4 milioni di dollari. È quello che costa un missile PAC-3 MSE, il missile intercettore del sistema di difesa aerea Patriot americano. Lo Shahed-136 iraniano che abbatte costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari.
Ogni volta che parte un PAC-3 MSE, l'Iran incassa una vittoria economica senza fare niente.Questo è il cuore della strategia iraniana. Non vincere la guerra. Renderla insostenibile.
Il conto della difesa
Dall'inizio del conflitto il 28 febbraio, i sistemi difensivi americani e alleati hanno intercettato oltre 2.000 attacchi tra droni e missili iraniani. Ogni intercettazione ha un prezzo. Il PAC-3 MSE — missile intercettore del sistema Patriot — costa 4 milioni di dollari a colpo. Il THAAD, il sistema per le minacce ad alta quota, arriva tra i 12 e i 15 milioni a missile.
Dall'altra parte: uno Shahed-136 iraniano costa tra i 20.000 e i 50.000 dollari. Il rapporto è circa 1 a 100 — in favore di Teheran.
Secondo i calcoli di Kelly Grieco, ricercatrice senior allo Stimson Center, per ogni dollaro che l'Iran spende per costruire uno Shahed, gli Alleati ne spendono tra 20 e 28 per abbatterlo.
Lockheed Martin produce circa 620 missili PAC-3 MSE in tutto un anno. Se il conflitto consumasse 800 intercettori in pochi giorni — cifra plausibile a questi ritmi — ci vorrebbero oltre 15 mesi di produzione a pieno regime solo per rimpiazzarli. L'Iran nel frattempo produce tra i 200 e i 500 droni Shahed al mese, sotto sanzioni, con tecnologia semplice e linee produttive difficili da distruggere.
Secondo Al Jazeera, gli Stati Uniti starebbero bruciando circa 2 miliardi di dollari al giorno nella guerra. Con il rischio concreto di esaurire le scorte di intercettori se il conflitto si trascina.
Non è una guerra di fuoco. È una guerra di bilancio.
Lo stretto e il paradosso energetico
L'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz. Il 2 marzo l'IRGC ha confermato la chiusura, minacciando qualsiasi nave in transito. Attraverso quello stretto passava un quinto del petrolio mondiale. Adesso non passa quasi niente.
Il calcolo iraniano è semplice: bloccare il petrolio del Golfo fa salire i prezzi globali, colpisce le economie occidentali e crea pressione politica su Washington.
Ma c'è un problema con questo ragionamento — e vale la pena dirlo chiaramente.
I prezzi del gas naturale negli Stati Uniti sono rimasti sostanzialmente stabili dall'inizio del conflitto, con un aumento del 7%. In Asia e in Europa sono esplosi. Perché? Perché gli Stati Uniti non dipendono dal gas del Golfo. Lo esportano.
Le azioni di Cheniere e Venture Global — i due maggiori esportatori americani di GNL — sono salite rispettivamente del 7% e quasi del 24% in una settimana dopo che il Qatar ha fermato la produzione. Il CEO di Venture Global ha dichiarato agli analisti che gli Stati Uniti "giocheranno un ruolo critico in questa disruption storica del mercato".
Gli analisti stimano un profitto straordinario per i produttori americani di GNL. I terminali americani stanno già girando a piena capacità — non venderanno più gas, ma lo venderanno a prezzi molto più alti.
In altre parole: la chiusura dello Stretto fa guadagnare soldi all'industria energetica americana. Il dollaro si rafforza con il petrolio alto. L'inflazione importata gonfia i numeri del PIL nominale. E un debito pubblico massiccio come quello americano si alleggerisce — in termini reali — con l'inflazione.
L'arma economica di Teheran si è parzialmente ritorta contro di lei.
Il fronte cyber
L'11 marzo il gruppo Handala — con documentati legami all'intelligence iraniana — ha rivendicato un attacco wiper contro Stryker, colosso americano dei dispositivi medici con sede in Michigan. Il gruppo afferma di aver cancellato dati da oltre 200.000 sistemi, server e dispositivi mobili, costringendo Stryker a chiudere uffici in 79 paesi.
Stryker ha confermato una "disruption globale al suo ambiente Microsoft". Il sistema Lifenet — usato dai paramedici per trasmettere dati cardiaci agli ospedali — è andato non funzionale in diversi stati americani.
Iran ha condotto in passato alcuni degli attacchi wiper più distruttivi della storia: Saudi Aramco nel 2012, il Sands Casino nel 2014. La tecnica è la stessa — cancellazione totale dei dati — ma i bersagli si stanno spostando verso l'infrastruttura civile americana.
Il vero bersaglio: la politica interna americana
Allora perché lo Stretto rimane comunque un problema per Washington?
Perché i prezzi della benzina li pagano gli americani alle pompe, non le grandi compagnie energetiche. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, figlio del predecessore ucciso, ha dichiarato che il Golfo resterà chiuso come "strumento di pressione". La pressione non è sul PIL. È sull'elettore americano.
Trump governa con un consenso già fragile. Una guerra aperta, cara, senza una vittoria visibile, con la benzina che sale — è esattamente lo scenario che logora un'amministrazione a metà mandato.
Questa è la scommessa iraniana. Non distruggere l'economia americana. Rendere il costo politico insostenibile abbastanza a lungo da costringere Washington a trattare.
I droni da 50.000 dollari che bruciano missili PAC-3 MSE da 4 milioni. Le mine che tengono chiuso lo Stretto a costo quasi zero. Il cyber che colpisce ospedali e aziende senza bisogno di un aereo. L'Iran ha investito decenni nella guerra asimmetrica proprio per questo: costruire una forza che non può vincere lo scontro diretto ma può rendere il conflitto proibitivamente costoso per una democrazia.
Fonti