Nel 1999 Matrix poneva una domanda semplice e destabilizzante: e se il mondo che percepiamo non fosse reale? A distanza di quasi trent'anni, quella domanda non è rimasta nei cinema. È finita sulle riviste di fisica.
Non stiamo parlando di fantascienza. Stiamo parlando di un dibattito che oggi coinvolge filosofi di Oxford, fisici di Portsmouth, e i miliardari che costruiscono l'intelligenza artificiale più potente mai esistita. E il momento in cui questo dibattito è diventato più urgente è adesso — proprio mentre creiamo macchine in grado di simulare la realtà in modo sempre più convincente.
Il punto di partenza — un filosofo e tre possibilità
Tutto inizia nel 2003. Nick Bostrom, filosofo dell'Università di Oxford, pubblica un paper dal titolo semplice: "Stai vivendo in una simulazione al computer?" Non è un racconto. È un argomento logico, costruito con la matematica delle probabilità.
Bostrom dice che una delle tre cose seguenti deve essere vera. Prima: tutte le civiltà avanzate si estinguono prima di diventare abbastanza potenti da creare simulazioni convincenti. Seconda: le civiltà avanzate che sopravvivono scelgono di non creare simulazioni. Terza: quasi certamente viviamo in una simulazione.
La logica è questa. Immagina che nel futuro esistano civiltà molto più avanzate della nostra, con computer enormemente più potenti. Queste civiltà potrebbero creare simulazioni della propria storia — come videogiochi ultra-realistici con miliardi di personaggi coscienti. Se riuscissero a farlo, e se lo facessero anche solo una volta, il numero di esseri simulati supererebbe di gran lunga il numero di esseri reali. In quel caso, la probabilità statistica che noi siamo quelli "veri" sarebbe bassissima.
Bostrom non dice che viviamo in una simulazione. Dice che o quella possibilità è reale, o qualcosa di drastico impedisce alle civiltà di arrivare a quel punto. Entrambe le opzioni sono inquietanti a modo loro.
Cosa c'entra la fisica — il lavoro di Vopson
Per vent'anni l'argomento di Bostrom è rimasto nel campo della filosofia. Poi è arrivato un fisico che ha provato a cercarne le tracce nella realtà fisica.
Melvin Vopson lavora all'Università di Portsmouth, in Gran Bretagna. Il suo campo si chiama fisica dell'informazione — una branca relativamente nuova che studia la realtà come se fosse fatta non solo di materia ed energia, ma anche di informazione. Come i dati in un computer.
Nel 2022 Vopson ha proposto qualcosa che chiama "seconda legge dell'infodinamica." Per capirla serve un passo indietro. Tutti conoscono — almeno intuitivamente — la seconda legge della termodinamica: il disordine tende sempre ad aumentare. Una stanza in disordine non si riordina da sola. Il calore passa dal caldo al freddo, non il contrario. L'universo, in generale, va verso il caos.
Vopson ha osservato che nei sistemi informativi accade il contrario: l'informazione tende a ridursi, a comprimersi, a diventare più ordinata. Come un computer che ottimizza automaticamente il proprio codice per occupare meno spazio. E ha trovato questa tendenza in posti sorprendenti.
Studiando le mutazioni del virus Covid-19, ha notato che le varianti non mutavano in modo casuale — come ci aspetteremmo se la biologia fosse puramente chimica. Mutavano in modo efficiente, come se qualcosa stesse ottimizzando il sistema.
Nel 2025, sul Journal AIP Advances — una rivista scientifica seria — ha pubblicato un paper ancora più ambizioso. Ha provato a spiegare la gravità usando la teoria dell'informazione. La sua proposta: la gravità non è solo una forza che attrae gli oggetti. È il risultato di un processo di compressione dell'informazione. Gli oggetti si avvicinano perché il sistema trova più efficiente descrivere un oggetto grande in un posto che tanti oggetti piccoli sparsi. Come un file compresso che occupa meno spazio.
Se questo fosse vero, l'universo funzionerebbe come un computer che costantemente ottimizza se stesso. Un computer ha bisogno di qualcuno che lo abbia programmato.
I limiti — cosa la scienza dice e cosa non dice ancora
Prima di andare avanti, serve una precisazione importante.
Il lavoro di Vopson è pubblicato su riviste peer-reviewed — cioè è stato controllato da altri scienziati prima di essere pubblicato. Non è un video di YouTube. Ma è anche ancora molto lontano dall'essere una prova.
Il modello matematico che usa è semplificato. Funziona bene in due dimensioni, ma non è ancora stato esteso alla realtà a tre dimensioni. Non incorpora la relatività generale — la teoria di Einstein che descrive la gravità su scala cosmica. E soprattutto non ha ancora validazione sperimentale: nessun esperimento ha confermato o smentito le sue predizioni.
La comunità scientifica è divisa. Alcuni considerano il lavoro di Vopson un contributo serio a una fisica dell'informazione ancora giovane. Altri lo trovano troppo speculativo, troppo dipendente da analogie con i computer piuttosto che da prove fisiche concrete.
Quello che è certo è che la domanda è aperta. E che si sta discutendo nei posti giusti.
La Silicon Valley e il conflitto di interessi
C'è però un terzo attore in questo dibattito, ed è il più rumoroso.
Elon Musk ha dichiarato pubblicamente che c'è "una possibilità su miliardi" che viviamo nella realtà base — cioè nella realtà non simulata. Il suo argomento è semplice: quarant'anni fa i videogiochi erano due rettangoli e un punto. Oggi sono mondi tridimensionali fotorealistici con milioni di persone collegate simultaneamente. Se il progresso tecnologico continua anche solo al ritmo attuale, tra qualche centinaio di anni le simulazioni saranno indistinguibili dalla realtà. Se quella capacità esiste nel futuro, è molto più probabile che noi siamo dentro una di quelle simulazioni che non nella realtà originale.
All'inizio del 2026, Musk ha dichiarato che "siamo entrati nella Singolarità" — il momento in cui l'intelligenza artificiale supera quella umana. Il collegamento con la simulation hypothesis è diretto: più l'AI diventa potente, più siamo vicini alla capacità di creare simulazioni convincenti. E più siamo vicini a quella capacità, più il trilemma di Bostrom diventa urgente.
Qui però vale la pena fermarsi un momento. Chi sono i principali sostenitori dell'ipotesi simulazione nel mondo tech? Le stesse persone che costruiscono simulazioni, intelligenza artificiale e realtà virtuale. C'è qualcosa di strutturalmente circolare in questo: chi costruisce mondi virtuali ha un interesse — anche solo psicologico — a credere che la realtà sia virtuale. Non è una critica definitiva all'argomento. Ma è una domanda che vale la pena porsi.
La domanda che nessuno affronta
C'è un aspetto di questo dibattito che viene quasi sempre ignorato, sia nei paper scientifici che nelle dichiarazioni dei miliardari della Silicon Valley.
Se un giorno fossimo in grado di creare simulazioni con esseri coscienti — esseri che provano dolore, gioia, paura — dovremmo farlo? Avremmo il diritto di spegnerle?
Questa non è una domanda astratta. È la stessa domanda che già oggi si pone riguardo all'intelligenza artificiale: se un sistema AI sviluppasse qualcosa di analogo alla coscienza, che responsabilità avremmo nei suoi confronti? La simulation hypothesis la estende a un livello ulteriore. Se viviamo in una simulazione, i nostri creatori sono moralmente responsabili di quello che ci accade. Se costruissimo una nostra simulazione, lo saremmo noi.
Il filosofo David Chalmers, nel suo libro Reality+ del 2022, ha sostenuto che anche se vivessimo in una simulazione, le nostre esperienze sarebbero comunque reali — il dolore sarebbe dolore, l'amore sarebbe amore. Il substrato fisico non cambia la qualità dell'esperienza. Ma questa risposta non risolve la questione morale. La riapre.
Perché questo tema conta adesso
La simulation hypothesis non è una novità. Quello che è nuovo è il contesto in cui si pone.
Stiamo costruendo AI che superano gli esseri umani in compiti cognitivi sempre più complessi. Stiamo costruendo realtà virtuali sempre più immersive. Stiamo discutendo seriamente se e quando le macchine diventeranno coscienti. In questo contesto, la domanda se la realtà sia simulata non è più solo filosofia. È il filo che connette fisica dell'informazione, etica dell'AI e il modo in cui pensiamo al futuro della coscienza.
Non sappiamo se viviamo in una simulazione. Probabilmente non lo sapremo mai con certezza — almeno non con gli strumenti di cui disponiamo oggi. Ma la domanda in sé dice qualcosa di importante sul momento che stiamo attraversando: per la prima volta nella storia, siamo abbastanza potenti tecnologicamente da prendere sul serio l'ipotesi di essere noi stessi il prodotto di qualcosa di simile a quello che stiamo costruendo.
Matrix era un film del 1999. La domanda che poneva è del 2026.
Fonti
Nick Bostrom, "Are You Living in a Computer Simulation?", Philosophical Quarterly, 2003
Melvin Vopson, "Is gravity evidence of a computational universe?", AIP Advances, aprile 2025
Melvin Vopson, "The second law of infodynamics and its implications for the simulated universe hypothesis", AIP Advances, ottobre 2023
University of Portsmouth — comunicato ufficiale aprile 2025
David Chalmers, Reality+: Virtual Worlds and the Problems of Philosophy, W.W. Norton, 2022
IFLScience, aprile 2025 — analisi critica del paper Vopson
Euronews Next, 2023 — intervista Vopson
Elon Musk, Recode Code Conference — dichiarazioni pubbliche sulla simulation hypothesis