Un oggetto volante non identificato attraversa un confine internazionale e uccide sedici persone. In Europa sarebbe un atto di guerra. In Africa orientale, è una nota a piè di pagina.

Il 19 marzo 2026, un drone proveniente dal territorio sudanese ha colpito una zona del Ciad orientale, uccidendo almeno 16 civili.

La guerra in Sudan è iniziata nell'aprile del 2023 e ha causato almeno 150.000 morti e una delle crisi umanitarie peggiori di questo secolo.

Ora quella guerra ha varcato un confine. E nessuno, ufficialmente, sa chi ha premuto il grilletto.

Ma i droni militari non si perdono. Non sbagliano nazione per distrazione.

Un teatro di guerra che si allarga, in silenzio

Prima di analizzare chi ha lanciato quel drone sul Ciad, è necessario capire il contesto in cui si inserisce.

Le Nazioni Unite avvertono che la guerra dei droni in Sudan, in rapida escalation, ha ucciso più di 200 persone in poco più di una settimana, mentre scuole, ospedali e infrastrutture civili diventano obiettivi.

Non si tratta di episodi isolati.

Secondo i dati disponibili fino al 12 marzo 2026, in Sudan si sono registrati 198 attacchi con droni nel solo 2026, che hanno ucciso 478 persone. 52 di questi attacchi hanno coinvolto civili. In una finestra di due giorni del mese scorso, più di 60 persone sono state uccise dai droni, di cui 15 erano bambini.

Attacchi su due mercati separati ad Abu Zabad e Wad Banda il 7 marzo hanno lasciato almeno 40 civili morti, e un camion che trasportava civili è stato colpito da un presunto drone delle forze armate sudanesi il 10 marzo, uccidendo almeno 50 persone. L'Alto commissario dell'ONU per i diritti umani Volker Türk ha dichiarato di essere sconvolto dall'impatto devastante sui civili dei crescenti attacchi con droni in Sudan.

Ma l'attacco in Ciad è diverso. È una violazione di sovranità territoriale. È la guerra che trabocca fuori dai confini. E il Ciad, già al limite delle sue forze, non può permettersi altro.

Il Ciad: il paese che non regge più

Il Ciad ospita 1,3 milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie case, tra cui più di 760.000 rifugiati sudanesi arrivati dopo lo scoppio della guerra nell'aprile del 2023. Le famiglie continuano ad attraversare il confine ogni giorno — la maggior parte donne e bambini — aumentando la pressione su uno dei Paesi più poveri del mondo.

Solo una settimana fa, un attacco con droni attribuito alle forze armate sudanesi aveva già colpito il mercato frontaliero di Adikong, in Sudan, al confine con il Ciad, uccidendo 4 persone bruciate vive a causa della deflagrazione. All'ospedale supportato da MSF ad Adré, in Ciad, sono arrivati 23 civili feriti, tra cui 4 donne e 7 bambini sotto i 15 anni.

Era il secondo attacco mortale con droni effettuato ad Adikong in meno di un mese.

Il confine tra Sudan e Ciad non è una linea su una mappa. È una zona di morte che si allarga.

Chi arma i droni? Seguire il filo porta ad Abu Dhabi

Nessuna delle due fazioni — né le Forze Armate Sudanesi (SAF) né le Forze di Supporto Rapido (RSF) — ha rivendicato l'attacco in Ciad. Ma per capire chi potrebbe averlo lanciato, bisogna seguire la filiera delle armi. E quella filiera porta, con documentazione schiacciante, agli Emirati Arabi Uniti.

Le agenzie di intelligence statunitensi hanno riferito che gli Emirati Arabi Uniti hanno aumentato la fornitura di droni cinesi e altri sistemi d'arma alle RSF sudanesi. Il Dipartimento della Difesa e il Bureau of Intelligence and Research del Dipartimento di Stato hanno entrambi segnalato un aumento del flusso di armi dagli Emirati al gruppo paramilitare accusato di aver commesso genocidio in Darfur. Le forniture includono droni avanzati di fabbricazione cinese, armi leggere, mitragliatrici pesanti, veicoli, artiglieria, mortai e munizioni.

Il meccanismo di transito è stato documentato con precisione certosina.

Nel gennaio 2024, il Gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha riferito prove credibili del coinvolgimento degli Emirati e della fornitura di armi alle RSF tramite la base di Amdjarass in Ciad. I dati di tracciamento dei voli e le immagini satellitari analizzate dal Conflict Observatory hanno concluso "con quasi certezza" che gli Emirati hanno trasferito armi alle RSF. Reuters ha riferito che ci sono stati almeno 86 voli dagli Emirati ad Amdjarass dall'inizio della guerra, con tre quarti operati da vettori precedentemente collegati al traffico di armi.

E Amdjarass, la piccola città del Ciad orientale da cui partono i convogli di armi verso il Darfur, è esattamente la regione dove oggi cadono i droni che uccidono i civili ciadiani.

Il New York Times ha rivelato una base segreta emiratina all'aeroporto di Amdjarass, vicino al confine sudanese, che supportava le RSF. L'inchiesta ha scoperto droni Wing Loong di fabbricazione cinese a lungo raggio lanciati da una pista di atterraggio ampliata, camuffata da progetto umanitario legato a un ospedale della Mezzaluna Rossa gestito dagli Emirati.

Ospedali umanitari che nascondono basi di droni militari. Il cinismo ha un indirizzo preciso.

Il ruolo dell'oro: perché la guerra non finisce

C'è una domanda che i media mainstream non fanno mai: perché gli Emirati hanno interesse a prolungare questa guerra? La risposta è semplice, e si misura in grammi d'oro.

L'oro di contrabbando sudanese finisce negli Emirati Arabi Uniti, dove entra nel mercato globale. L'oro sudanese ha posto le basi per la relazione delle RSF con Wagner, per cui l'oro delle miniere sudanesi è diventato una fonte di entrate cruciale per finanziare la guerra russa con l'Ucraina. In Sudan, il contrabbando di oro tramite gli Emirati ha reso il comandante delle RSF, il generale Mohamed Hamdan "Hemedti" Dagalo, uno degli uomini più ricchi del Sudan.

Gli Emirati sono fortemente investiti nelle miniere d'oro sudanesi e nei terreni agricoli, e hanno legami di lunga data con il leader delle RSF, che ha contribuito a inviare mercenari sudanesi a combattere nella guerra civile yemenita.

Oro contro droni. Droni contro civili. Civili contro niente.

Russia, Wagner e il Grande Gioco africano

La Russia non è assente da questo scenario.

Wagner ha continuato a sostenere le RSF nelle prime fasi della guerra civile sudanese nel 2023. Il Cremlino, tuttavia, ha iniziato a sostenere le opposte Forze Armate Sudanesi (SAF) nel 2024, in cambio di promesse di una base navale russa sul Mar Rosso.

Il think tank Critical Threats e il Royal United Services Institute hanno rilevato che diversi attori stranieri che forniscono droni alle SAF, come Iran e Russia, lo hanno fatto in cambio di una presenza regionale. L'Iran spera di assicurarsi una base navale nel Mar Rosso, mentre la Russia avrebbe cambiato fronte, passando dal sostenere le RSF tramite il Gruppo Wagner al sostenere le SAF nel 2024, in cambio del ripristino di un accordo del 2017 per una base navale nel Mar Rosso.

Due potenze globali che si contendono uno sbocco sul Mar Rosso, usando il Sudan come scacchiera. I civili ciadiani sono le pedine che nessuno conta.

La Corte Internazionale di Giustizia: quando il diritto si arrende alla politica

Il Sudan aveva tentato di portare gli Emirati davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.

La Corte Suprema delle Nazioni Unite ha respinto il caso presentato dal Sudan che accusava gli Emirati di violare la Convenzione sul Genocidio armando e finanziando le RSF paramilitary nel sanguinoso conflitto civile sudanese. La Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato di essere "manifestamente priva" dell'autorità per continuare i procedimenti e ha archiviato il caso.

Il motivo?

La decisione si è ridotta a una tecnicità legale che espone i fondamentali difetti della giustizia internazionale. La CIG ha stabilito di essere manifestamente priva di giurisdizione per esaminare il caso perché gli Emirati hanno fatto una riserva strategica quando hanno aderito alla Convenzione sul Genocidio.

Traduzione: Abu Dhabi si è tutelata preventivamente dall'essere giudicata per genocidio, firmando la convenzione ma escludendo la giurisdizione del tribunale.

Questo espone i limiti del diritto internazionale e come la sua dipendenza dalla partecipazione volontaria degli Stati permetta ai Paesi di sembrare impegnati per i diritti umani evitando al contempo il controllo attraverso riserve strategiche.

Il silenzio che costa vite

La Russia ha posto il veto a una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che chiedeva un'immediata cessazione degli attacchi contro i civili e l'adozione di tutte le precauzioni possibili da parte delle parti in guerra per evitare e minimizzare i danni ai civili.

Il Consiglio di Sicurezza non si riunisce in emergenza. L'ONU non convoca sessioni straordinarie. I media occidentali trattano l'argomento come una nota a margine, quando lo trattano.

Il poverissimo Ciad è la terra promessa dei profughi sudanesi che fuggono dalla guerra. Mentre Paesi arabi e occidentali finanziano la guerra, scarseggiano i fondi per i profughi e per affrontare la maggiore catastrofe umanitaria del mondo.

La guerra dei droni in Sudan rappresenta una trasformazione strutturale del conflitto: riduce i costi operativi per i belligeranti, amplia il raggio d'azione delle operazioni e, al tempo stesso, aumenta l'esposizione dei civili a colpi improvvisi e difficilmente prevedibili. In assenza di un meccanismo di monitoraggio pienamente efficace e condiviso, questa evoluzione tecnologica rischia di consolidare una dimensione opaca e persistente della guerra, mentre il bilancio umano continua ad aggravarsi.

Il drone non si è perso. Siamo noi che facciamo finta di non vedere

Sedici morti in Ciad per un drone "sconfinato dal Sudan". Nessuna rivendicazione. Nessuna convocazione d'emergenza. Nessun titolo di prima pagina sui grandi giornali europei.

Eppure sappiamo quasi tutto: sappiamo chi fornisce i droni, sappiamo attraverso quali rotte transitano, sappiamo quale oro paga quelle spedizioni, sappiamo quale base in Ciad funge da hub militare camuffato da ospedale umanitario. Lo sanno le Nazioni Unite, lo sa il Dipartimento di Stato americano, lo sa Amnesty International, lo sa Human Rights Watch.

Quello che manca non è l'informazione. Manca la volontà di agire.

Brian Castner, responsabile della ricerca sulle crisi di Amnesty International, ha dichiarato che è "vergognoso che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU stia fallendo nell'implementare l'embargo sulle armi esistente per il Darfur, e non ascolti gli appelli per estenderlo a tutto il Sudan."

La guerra in Sudan è la più grande crisi umanitaria del pianeta. È alimentata da droni cinesi, pagati con oro africano, consegnati da aerei emiratini, transitati per il Ciad, attraverso ospedali di facciata. Ed è ignorata perché i morti sono africani, le risorse vanno ai Paesi del Golfo, e i veti al Consiglio di Sicurezza proteggono chi dovrebbe essere processato.

Il drone che ha ucciso sedici persone in Ciad non si è perso. Siamo noi che abbiamo scelto di non guardare.