C'è una domanda che nessun telegiornale si pone: se i partiti curdi iraniani sono così irrilevanti, così "residuali", così "frammentati" — come ci ripetono da anni — perché la Repubblica Islamica continua a spendere missili balistici per colpirli? I missili costano. E Teheran non è nota per lo spreco. — Un popolo da 15 milioni di persone che non esiste Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono. In Iran, i curdi costituiscono circa il 16-17% della popolazione, ovvero tra i 14 e i 15 milioni di persone, concentrate nelle province di West Azerbaijan, Kurdistan, Kermanshah, Ilam, Lorestan e Hamadan. Eppure, nella narrazione dominante, esistono quasi esclusivamente come vittime — di Saddam Hussein negli anni Ottanta, di Erdogan in Siria oggi — mai come soggetti politici autonomi con una storia, una struttura e un progetto. Quella storia è antica e scomoda. Nel 1946 venne proclamata la Repubblica di Mahabad, un breve esperimento di autonomia sostenuto dall'Unione Sovietica, durato meno di un anno prima di essere riconquistato dall'esercito iraniano. Da quel giorno, la questione curda in Iran non è mai scomparsa: è rimasta una frattura permanente tra il potere centrale e una popolazione che rivendica autonomia politica, diritti culturali e riconoscimento linguistico. — Chi sono davvero questi "fantasmi" I partiti curdi iraniani non sono monoliti, né sono semplici bande armate. Sono strutture politiche con decenni di storia e ideologie distinte. La Coalizione delle forze politiche curde iraniane riunisce cinque principali organizzazioni: il Partito Democratico del Kurdistan dell'Iran (PDKI), il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK), il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), l'Organizzazione Khabat del Kurdistan iraniano e Komala – Organizzazione dei lavoratori del Kurdistan. Il KDPI esiste dagli anni Quaranta e il Komala dagli anni Sessanta. Sono in grado di radunare migliaia di persone. Non sono relitti della Guerra Fredda: sono organizzazioni vive, con uffici, reti diplomatiche e, in alcuni casi, lobbying ufficiale a Washington. Dal 2018, il Komala è un gruppo di lobbying registrato negli Stati Uniti. Sul piano ideologico, la coalizione è tutt'altro che omogenea. I suoi membri spaziano da nazionalisti laici a gruppi di sinistra affiliati al PKK, fino a partiti democratici curdi più tradizionali. Questa diversità è una debolezza organizzativa, ma è anche la prova che non si tratta di un'unica milizia comandata dall'estero: è un arcipelago politico con radici reali nella società curda iraniana. — Il paradosso dei missili: se sono irrilevanti, perché sparargli? Qui sta il punto che i grandi media non vogliono affrontare. Il 14 novembre 2022, l'Iran ha attaccato il quartier generale del KDPI vicino a Koya e altre cinque basi di gruppi minori dell'opposizione curda iraniana con missili balistici Fateh-110 e droni. Non è stato un episodio isolato. Iran ha preso di mira i partiti curdi iraniani con assassinii, droni e attacchi missilistici dal 2018, incluso durante le proteste di Jina Amini nel 2022. Più di recente, le sedi di PAK, KDPI e Komala sono state prese di mira con missili e droni, colpendo le città di Sulaymaniyah, Pirdê e Sûrdaş. Gli attacchi non hanno causato vittime, ma mostrano la capacità iraniana di colpire rapidamente e lanciare un messaggio ai movimenti curdi. Un messaggio a chi, se questi gruppi sono irrilevanti? Teheran non spara missili balistici contro fantasmi. Il regime iraniano sta cercando di attirare l'attenzione sui partiti curdi iraniani bombardando le loro posizioni e presentando le proteste come una cospirazione tra questi e forze straniere. È una narrativa strumentale, certo — ma rivela quanto Teheran li consideri una minaccia reale. — Il 2022 ha cambiato tutto — e nessuno lo racconta Le proteste di "Donna Vita Libertà", scatenate dalla morte della curda Mahsa Amini, non sono state un episodio emotivo. Hanno rivelato qualcosa di strutturale. I media locali e internazionali hanno registrato un aumento di giovani uomini e donne curdi che si sono uniti a gruppi armati in risposta all'insurrezione del 2022. E i partiti, in quella fase, hanno dimostrato una maturità politica che non viene mai raccontata. Tutti questi partiti sono stati notevolmente cauti dall'inizio delle proteste: pur possedendo forze armate, hanno agito con grande moderazione, per non trasformare le proteste in scontri violenti. Non era la scelta di chi vuole solo combattere. Era la scelta di chi vuole vincere. Il risultato di anni di lavoro politico è arrivato il 22 febbraio 2026: cinque grandi partiti curdi di opposizione hanno annunciato la formazione della Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Iraniano. La Coalizione è il risultato di sforzi di unità intensificati dopo l'insurrezione del 2022, la guerra Iran-Israele del giugno 2025 e la brutale repressione delle proteste del gennaio 2026, che ha lasciato migliaia di morti. — La "carta curda" e il doppio gioco dell'Occidente Ed ecco dove la storia diventa più oscura. La strategia di Donald Trump appare chiara: utilizzare le milizie curde come forza d'urto terrestre per evitare l'invio massiccio di truppe americane. L'obiettivo dichiarato è innescare una rivolta popolare su vasta scala dall'interno dell'Iran. Il 3 marzo 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato con il segretario generale del KDPI Mustafa Hijri, nel tentativo di avviare un'offensiva terrestre sostenuta da Washington e dai Peshmerga nell'Iran occidentale. Ma i curdi non sono sprovveduti. Sanno benissimo cosa significa essere la "carta" nelle mani di una potenza straniera. Pesa il "peccato originale" del rapporto con l'Occidente: una storia fatta di alleanze tattiche seguite da bruschi abbandoni. Dal silenzio di Reagan sulle repressioni di Saddam Hussein negli anni Ottanta, fino al via libera di Trump alle incursioni turche nel nord della Siria. Non a caso, alcune fazioni sono esplicitamente diffidenti. Una delle correnti del Komala ha avvertito che Washington e Israele potrebbero cercare di usare le milizie curde come forza di terra contro l'Iran, trasformando il Kurdistan nel principale campo di battaglia e mettendo a rischio la popolazione civile. Il PJAK è ancora più netto: nel suo comunicato, il partito afferma che "questa è una guerra di potere e interessi contrapposti, non una guerra di liberazione per i popoli e le nazioni." — Il silenzio che conviene a tutti (tranne ai curdi) Perché allora l'Occidente non racconta questa storia? Perché i media mainstream trattano i curdi iraniani come una nota a piè di pagina, mentre dedicano fiumi di inchiostro ai curdi siriani o iracheni? La risposta è scomoda: perché raccontare la piena complessità dei partiti curdi iraniani — la loro storia, la loro struttura, la loro legittimità — significherebbe dover rispondere a domande imbarazzanti. Perché l'Iran bombarda basi in territorio iracheno sovrano senza che la comunità internazionale reagisca? Perché la Turchia riceve ben altra attenzione quando fa lo stesso in Siria? Se gli Stati Uniti dovessero nuovamente ritirarsi e negoziare con Teheran, e se nessun movimento nazionale emergesse in Iran, il Kurdistan si troverebbe ancora una volta isolato, a combattere da solo contro un regime ancora potente e determinato. Questo è il nodo. I curdi iraniani sono utili finché servono come leva di pressione su Teheran. Diventano invisibili non appena si apre un tavolo negoziale. È accaduto già troppe volte nella storia per essere una coincidenza. — Conclusione: i missili non mentono Tra 7 e 15 milioni di curdi vivono in Iran, rendendoli il terzo gruppo etnico del paese dopo persiani e turchi azeri. Hanno partiti con ottant'anni di storia, reti diplomatiche in Europa e America, combattenti addestrati, e ora — per la prima volta — una coalizione unitaria. Non sono fantasmi. Non sono relitti. Sono un attore geopolitico reale che l'Occidente sceglie di ignorare quando fa comodo, e di evocare quando serve. La prossima volta che sentirete dire che i partiti curdi iraniani sono "irrilevanti", ricordatevi di una cosa: Teheran non spreca i suoi missili balistici su qualcosa di irrilevante. E forse dovremmo iniziare a fare le stesse domande che fa Teheran — anche se le risposte ci mettono a disagio.