Mentre Teheran brucia e Tel Aviv conta i morti, l'unica cosa che il mondo occidentale sembra incapace di fare è guardare allo specchio.
Il 17 marzo 2026, diciannove giorni dopo l'inizio della guerra più pericolosa che il Medio Oriente abbia visto in decenni, l'aviazione israeliana ha condotto un preciso attacco in cui è stato eliminato Ali Larijani, il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, che operava come leader de facto del regime iraniano.
Con lui, sono stati uccisi anche suo figlio Morteza, il suo vice Alireza Bayat e alcune guardie del corpo.
La risposta di Teheran non si è fatta attendere: l'Iran ha lanciato missili con testate a grappolo contro Tel Aviv, definendo l'attacco una risposta all'uccisione del segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale.
Una coppia israeliana di settant'anni è rimasta uccisa durante l'attacco missilistico. Secondo quanto riferito dalla polizia, bombe a grappolo hanno colpito l'edificio residenziale in cui vivevano a Ramat Gan, appena fuori Tel Aviv.
Chi era davvero Ali Larijani, e perché la sua morte cambia tutto
I media occidentali lo descrivono genericamente come "capo della sicurezza iraniana". Ma questa definizione è riduttiva fino all'inganno.
Nato il 3 giugno 1958 a Najaf, in Iraq, da una famiglia benestante della città iraniana di Amol, Larijani apparteneva a una dinastia così influente che nel 2009 il magazine Time la descrisse come i "Kennedy dell'Iran".
I suoi fratelli hanno occupato alcune delle posizioni più potenti in Iran, tra cui la magistratura e l'Assemblea degli Esperti, il consiglio accademico incaricato di scegliere e supervisionare la Guida Suprema.
Non era un militare di carriera.
Larijani era un ex ufficiale dei Guardiani della Rivoluzione che aveva poi diretto la radiotelevisione di Stato, servito come principale negoziatore nucleare dell'Iran e come presidente del parlamento per oltre un decennio. Più recentemente, era tornato al cuore del potere come segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, sedendo all'incrocio tra le decisioni militari, di intelligence e politiche.
Era, in altre parole, uno dei pochi in grado di operare all'interno dell'apparato di sicurezza mantenendo al contempo canali negoziali esterni. Aveva contribuito a plasmare la postura nucleare dell'Iran ed era coinvolto in tentativi discreti di riaprire canali con Washington, anche mentre le tensioni salivano.
Per decenni Larijani era stato il volto calmo e pragmatico dell'establishment iraniano — un uomo che aveva scritto libri sul filosofo tedesco del Settecento Immanuel Kant e negoziato accordi nucleari.
La sua tesi di dottorato era su Kant. Studiava la filosofia della ragione mentre costruiva uno dei più sofisticati apparati di sicurezza del Medio Oriente. Un personaggio, insomma, che non si lascia ridurre a una didascalia.
Eppure è proprio questo il punto:
senza Larijani, la capacità di gestire entrambi i lati di una crisi si riduce. La sua morte significa anche che la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei perde uno dei pochi uomini che sapevano davvero come il padre gestiva il potere.
La domanda che nessuno fa: chi voleva sabotare i negoziati?
Per capire l'eliminazione di Larijani, bisogna tornare indietro di tre settimane.
Il 28 febbraio 2026, Israele e Stati Uniti hanno scatenato una pesante offensiva aerea contro l'Iran mentre erano ancora in corso i pur stentati tentativi di negoziato tra Washington e Teheran sul nucleare e sull'arsenale missilistico.
Non è un dettaglio secondario.
Il 17 febbraio 2026, nel corso di colloqui indiretti a Ginevra mediati dall'Oman, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che Iran e Stati Uniti avevano raggiunto un'intesa su alcuni "principi guida", pur ammettendo che un accordo non era imminente.
Il nuovo round di colloqui del 26 febbraio si era concluso senza accordo. Le principali divergenze riguardavano il mantenimento da parte iraniana dell'arricchimento dell'uranio, l'inclusione nel negoziato del programma di missili balistici e del sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali.
Due giorni dopo, erano partiti i missili.
Secondo un'analisi critica del portale GeoPop, agli iraniani veniva chiesto non solo di smettere di arricchire uranio, ma anche di rinunciare ai missili balistici e di abbandonare tutti i loro alleati regionali. In pratica, era una proposta irricevibile, e così i negoziati sono falliti.
Larijani era precisamente il tipo di figura che poteva tenere aperti quei canali. Era abbastanza duro da essere credibile con i Pasdaran, abbastanza pragmatico da poter parlare con l'Occidente.
Aveva accusato il presidente americano Donald Trump di essere caduto in una "trappola israeliana" ed era al centro della risposta del sistema di governo iraniano alla sua crisi più grande dal 1979.
La sua eliminazione non è solo un colpo militare: è la rimozione chirurgica dell'unico interlocutore credibile che Teheran potesse offrire a un tavolo negoziale.
Chi ci guadagna? Chi vuole che questa guerra non finisca.
Le bombe che l'Occidente non sa condannare
Arriviamo al secondo piano di questa storia, quello che i media mainstream sfiorano senza mai atterrare davvero.
L'Iran ha usato bombe a grappolo su Tel Aviv. È una violazione del diritto internazionale umanitario. Amnesty International lo ha già documentato durante la "guerra dei 12 giorni" del giugno 2025:
l'uso da parte delle forze iraniane di munizioni a grappolo durante quella guerra con Israele è stata una flagrante violazione del diritto internazionale umanitario. Le forze iraniane avevano lanciato missili balistici le cui testate contenevano submunizioni in aree residenziali popolate di Israele, mettendo in pericolo i civili.
Giusto condannarlo. Ma attenzione al contesto.
A luglio 2023, la Convenzione sulle munizioni a grappolo risultava ratificata da 111 Paesi, tra cui l'Italia. Esistono però importanti stati, produttori di munizioni e loro componenti, che non hanno firmato la convenzione, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, India, Iran, Israele, Pakistan e Brasile.
Né Iran né Israele hanno mai firmato.
Mentre Israele ha caratterizzato i recenti attacchi iraniani come crimini di guerra, la realtà legale è governata non da un divieto assoluto ma dall'applicazione del diritto internazionale consuetudinario. Né Israele né la Repubblica Islamica dell'Iran sono parti della Convenzione del 2008 sulle munizioni a grappolo, il che significa che non sono vincolati da un divieto assoluto basato su un trattato.
E Israele stesso?
Le immagini verificate mostrano submunizioni israeliane utilizzate in Libano.
Israele aveva usato munizioni a grappolo nella sua guerra del 2006 contro Hezbollah in Libano, dichiarando poi che avrebbe limitato il loro impiego.
La Commissione Winograd, l'inchiesta interna israeliana su quella guerra, rimane un punto di riferimento critico: la commissione identificò tre problemi centrali: una mancanza intrinseca di accuratezza nella maggior parte dei metodi di lancio, un'ampia area di dispersione delle submunizioni e l'alto numero di "duds" che restano attivi molto dopo un attacco.
Il risultato?
I raid israeliani sull'Iran, che nel momento in cui si scriveva avevano causato già oltre 550 morti, erano stati seguiti da un lungo silenzio da parte delle istituzioni europee, che avevano pensato di non dover condannare l'azione degli alleati americano e israeliano, anche se immotivata e illegale.
Poi, quando l'Iran ha risposto con le stesse armi, è scattata la condanna immediata.
Il doppio standard non è un'anomalia del sistema. È il sistema.
Un'intelligence che sa troppo
C'è un'ultima domanda che nessun grande media si pone con la dovuta insistenza: come ha fatto Israele a localizzare Larijani nei pressi di Teheran, in piena guerra, in un paese che da settimane caccia le spie del Mossad?
Secondo quanto riferito, un uomo accusato di aver fornito immagini e informazioni sul regime al Mossad — l'agenzia di intelligence israeliana per l'estero — è stato ucciso mercoledì.
Non è un caso isolato. L'intelligence israeliana ha eliminato, in poche settimane, la Guida Suprema Khamenei, il comandante dei Pasdaran, il capo del Basij Gholamreza Soleimani e ora Larijani.
Larijani è il più alto funzionario iraniano ucciso negli attacchi USA-israeliani sull'Iran dall'assassinio dell'ex Guida Suprema Khamenei, avvenuto il primo giorno della guerra, il 28 febbraio.
Una tale precisione chirurgica non si ottiene con i satelliti. Si ottiene con fonti umane profondamente infiltrate nell'apparato di potere iraniano. Il che solleva una domanda scomoda: da quanto tempo queste fonti erano in posizione? E cosa sapevano dei negoziati che Larijani stava conducendo in segreto?
La guerra che non vuole finire
Il professor Mohamad Elmasry, dell'Istituto di Studi Superiori di Doha, ha detto che USA e Israele stanno giocando a "Whac-A-Mole" mentre colpiscono i leader iraniani. "C'è sempre un altro leader — quindi non penso che questo suggerisca alcun tipo di collasso del regime iraniano".
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha detto la stessa cosa ad Al Jazeera:
"Non capisco perché gli americani e gli israeliani non abbiano ancora compreso questo punto: la Repubblica Islamica dell'Iran ha una solida struttura politica con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate. La presenza o l'assenza di un singolo individuo non influisce su questa struttura."
Nel frattempo, i prezzi del petrolio hanno superato i 100 dollari al barile e alcune nazioni che dipendono dagli approvvigionamenti che arrivano dallo Stretto di Hormuz stanno adottando strategie d'emergenza per mitigare la crisi.
Qualcuno sta pagando questa guerra con la vita. Qualcun altro la sta pagando alla pompa di benzina. E qualcun altro ancora — quello che conta davvero — non la sta pagando affatto.
Le bombe a grappolo su Tel Aviv sono orribili. I raid su Teheran che hanno ucciso centinaia di civili sono orribili. Ma il vero crimine, quello che nessun tribunale internazionale sembra voler processare, è la sistematica demolizione di ogni possibilità di pace — condotta con la stessa precisione chirurgica con cui si eliminano i negoziatori.
Larijani scriveva su Kant. Kant diceva che la pace perpetua è possibile, ma richiede che le nazioni rinuncino alla guerra come strumento di politica. Qualcuno, evidentemente, non ha letto abbastanza filosofia.