C'è una parola che in Occidente viene usata con il contagocce quando il soggetto è ebreo e con il megafono quando il soggetto è arabo. Quella parola è terrorismo. Un articolo pubblicato da Haaretz il 17 aprile 2026 la usa senza esitazione, senza virgolette, senza scuse: il terrorismo ebraico esiste. E chi ancora finge di non vederlo, sta scegliendo da che parte stare. Il pezzo è significativo non solo per quello che dice, ma per chi lo dice e da dove. Haaretz è il quotidiano israeliano di riferimento per il giornalismo d'inchiesta, quello che il governo Netanyahu vorrebbe silenziare — e ci ha già provato, bloccando finanziamenti pubblici e comunicazioni ufficiali con la redazione. Quelle parole dell'editore Amos Schocken, che aveva osato definire terrorismo l'uso della violenza contro i civili a prescindere da chi la esercita, hanno fatto "saltare i ministri del governo israeliano sulla sedia". Il giornalista che firma l'articolo di questa settimana è cresciuto nei territori occupati: conosce quella realtà dall'interno, non dai comunicati stampa.
I numeri che nessuno vuole leggere ad alta voce
Partiamo dai fatti, che sono ostinati anche quando scomodi. Secondo i dati registrati dall'IDF e dallo Shin Bet, gli attacchi di coloni ebrei estremisti contro palestinesi e forze di sicurezza israeliane in Cisgiordania sono aumentati del 27% nel 2025 rispetto all'anno precedente. E il numero degli episodi gravi — sparatorie, incendi dolosi, altri crimini violenti classificati dalle stesse forze di sicurezza israeliane come terrorismo — è aumentato di oltre il 50%. Non è propaganda palestinese. Non è un'ONG di Bruxelles. Sono i militari israeliani a dirlo. Nel periodo tra novembre 2024 e ottobre 2025, più di 36.000 palestinesi sono stati sfollati, e il rapporto ONU ha registrato 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni che hanno causato vittime o distruzione di proprietà, in aumento rispetto ai 1.400 del periodo precedente. In ottobre 2025, durante la stagione della raccolta delle olive, sono stati documentati 264 episodi di violenza dei coloni in tutta la Cisgiordania, una media di oltre otto attacchi al giorno — il numero più alto mai registrato dall'organizzazione dall'inizio delle sue rilevazioni. Ottobre, la stagione degli ulivi. Non è un caso: la violenza ha raggiunto il picco proprio durante la raccolta delle olive, una stagione economica cruciale per gli agricoltori palestinesi. Bruciare gli ulivi, impedire la raccolta, sradicare gli alberi: non è violenza spontanea, è una strategia economica di esproprio. Il sistema funziona. Funziona troppo bene. La narrativa ufficiale presenta questi episodi come atti di "elementi estremisti", franchi tiratori della società israeliana che il governo fatica a contenere. È una bugia comoda. Comoda per chi la racconta, comoda per chi la riceve. L'ONG israeliana Yesh Din, che monitora queste violenze da vent'anni, è arrivata a una conclusione netta: "Questo fallimento sistematico persiste da oltre due decenni, dimostrando che la politica di mancata applicazione della legge non è una svista, ma la prova che Israele intenzionalmente consente la violenza contro civili inermi". Lo Stato di Israele e le sue agenzie di polizia in Cisgiordania sono direttamente responsabili di questa violenza. I dati lo confermano senza possibilità di equivoco: il 93,6% di tutti i fascicoli di indagine monitorati da Yesh Din riguardanti reati ideologicamente motivati commessi da israeliani contro palestinesi in Cisgiordania si è concluso senza un'incriminazione. Dal 2005, solo il 3% dei fascicoli aperti per crimini ideologicamente motivati contro palestinesi ha portato a condanne totali o parziali. Il 97% di impunità non è un fallimento del sistema giudiziario. È il sistema giudiziario che funziona esattamente come progettato.
Il ministro della sicurezza che era un terrorista
Qui si arriva al cuore del paradosso. Chi dovrebbe reprimere questa violenza? Il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, l'uomo che controlla la polizia israeliana. Colono nella Cisgiordania occupata, Ben Gvir si è avvicinato fin dall'adolescenza al movimento sionista estremista Kach, diventando coordinatore della sua ala giovanile. È noto anche per aver tenuto nel suo salotto il ritratto del terrorista Baruch Goldstein, che nel 1994 uccise 29 fedeli musulmani palestinesi a Hebron. Nel 2007 è stato condannato per aver sostenuto un'organizzazione terroristica e per incitamento al razzismo contro gli arabi. Ben Gvir ha una lunga storia di attivismo anti-arabo, con dozzine di incriminazioni e almeno otto condanne per reati che includono incitamento al razzismo e sostegno a un'organizzazione terroristica. Come avvocato, era noto per difendere ebrei accusati di terrorismo estremista nei tribunali israeliani. Un uomo condannato per terrorismo dirige le forze di polizia che dovrebbero perseguire i terroristi. Se questa frase vi sembra assurda, è perché lo è. Ma è la realtà politica di Israele nel 2026.
Il doppio standard che nessuno vuole nominare
L'ONU ha osservato che quanto accade in Cisgiordania, insieme allo sfollamento dei palestinesi a Gaza, "sembra indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, finalizzata a uno sfollamento permanente, il che solleva preoccupazioni di pulizia etnica". Eppure il termine "terrorismo" rimane rigorosamente riservato agli attori palestinesi nel lessico della maggior parte dei media occidentali. Quando un palestinese lancia una pietra, è un atto terroristico. Quando un colono armato brucia una casa, è un "incidente" o al massimo un "atto di estremismo". Secondo accademici israeliani firmatari di una petizione pubblica, il "terrorismo ebraico" non è un'anomalia del governo Netanyahu, ma uno strumento della sua agenda politica, che include l'annessione de facto della Cisgiordania attraverso lo sradicamento della popolazione palestinese. Vale la pena ricordare che il rapporto dell'Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha rilevato che la confisca di terre palestinesi per l'espansione degli insediamenti, insieme ad altre politiche e pratiche discriminatorie, "hanno costituito un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e violenza sistematica da parte di Israele contro i palestinesi", in violazione del diritto internazionale sul divieto di segregazione razziale e apartheid.
Perché l'articolo di Haaretz conta davvero
L'articolo pubblicato questa settimana non è rilevante perché svela qualcosa di nuovo. I dati erano già lì. Le ONG li documentavano. L'ONU li citava. Quello che cambia è la voce: un israeliano cresciuto tra i coloni che chiede ai propri connazionali di scegliere. Non è propaganda palestinese. Non è un'accusa dall'esterno. È una voce che viene dall'interno di quella società, e che dice: questa non è difesa, questa è violenza organizzata con copertura di Stato. Haaretz mantiene "una linea coerente di opposizione alle politiche ufficiali" in un paese dove le forze di sinistra tradizionali sono ormai in bancarotta politica. Pubblicare questo articolo, in questo momento, con questo titolo, è un atto politico. E il governo Netanyahu lo sa benissimo.
La scelta che non possiamo evitare
Il titolo dell'articolo di Haaretz pone una domanda diretta: sei a favore o contro il terrorismo ebraico? È una domanda scomoda perché costringe a uscire dalla zona grigia in cui i media occidentali si sono confortevolmente installati da decenni. Mentre gli occhi del mondo sono puntati su altri fronti, la violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania ha registrato livelli allarmanti. Non è un effetto collaterale della guerra. Non è follia di pochi estremisti. È una politica di esproprio sistematico, protetta dall'impunità, sostenuta da ministri con precedenti penali per terrorismo, documentata dai dati delle stesse forze armate israeliane. Chiamarla con il suo nome non è antisemitismo. È giornalismo. È il minimo che possiamo fare per chi, sotto quegli ulivi bruciati, non ha neanche il lusso di scegliere da che parte stare.
Fonti: - Haaretz, *Jewish terrorism exists, the only question is: are you for or against it?*, 17 aprile 2026 - Yesh Din, *Data Sheet: Law Enforcement on Israeli Civilians in the West Bank (Settler violence) 2005–2025*, febbraio 2026 - Times of Israel, *IDF: Settler violence rose by 27% in 2025, severe attacks spiked by over 50%*, gennaio 2026 - ONU – Alto Commissariato per i Diritti Umani, *Rapporto sulla Cisgiordania occupata*, novembre 2024 – ottobre 2025 - La Regione / Contropiano, *ONU denuncia espulsioni senza precedenti: 36.000 palestinesi sfollati*, marzo 2026 - B'Tselem, *Settler Violence = State Violence*, aggiornamenti 2025-2026 - L'Espresso, *Nel 2025 i crimini dei coloni israeliani in Cisgiordania sono aumentati del 27%*, gennaio 2026 - Il Fatto Quotidiano, *Chi è il ministro Ben Gvir*, gennaio 2023 - Il Manifesto, *Palestina, il filo rosso tra apartheid e terrorismo di Stato*, aprile 2026 - Al Jazeera, *Mapping the rise in Israeli settler attacks across the occupied West Bank*, ottobre 2025 - Vatican News, *Palestina, l'allarme per l'aumento della violenza dei coloni*, marzo 2026