Mentre il mondo guarda ai negoziati tra Washington e Teheran, dentro Israele si combatte un'altra guerra — silenziosa, sotterranea, e forse più decisiva di qualsiasi bomba. Esiste una versione ufficiale dei fatti: Israele è compatto, determinato, e la sua posizione sull'Iran è granitica. Nessun accordo nucleare è accettabile. La minaccia va eliminata. Netanyahu parla con Trump, Trump parla con Teheran, e tutto sembra procedere secondo un copione concordato. Ma questa è la versione che ci vogliono far credere. La realtà, come spesso accade in Medio Oriente, è molto più complicata — e molto più inquietante.

Un apparato spaccato in tre

L'apparato di sicurezza israeliano si oppone unanimemente a un accordo americano con l'Iran, ritenendolo "un disastro per Israele". Secondo una fonte della sicurezza israeliana, i vertici della difesa credono che l'Iran ingannerebbe gli Stati Uniti, si precipiterebbe ad acquisire armi nucleari appena possibile, e si impadronirebbe dei miliardi di dollari che l'accordo renderebbe disponibili. Fin qui, la narrativa ufficiale regge. Ma è quello che succede sotto la superficie a essere rivelatore. Per l'IDF, la guerra era principalmente una questione di prevenzione: impedire all'Iran di raggiungere un volume critico di missili balistici convenzionali capaci di sopraffare anche lo scudo difensivo israeliano. L'Iran stava iniziando a produrre 200-300 nuovi missili al mese. Per Trump e Netanyahu, invece, indipendentemente da quello che dicono ora, si trattava principalmente di cambio di regime. Questa divergenza non è un dettaglio tecnico. È una frattura strategica fondamentale. Il predecessore dell'attuale capo del Mossad, Yossi Cohen, riteneva il cambio di regime in Iran improbabile e aveva ridimensionato quel progetto, preferendo indebolire il regime tramite sanzioni e assassini mirati di scienziati nucleari. L'attuale capo David Barnea ha adottato l'approccio opposto, indirizzando le energie dell'agenzia verso il cambio di regime, con la speranza che massicce proteste di piazza si coalescessero dopo l'inizio della guerra. Netanyahu aveva abbracciato il piano del Mossad per scatenare una rivolta popolare all'inizio della guerra iraniana e ora sarebbe frustrato perché quelle promesse non si sono avverate. Il rapporto del New York Times, che cita funzionari dell'intelligence statunitensi e israeliani attuali ed ex, afferma che Netanyahu aveva discusso del piano per convincere Trump ad andare in guerra contro la Repubblica Islamica. Ma funzionari americani e israeliani ora guardano con scetticismo alle possibilità di un cambio di regime.

Netanyahu ha venduto a Trump una guerra che non poteva vincere?

Questa è la domanda che nessuno vuole fare ad alta voce. Eppure i fatti parlano chiaro. Netanyahu fece una presentazione di un'ora a Trump e ai suoi principali collaboratori nella Situation Room l'11 febbraio 2026, sostenendo che la Repubblica Islamica era pronta a cadere e che un attacco americano-israeliano avrebbe portato a una vittoria certa. Mentre l'intelligence americana valutava che uno scenario di cambio di regime fosse "farsesco", Trump adottò il piano. L'unico nella cerchia ristretta di Trump a opporsi con forza al piano fu il vicepresidente JD Vance. Diverse settimane dopo l'inizio della guerra, nessuna rivolta su larga scala contro il regime si è manifestata. Da allora, i funzionari americani hanno in gran parte smesso di parlare di cambio di regime, sebbene Netanyahu abbia continuato a farlo. Il Mossad aveva promesso una rivoluzione. L'IDF voleva distruggere i missili. Trump voleva un accordo vendibile. Netanyahu voleva sopravvivere politicamente. Quattro agende diverse, una sola guerra.

L'IDF si è spostato: ora punta al nucleare e non al regime

Nel frattempo, qualcosa di significativo sta accadendo all'interno delle forze armate israeliane. L'IDF ha spostato quasi tutta la sua attenzione su Teheran verso la questione nucleare, con i missili balistici e il cambio di regime che sono stati messi in secondo piano. Nelle riunioni informative, l'IDF sta dedicando molto tempo a sottolineare il pericolo continuo dell'uranio arricchito al 60%, che il regime islamico potrebbe ancora recuperare sotto le macerie di Isfahan. L'IDF sta rendendo chiaro che sarebbe pronto a tornare a una guerra su vasta scala per impedire all'Iran di usare quell'uranio per avvicinarsi a un'arma nucleare. Tradotto: l'esercito israeliano ha abbandonato il sogno del cambio di regime e si è concentrato su obiettivi militari concreti e misurabili. Un approccio pragmatico, quasi disposto a coesistere con un Iran indebolito ma non abbattuto — purché non nucleare. Il capo del Mossad, Barnea, la pensa diversamente: "L'idea di continuare a sviluppare una bomba nucleare batte ancora nel loro cuore. Abbiamo la responsabilità di garantire che il progetto nucleare, che è stato gravemente danneggiato, non venga mai più attivato."

Netanyahu: un premier ricattabile

Non si può capire questa storia senza guardare alla condizione politica di Netanyahu. È un uomo sotto pressione da ogni lato. Il processo ha provocato in Israele una grossa frammentazione politica. Netanyahu fu abbandonato dai suoi tradizionali alleati di centrodestra e, dopo un periodo di instabilità, nel 2022 si presentò alle elezioni con una nuova coalizione di estrema destra e fondamentalista, quella che tuttora governa il paese. Per Netanyahu — dal 2020 sotto processo con l'accusa di corruzione, da lui sempre negata — qualsiasi tregua comporta anche un "rischio personale", come capo di una "fragile coalizione" sostenuta da ministri di estrema destra che vogliono la guerra, non la diplomazia. Per evitare di essere perseguito per corruzione, Netanyahu ha bisogno di mantenere il potere e continuare le attività belliche. La ripresa delle udienze del processo è avvenuta dopo che il presidente israeliano Isaac Herzog ha respinto la possibilità di concedere la grazia a Netanyahu, nonostante la richiesta ufficiale del primo ministro e le forti pressioni esercitate dallo stesso presidente Trump. Ecco il quadro reale: un premier sotto processo, dipendente da una coalizione di estrema destra che lo tiene in ostaggio, che ha venduto a Trump la guerra come una passeggiata verso il cambio di regime, e che ora si trova schiacciato tra un Mossad che non ha mantenuto le sue promesse e un IDF che ha già cambiato agenda.

Il segnale diplomatico nascosto

Un funzionario israeliano ha detto alla radio dell'esercito che Gerusalemme non era a conoscenza del fatto che Trump stesse per raggiungere un accordo con l'Iran. "Stavamo preparandoci a un'escalation", ha detto il funzionario. Israele è l'alleato americano nella guerra, ma finora non ha partecipato ai negoziati con l'Iran. Una fonte israeliana ha detto a Reuters che il governo non è stato informato dell'accordo, e che anzi, Israele sarebbe pronto a ricominciare i bombardamenti. Questo è il punto più esplosivo di tutti. Israele — che ha trascinato gli Stati Uniti in questa guerra con la promessa di un cambio di regime rapido e pulito — viene ora escluso dai negoziati che potrebbero chiuderla. E reagisce minacciando di ricominciare a bombardare. Secondo un diplomatico del Golfo, gli intermediari americani Steve Witkoff e Jared Kushner starebbero agendo nell'interesse israeliano per fare pressione sull'Iran. Ma è davvero così? O stanno cercando un accordo che Netanyahu non vuole, perché un accordo gli toglierebbe l'unico strumento che tiene insieme la sua coalizione e lo tiene lontano dal carcere?

Il precedente che nessuno cita

C'è un momento nella storia israeliana che ricorda pericolosamente questo: la guerra del Kippur del 1973. Anche allora, le fratture tra apparati — intelligence che minimizzava i segnali d'allarme, esercito che non era pronto, politica che non voleva sentire — portarono alla peggiore sorpresa strategica nella storia di Israele. La differenza è che allora le divisioni erano nascoste. Oggi emergono su Israel Hayom, il giornale più vicino a Netanyahu stesso. Quando il megafono ufficiale del premier pubblica articoli che descrivono i compromessi di Trump come "catastrofici", non è giornalismo: è un messaggio. A chi? Probabilmente a Washington. Il significato è chiaro: c'è resistenza interna, e qualcuno vuole che tu lo sappia.

La vera domanda

Due mesi dopo l'attacco americano-israeliano all'Iran che ha dato inizio alla guerra, i colloqui di pace sono in stallo, con il controllo dello Stretto di Hormuz e il futuro del programma nucleare iraniano come i due principali punti di contesa. Ma il vero stallo non è tra Washington e Teheran. È dentro Tel Aviv. È tra un Mossad che ha scommesso tutto su una rivoluzione che non è arrivata, un IDF che vuole tornare a casa con obiettivi militari concreti, e un premier che ha bisogno della guerra per sopravvivere politicamente. La domanda che i grandi media non fanno è questa: se anche i "professionisti" dell'intelligence israeliana considerano i compromessi di Trump un disastro, è perché sanno che un accordo funzionerebbe davvero — o è perché un accordo farebbe cadere Netanyahu? In Medio Oriente, la pace è spesso più pericolosa della guerra. Per chi è al potere.

Fonti utilizzate: - Haaretz — Dichiarazioni di fonte della sicurezza israeliana sull'opposizione all'accordo USA-Iran (6 maggio 2026) - Times of Israel — Rapporto sulla frustrazione di Netanyahu per le promesse mancate del Mossad sul cambio di regime in Iran (23 marzo 2026); liveblog del 6 maggio 2026 - Israel Hayom — Intervista sul piano di cambio di regime del Mossad in Iran (9 aprile 2026); retroscena sugli accordi segreti USA-Iran (17 dicembre 2025) - New York Times (citato da Times of Israel e Wikipedia) — Ricostruzione della presentazione di Netanyahu a Trump dell'11 febbraio 2026 - Jerusalem Post — Analisi del cambio di priorità dell'IDF dal regime change al nucleare (3 maggio 2026) - Wikipedia EN — Cronologia dei negoziati USA-Iran 2025-2026 e degli sforzi di cambio di regime nella guerra del 2026 - Il Post — Processo a Netanyahu e dinamiche politiche interne israeliane (dicembre 2025) - Vatican News / NYT — Ricostruzione delle pressioni della coalizione di estrema destra su Netanyahu (luglio 2025) - ACLED — Analisi militare del conflitto USA-Israele-Iran (marzo 2026) - UK House of Commons Library — Briefing sul cessate il fuoco USA-Iran e i negoziati nucleari del 2026 - Responsible Statecraft — Analisi critica del ruolo di Israele nel conflitto e delle violazioni del cessate il fuoco - Il Giornale / ANSA / Today.it — Aggiornamenti sui negoziati in corso (aprile-maggio 2026)