Il passaporto austriaco con residenza saudita, i legami con il Mossad, Robert Maxwell, la sorveglianza israeliana nell'appartamento di Manhattan, e la domanda che i governi non vogliono rispondere: chi era davvero Jeffrey Epstein — e per chi lavorava?
Nella cassaforte blindata della villa di Manhattan di Jeffrey Epstein, gli agenti dell'FBI trovano tre cose che non avrebbero mai dovuto esistere insieme: 48 diamanti sciolti, 70.000 dollari in contanti, e un passaporto austriaco con la fotografia di Epstein — ma con un nome che non è il suo e una residenza dichiarata in Arabia Saudita.
Era il 6 luglio 2019. Epstein era appena stato arrestato all'aeroporto di Teterboro, al rientro da Parigi. Sarebbe morto sei settimane dopo. Quel passaporto non avrebbe dovuto esistere. E i suoi avvocati, nei giorni successivi, avrebbero fatto di tutto per spiegarlo — senza mai davvero riuscirci.
Quella cassaforte è il punto di partenza del capitolo più scomodo dell'intera vicenda Epstein. Non il capitolo dei nomi famosi, non quello delle vittime, non quello del processo mancato. Questo è il capitolo su chi era davvero Jeffrey Epstein. Su cosa faceva quando nessuno guardava. E soprattutto: per conto di chi.
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La cassaforte: un documento che non dovrebbe esistere
Il passaporto austriaco trovato nella cassaforte di Epstein è un fatto giudiziario, non una teoria. È stato presentato come prova dai pubblici ministeri federali durante l'udienza per la libertà su cauzione il 15 luglio 2019. Il procuratore assistente Alex Rossmiller lo descrisse in questi termini davanti al giudice:
"Il passaporto è stato emesso a nome di un paese straniero, negli anni '80, è scaduto, mostra una fotografia di Jeffrey Epstein con un altro nome. La residenza indicata è l'Arabia Saudita."
— Alex Rossmiller, Procuratore Assistente USA, udienza federale, 15 luglio 2019
Il passaporto era austriaco. Non saudita — come viene spesso ricordato in modo impreciso. Ma portava una residenza dichiarata in Arabia Saudita e un nome che non apparteneva a Epstein. E soprattutto: era stato usato. Non era un souvenir. Conteneva timbri di ingresso e uscita da Francia, Spagna, Regno Unito e Arabia Saudita negli anni '80.
La difesa di Epstein tentò una spiegazione: il passaporto era stato ottenuto negli anni '80 come misura di protezione personale durante i viaggi in Medio Oriente, da presentare 'a eventuali rapitori, dirottatori o terroristi' per nascondere la sua identità ebraica. Un espediente comune, dissero, tra gli ebrei americani dell'epoca che viaggiavano in zone a rischio.
I procuratori federali smontarono la difesa in una lettera al giudice: la spiegazione non rispondeva a due domande fondamentali. Come aveva ottenuto quel documento? E — dettaglio che fa riflettere — il tribunale aveva mai ricevuto conferma che Epstein non fosse cittadino o residente permanente di un paese straniero diverso dagli Stati Uniti?
DOCUMENTO CHIAVE — Tribunale Federale SDNY, luglio 2019: Nella cassaforte: 3 passaporti americani (di cui 2 scaduti), 1 passaporto austriaco con foto di Epstein e nome falso, residenza dichiarata: Arabia Saudita. Timbri di ingresso confermati: Francia, Spagna, Regno Unito, Arabia Saudita — anni '80. Contenuto aggiuntivo: 48 diamanti sciolti (da 1 a 2,38 carati), 1 anello con diamante, $70.000 in contanti. La difesa non ha mai spiegato al tribunale chi aveva fornito il documento né se Epstein avesse cittadinanze straniere.
Non è l'unica anomalia nei documenti di viaggio di Epstein. ABC News ha ottenuto dal Dipartimento di Stato americano oltre 50 pagine di richieste di passaporto risalenti dagli anni '80 al 2019. Emergono due pattern inquietanti: Epstein denunciò la perdita o il furto di passaporti in modo insolitamente frequente — in un taxi a Londra, rubato in un ristorante, e così via. E presentò ripetutamente richieste per un secondo passaporto americano 'per evitare timbri di visto conflittivi' quando viaggiava tra Israele e stati arabi come Giordania e Arabia Saudita. Una prassi legale, ma che riflette una mobilità internazionale straordinariamente sofisticata per un semplice gestore patrimoniale.
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Robert Maxwell: il padre, il Mossad, e l'eredità che non muore
Per capire Jeffrey Epstein bisogna capire Ghislaine Maxwell. E per capire Ghislaine Maxwell bisogna capire suo padre.
Robert Maxwell era uno degli uomini più potenti e controversi del mondo dei media britannico. Nato in Cecoslovacchia da una famiglia ebrea poverissima, sopravvissuto alla Shoah, diventato soldato britannico, editore miliardario, deputato laburista, padrone di un impero mediatico da 5 miliardi di dollari con 'tentacoli in tutto il mondo'. Era arrogante, carismatico, e — secondo molte fonti — molto più di un semplice editore.
Nel 1986, un informatore israeliano di nome Mordechai Vanunu cercò di rivelare al mondo il programma nucleare segreto di Israele. Le sue fotografie, scattate all'interno del reattore nucleare di Dimona, finirono sul Sunday Times — e anche, per una serie di circostanze, sul Sunday Mirror, di proprietà di Maxwell. Invece di pubblicarle come lo scoop del decennio, il Mirror le usò per screditare Vanunu, mettendo in discussione l'autenticità delle immagini con 'esperti' che affermarono che avrebbero potuto essere scattate in una fabbrica di uova.
Il giornalista investigativo americano Seymour Hersh, in un libro del 1991, rivelò — citando fonti dell'intelligence — che Maxwell aveva informato il Mossad dell'esistenza delle fotografie di Vanunu non appena erano arrivate sulla sua scrivania, e aveva poi usato il suo giornale per condurre un'operazione di disinformazione a tutela degli interessi israeliani.
Pochi mesi dopo la pubblicazione del libro di Hersh, mentre era al centro di un'indagine per gravi reati finanziari, Robert Maxwell scomparve in mare. Il suo corpo fu trovato nelle acque al largo delle Canarie. Causa ufficiale: annegamento accidentale, probabile malore. Ma le circostanze non tornarono mai del tutto.
Il suo funerale si tenne in Israele, sul Monte degli Ulivi — onore rarissimo per un non-israeliano. Presenziarono il Primo Ministro israeliano in carica, il Vice Primo Ministro, e sei ex capi del Mossad. Nelle eulogie pronunciate davanti alla tomba, alcuni di loro fecero riferimento esplicito a 'cose fatte per Israele che il mondo non saprà mai'.
"Robert Maxwell ha fatto cose per Israele che il mondo non saprà mai."
— Discorso al funerale di Robert Maxwell, Monte degli Ulivi, Gerusalemme, 1991 — presenti il Primo Ministro israeliano e i vertici del Mossad
Tre anni dopo la morte del padre, Ghislaine Maxwell — la sua figlia preferita — iniziò la sua relazione con Jeffrey Epstein. Era lei che aveva i contatti. Era lei che conosceva l'aristocrazia britannica, i politici europei, i circoli dell'élite globale. Era lei che introduceva Epstein nei salotti che contavano. E ora, alla luce di quello che sappiamo sul padre, quella relazione assume un peso completamente diverso.
⚠ NOTA METODOLOGICA: Le affermazioni sull'intelligence israeliana e Robert Maxwell si basano in parte su Ari Ben Manashe, ex funzionario dell'intelligence israeliana, che ha rilasciato molte dichiarazioni pubbliche su questo tema. Ben Manashe è una figura controversa e alcune sue affermazioni non sono state verificate in modo indipendente. Dove utilizziamo le sue dichiarazioni, le attribuiamo esplicitamente a lui come fonte. Le fonti documentali — funerale e curriculum di Robert Maxwell — sono invece verificabili e non contestate.
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Il governo israeliano nell'appartamento di Manhattan: fatto, non teoria
Tra tutte le rivelazioni contenute nei milioni di pagine dei file DOJ, una in particolare è rimasta sottotraccia rispetto al clamore che meritava. Ce la descrive Lucia Osborne Crowley, giornalista investigativa — una delle sole quattro reporter presenti ogni giorno al processo di Ghislaine Maxwell — in un'intervista del 2025:
"Non dobbiamo più speculare sul grado di coinvolgimento del governo israeliano negli affari di Jeffrey Epstein. Queste email lo affermano in bianco e nero, più e più volte. C'è un dipendente governativo israeliano, pagato dal governo israeliano, che installa un sistema di sorveglianza nella casa di Epstein sul suolo americano."
— Lucia Osborne Crowley, giornalista investigativa, autrice di 'The Lasting Harm', 2025
Il meccanismo, come emerge dalle email DOJ, funzionava così: un rappresentante del governo israeliano contattava l'assistente di Epstein per organizzare l'installazione di un sistema di sorveglianza in uno degli appartamenti del palazzo di Manhattan che Epstein gestiva — lo stesso edificio dove l'ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak soggiornava frequentemente durante le sue visite a New York. Il rappresentante israeliano chiedeva poi una lista delle persone che sarebbero entrate e uscite dall'edificio. L'assistente di Epstein fornì documenti d'identità, fotografie e informazioni su tutti i visitatori. Il sistema fu installato a partire dal 2016, attivo per circa due anni.
Un'email conferma che Epstein aveva dato personalmente il via libera all'installazione — inclusa l'autorizzazione a 'fare buchi nelle pareti'. Legalmente, questo significa che Epstein aveva supervisione diretta e consapevole dell'operazione di sorveglianza condotta da un governo straniero su suolo americano.
DOCUMENTO DOJ — Email 2016: Un rappresentante del governo israeliano installa sistemi di sorveglianza negli appartamenti gestiti da Epstein a Manhattan. Il sistema monitora ingressi e uscite. L'assistente di Epstein fornisce documenti d'identità dei visitatori al rappresentante israeliano. Epstein autorizza personalmente i lavori, inclusa la perforazione delle pareti. Il sistema rimane attivo per circa 2 anni. Nello stesso edificio soggiorna frequentemente l'ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak.
Ehud Barak è una figura centrale in questa storia. Più tardi, nei documenti del DOJ relativi al periodo successivo alla morte di Epstein, emerge che Barak — verso la fine del suo mandato come premier israeliano — aveva chiesto ad Epstein consigli sugli investimenti. Epstein lo aveva indirizzato verso Palantir, la società tecnologica fondata da Peter Thiel che oggi gestisce sistemi di sorveglianza e analisi dei dati per CIA, NSA e Mossad, e che ha avuto un ruolo documentato nella guerra a Gaza. Palantir oggi vale circa 300 miliardi di dollari.
Barak aveva pubblicamente riconosciuto di aver visitato Epstein 'più di dieci ma molte meno di cento volte', inclusa una visita all'isola privata. Aveva dichiarato di non aver mai partecipato a feste né di aver incontrato Epstein 'in compagnia di donne o ragazze'. I file DOJ non confermano né smentiscono queste dichiarazioni specifiche. Ma documentano qualcosa di più strutturale: una relazione operativa continuativa tra Epstein e i vertici dello Stato israeliano che va ben oltre la semplice amicizia.
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'Appartiene all'intelligence': la frase che ha cambiato tutto
Il 24 settembre 2007, il procuratore federale della Florida meridionale Alex Acosta firmò l'accordo di non prosecuzione che avrebbe salvato Epstein dalla prigione federale. Era l'accordo più scandaloso nella storia giudiziaria americana: in cambio di una dichiarazione di colpevolezza per soli due reati statali minori, Epstein otteneva l'immunità da ogni accusa federale — per sé e per tutti i co-cospiratori, nominati e non nominati. Centinaia di vittime. Anni di abusi documentati. Tredici mesi di detenzione con dodici ore di uscita giornaliera.
Per anni, nessuno è riuscito a spiegare in modo soddisfacente come fosse possibile un accordo simile. Poi, nel 2019, quando Trump nominò Acosta come Segretario al Lavoro, la giornalista Vicky Ward intervistò una fonte diretta dell'amministrazione Trump che aveva incontrato Acosta durante il processo di nomina. Quella fonte le riferì le parole esatte di Acosta:
"Mi fu detto che Epstein apparteneva all'intelligence e che dovevo lasciar perdere."
— Alex Acosta — dichiarazione riferita da Vicky Ward, giornalista, a Megan Kelly Show, 2019. Acosta ha successivamente ritrattato davanti al Dipartimento di Giustizia.
La frase è diventata uno dei punti più dibattuti dell'intera vicenda. Acosta ha poi negato davanti al DOJ di aver mai ricevuto tale indicazione. Qualcuno ha mentito — o Acosta nella conversazione con i funzionari Trump, o nelle dichiarazioni successive al DOJ.
Ma la frase non è rimasta senza conferme indirette. Nei file DOJ rilasciati nel 2025-2026 emerge un documento dell'FBI in cui un informatore confidenziale dell'agenzia — identificato solo come 'confidential human source' — dichiara di essere convinto che Epstein fosse un asset dell'intelligence israeliana. L'informatore afferma di aver monitorato telefonate tra Epstein e il suo avvocato Alan Dershowitz, durante le quali Dershowitz avrebbe detto ad Acosta che Epstein 'apparteneva sia all'intelligence americana che a quella alleata'. L'informatore aggiunge che ufficiali dell'intelligence israeliana avrebbero successivamente contattato Dershowitz per un debriefing.
⚠ NOTA CRITICA: Il documento dell'informatore FBI è incluso nei file DOJ ma contiene l'avvertenza che le affermazioni non sono verificate. Il DOJ stesso ha chiarito che il rilascio dei file include materiale inviato al FBI dal pubblico che non è stato sottoposto a verifica indipendente. Tuttavia, a differenza di molti altri documenti controversi, questo proviene da un informatore interno all'FBI — non da un anonimo esterno — e fa parte del materiale investigativo ufficiale dell'agenzia.
Alan Dershowitz, interpellato sulla questione nel 2025, ha adottato una posizione peculiare: ha dichiarato che se Epstein avesse avuto legami con il Mossad, quello sarebbe stato il suo 'biglietto da visita per uscire di prigione'. È una frase che suona come un'ammissione indiretta — o almeno come la conferma che il tema era reale e discusso all'interno del suo team legale. Dershowitz ha sempre negato ogni coinvolgimento personale negli abusi.
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L'ipotesi Mossad: cosa è documentato e cosa non lo è
Fare giornalismo onesto su questo tema richiede una distinzione netta tra livelli di evidenza diversi. Lo dobbiamo ai lettori e alle vittime.
Cosa è documentato e verificabile:
Il passaporto austriaco con nome falso e residenza saudita, trovato nella cassaforte di Epstein, è un fatto giudiziario confermato dai procuratori federali in udienza pubblica. L'installazione di sistemi di sorveglianza israeliani nell'appartamento di Manhattan di Epstein è confermata dalle email DOJ, secondo l'analisi di Luchia Osborne Crowley. Il funerale di stato di Robert Maxwell in Israele, con la presenza di premier e capi Mossad, è un fatto storico documentato. Le visite di Ehud Barak a Epstein — inclusa quella all'isola — sono state ammesse dallo stesso Barak. La dichiarazione di Acosta sui legami di Epstein con l'intelligence è stata riferita pubblicamente da Vicky Ward.
Cosa è credibile ma non formalmente provato:
Le dichiarazioni dell'informatore FBI sui legami operativi Mossad-Epstein-Dershowitz. Le affermazioni di Gavin de Becker — ex consulente CIA — che definisce Epstein un asset dell'intelligence israeliana affermando di avere 'prove dirette non condivisibili'. Le affermazioni di Ari Ben Manashe che collega Robert Maxwell, Ghislaine Maxwell e Epstein al Mossad. Ari Ben Manashe è una figura controversa — ex funzionario dell'intelligence israeliana la cui credibilità è stata messa in discussione — ma le sue dichiarazioni sono state fatte pubblicamente e su di lui sono stati fondati testi giornalistici e documentari.
Cosa rimane ipotesi argomentata:
Che Epstein abbia operato come asset formale e retribuito del Mossad con un handler designato e un budget classificato. Nessun documento pubblico lo conferma esplicitamente. Quello che i documenti mostrano è qualcosa di più sfumato ma altrettanto inquietante: una sovrapposizione profonda e strutturale tra le operazioni di Epstein e gli interessi dell'intelligence israeliana. Una sovrapposizione che va dall'infrastruttura fisica — la sorveglianza nell'appartamento — alle relazioni con i vertici politici israeliani, alla protezione giudiziaria incomprensibile che ha ricevuto per decenni.
"Non dobbiamo provare che Epstein fosse un agente formale del Mossad per capire che quello che faceva serviva gli interessi di qualcuno di molto più potente di lui. La domanda non è se fosse una spia. La domanda è: chi ha beneficiato davvero di tutto quello che raccoglieva?"
— Luchia Osborne Crowley, giornalista investigativa, 2025
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Il sistema del kompromat: come funzionava davvero la trappola
Indipendentemente da chi lo controllasse o lo finanziasse, c'è una cosa su cui tutte le fonti concordano: Jeffrey Epstein costruì deliberatamente un sistema per compromettere le persone più potenti del mondo. E lo fece con una sofisticazione che va molto al di là di quella di un semplice predatore sessuale.
Le telecamere erano ovunque. Lo dicono le vittime — ragazze che lavoravano nelle sue proprietà e che descrivono una 'piccola stanza vicino all'ingresso principale' dove avveniva la registrazione. Lo confermano i documenti: in un'email del 2014, Epstein scrive a un collaboratore: 'Procuratemi tre telecamere nascoste con sensore di movimento che registrano.' Il collaboratore risponde di averne già acquistata una in un negozio di spionaggio a Fort Lauderdale e di starla 'installando in scatole di fazzoletti'. Le telecamere diventano operative lo stesso giorno.
Durante il raid del 2019 nell'appartamento di Manhattan, gli agenti FBI fotografarono una serie di CD-ROM e dischi etichettati. Non li portarono via quel giorno — dissero che sarebbero tornati con un mandato specifico. Tornarono sei giorni dopo. I dischi erano spariti. Chi li aveva presi? Chi aveva avuto accesso all'appartamento in quei sei giorni? Non lo sappiamo. Probabilmente non lo sapremo mai.
DOCUMENTO DOJ — Email luglio 2014: Epstein a Larry [collaboratore]: 'Procuratemi tre telecamere nascoste a rilevamento di movimento che registrano. Grazie.' Larry risponde: 'Jeffrey, ho già acquistato la telecamera a sensore di movimento dallo spy store di Fort Lauderdale ieri. Le ho cambiate ieri notte e sto capendo come farle funzionare. È incredibile quanto siano piccole. Delle dimensioni di una chiavetta USB. 64 ore di registrazione, sensore di movimento. Le sto installando in scatole di fazzoletti adesso. Le porto più tardi.'
Ma il sistema del kompromat non funzionava come nei film. Non era Epstein che chiamava le vittime e diceva: 'Ho un video di te. Fai quello che dico.' Funzionava al contrario. Era molto più elegante — e molto più efficace.
Gavin de Becker, ex consulente CIA che ha lavorato per decenni con governi e agenzie di intelligence, lo ha descritto con precisione chirurgica: Epstein contattava la vittima qualche settimana o mese dopo l'incontro compromettente. Non come ricattatore. Come amico preoccupato. Le diceva: 'Ho una brutta notizia. Quella ragazza che ti ha fatto il massaggio — si chiama Cindy, ricordi? — sembra che abbia registrato qualcosa. Aveva qualcosa nella borsa. E ti avverto: sembra che avesse 16 anni.' A quel punto la vittima, terrorizzata, non aveva davanti a sé un ricattatore. Aveva un salvatore. E Epstein diventava il suo protettore. 'Non ti preoccupare. Ci penso io. Ci penso io. Fidati di me.'
"In quel momento lo possiedi per sempre. Se sei stato in una situazione sessuale con qualcuno che era minorenne, e c'è un video di quello, farai qualsiasi cosa ti venga chiesta di fare. Pochissime persone avrebbero il carattere e la resistenza per reagire come fece Bezos — scrivendo una lettera pubblica dicendo: 'Sto venendo ricattato.'"
— Gavin de Becker, ex consulente CIA e intelligence advisor, 2025
Non è speculazione. È la struttura classica del kompromat — una parola russa che significa 'materiale compromettente'. È la tecnica usata dai servizi segreti di mezzo mondo per controllare politici, funzionari, giudici, giornalisti. Epstein l'aveva industrializzata. E probabilmente l'aveva messa a disposizione di chi gliel'aveva insegnata.
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Il codice nelle email: pizza, jerky, cream cheese
C'è un altro livello di questa storia che gli investigatori non hanno ancora decifrato pubblicamente, ma che la giornalista Luchia Osborne Crowley — che ha letto migliaia di email nei file DOJ — descrive come inequivocabile: nelle comunicazioni di Epstein e della sua cerchia esisteva un sistema di parole in codice.
Nei file DOJ compaiono oltre 900 riferimenti alla parola 'pizza'. 380 alla parola 'jerky' (carne essiccata). Decine di riferimenti a 'cream cheese'. In contesti che non hanno alcun senso letterale. Un'email recita: 'Ma la torta sembra fantastica, ho bisogno di pizza.' Un'altra: 'Non so se cream cheese e baby sono allo stesso livello.' Epstein risponde: 'Ci sono milioni di babies, pochissimo buon cream cheese ai vegetali.'
Le parole non costruiscono frasi grammaticalmente coerenti se prese alla lettera. Le stesse persone che usano questi termini sono capaci, nelle email successive, di discutere di finanza complessa e di geopolitica in modo articolato e preciso. Se stessero davvero parlando di cibo, lo farebbero in modo grammaticalmente sensato. Non lo fanno. Qualcosa viene nascosto.
"È abbastanza sicuro affermare che c'è un codice. Queste persone non sono shy nel mettere per iscritto cose estremamente esplicite — ci sono email su video di tortura, su cose grafiche. Se qualcosa è così seria da richiedere una parola in codice, significa che è ancora più grave di quello che già scrivono apertamente. E quello che già scrivono apertamente è agghiacciante."
— Lucia Osborne Crowley, giornalista investigativa, 2025
Nessuna agenzia governativa ha pubblicamente dichiarato di aver condotto un'analisi sistematica di queste parole in codice. L'FBI ha dichiarato di aver chiuso le indagini su eventuali co-cospiratori terzi. Eppure nelle stesse email ci sono conversazioni tra individui — i cui nomi sono oscurati, e quindi sicuramente non Epstein — che discutono di quello che sembra inequivocabilmente il controllo di una minore, con riferimenti ai tagli di capelli, agli abiti, alle lingerie, agli 'appuntamenti'. La parola usata per descriverla è: 'child'. Non ragazza. Non persona. Child.
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La domanda che i governi non vogliono rispondere
Tutto questo — il passaporto austriaco con residenza saudita, la sorveglianza israeliana nell'appartamento, i legami con Ehud Barak e il Mossad, la frase di Acosta sull'intelligence, le telecamere nascoste, il kompromat sistematico, il codice nelle email — costruisce un quadro che va molto al di là di quello di un predatore sessuale ricco e ben protetto.
Jeffrey Epstein era qualcosa di più organizzato. Qualcosa con un'infrastruttura. Qualcosa con una funzione. Raccoglieva materiale compromettente su alcune delle persone più potenti del mondo — politici, banchieri, scienziati, capi di stato — e quel materiale finiva da qualche parte. Serviva a qualcuno.
La risposta ufficiale del DOJ — che non esistono prove di ricatto organizzato, che non esiste una lista di clienti, che Epstein era un predatore solitario particolarmente protetto dalle sue connessioni — non regge di fronte alla documentazione disponibile. Un governo straniero che installa sistemi di sorveglianza in casa tua non è una 'connessione'. È un'operazione.
Nel luglio 2025, il DOJ ha pubblicato un memo interno che concludeva: nessuna prova di ricatto organizzato. Nessuna lista di clienti. Morte per suicidio. Caso chiuso. Il memo è stato pubblicato tre mesi prima del rilascio delle email che documentano la sorveglianza israeliana nell'appartamento di Epstein. Coincidenza di tempistica, forse. O forse no.
La domanda più scomoda di tutto il caso Epstein non è chi abbia abusato di quelle ragazze — anche se quella domanda non ha ancora ricevuto risposta completa. La domanda più scomoda è questa: se Epstein stava raccogliendo materiale compromettente su capi di stato, senatori, banchieri globali e figure royali per conto di un governo straniero, qual è il costo reale di non rispondere? Chi sta ancora usando quel materiale oggi? E chi sta ancora obbedendo, perché sa che quella registrazione esiste da qualche parte?
Continua nel Capitolo III: La Rete — La macchina degli abusi, i medici complici, le vittime dimenticate
— Redazione Investigativa, chedire.it · Marzo 2026
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FONTI — CAPITOLO II
Tribunale Federale SDNY, udienza per la libertà su cauzione, 15-17 luglio 2019 — dichiarazioni del procuratore Alex Rossmiller, lettere degli avvocati della difesa, risposta dei procuratori. Tutti documenti pubblici.
ABC News — 'Records show Jeffrey Epstein's requests for multiple passports, travels to Africa and Middle East' (2024) — 50+ pagine di richieste di passaporto ottenute via FOIA dal Dipartimento di Stato USA.
Lucia Osborne Crowley — interviste 2025, inclusa partecipazione a The Tea con Miriam Fru. Autrice di 'The Lasting Harm', uno dei quattro giornalisti presenti ogni giorno al processo Maxwell.
Gavin de Becker — The Diary of a CEO con Steven Bartlett (2025). Ex consulente CIA, intelligence advisor. Dichiarazioni su passaporto, kompromat, ipotesi Mossad.
U.S. DOJ — Epstein Files Library (rilasci 2025-2026) — email sorveglianza israeliana, email telecamere nascoste, documento informatore FBI su Mossad. justice.gov/epstein
Seymour Hersh — 'The Samson Option' (1991) — Robert Maxwell e Mossad. Fonte primaria per il capitolo sul padre di Ghislaine.
Vicky Ward — Megan Kelly Show (2019) — dichiarazione Acosta su 'appartiene all'intelligence'. Vicky Ward è giornalista investigativa senior, già Vanity Fair.
NBC News, CBS News, Daily Beast, Times of Israel, Courthouse News — copertura udienza luglio 2019 sul passaporto austriaco.
DOJ Memo, luglio 2025 — 'nessuna prova di ricatto organizzato, nessuna lista di clienti, morte per suicidio'. Pubblicato tre mesi prima delle email sulla sorveglianza israeliana.