già stato condannato l'allora gotha di Cosa Nostra: Totò Riina, Filippo e Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro. Resta però ancora un grande punto interrogativo sui mandanti esterni. Quella domanda non è stata archiviata. È solo rimasta senza risposta.
Riflessione finale
In un paese normale, quando si chiude un'indagine sulle peggiori stragi della storia repubblicana, la premier chiama i familiari delle vittime. Non gli eredi dell'indagato. In un paese normale, la parola "archiviazione" viene spiegata per quello che è: la mancanza di prove sufficienti per un processo, non un certificato di innocenza. In un paese normale, il 10% di verità che manca su dieci morti innocenti vale almeno quanto il sollievo di una famiglia potente. Ma questo non è un paese normale. È un paese in cui la storia viene riscritta in tempo reale, mentre i vecchi sopravvissuti aspettano una verità che si allontana ogni anno di più.
Fonti utilizzate: - ANSA, *Berlusconi archiviato per le stragi mafiose del 1993. Marina: "Disastro giustizia"*, 4 giugno 2026 - AGI, *Archiviate le accuse contro Berlusconi e Dell'Utri per le stragi del '93*, 4 giugno 2026 - L'Espresso, *Stragi del '93, archiviate le accuse contro Dell'Utri e Berlusconi: restano i punti interrogativi sui mandanti esterni*, 4 giugno 2026 - Left.it, *Gridano all'assoluzione, ma è un'archiviazione. E la sentenza vera resta lì*, 5 giugno 2026 - Antimafia Duemila, *Mandanti esterni stragi '93: archiviazione per Dell'Utri*, 4 giugno 2026 - Antimafia Duemila, *Entità esterne dietro la Strage dei Georgofili. Basta con silenzi e depistaggi* - Antimafia Duemila, *Milano-Roma: l'asse delle stragi del '93 tra bombe e trattative* - Novaradio, *Archiviazione per Dell'Utri, l'Ass. vittime dei Georgofili: "Fiducia nella procura"*, 5 giugno 2026 - Il Fatto Quotidiano, *Trattativa Stato-mafia, Di Matteo: "La sentenza della Cassazione è un colpo di spugna"*, aprile 2024 - Wikipedia, *Trattativa Stato-mafia* (aggiornata maggio 2026) - Comune di Firenze, *27 maggio 1993, la strage di via dei Georgofili* - PalermoToday, *Mandanti esterni delle stragi del '93, archiviate le accuse contro Berlusconi e Dell'Utri*, 4 giugno 2026