C'è una guerra in corso nel Golfo Persico. Ci sono proposte, controproposte, ultimatum e tregue fragili. Ma la notizia più importante non è quella che i media occidentali mettono in prima pagina. La notizia è questa: il Pakistan — uno Stato nucleare in crisi economica, stretto tra Cina, India, Washington e Teheran — ha in mano le chiavi di una delle crisi geopolitiche più pericolose del XXI secolo. E quasi nessuno lo sta raccontando.

La guerra che non avrebbe dovuto esserci

Per capire dove siamo, bisogna tornare indietro. L'8 maggio 2018, la prima amministrazione Trump annunciò il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo nucleare iraniano, formalmente noto come JCPOA. Quell'accordo, firmato nel 2015, era semplice nella sua logica: un do ut des — l'Iran accettava vari limiti al suo programma nucleare e in cambio gli Stati Uniti, l'UE e l'ONU avrebbero revocato le sanzioni economiche legate al nucleare. Trump uscì dall'accordo nonostante non ci fossero prove che l'Iran lo stesse violando. Al contrario, l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica aveva verificato più volte la conformità iraniana. Il risultato fu devastante: nel 2018 gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente dall'accordo nucleare iraniano. Nonostante i periodici tentativi di rilanciarlo, l'Iran accelerò il suo arricchimento dell'uranio, limitò l'accesso degli ispettori alle sue strutture nucleari e oggi è più vicino a sviluppare un'arma nucleare di quanto non fosse prima dell'accordo. Questo è il contesto storico che i media mainstream dimenticano ogni volta che presentano l'Iran come l'attore recalcitrante. La diffidenza di Teheran non è propaganda: è memoria.

La proposta americana: pace o trappola?

Il 25 marzo, funzionari pakistani hanno consegnato all'Iran una "proposta in 15 punti" degli Stati Uniti, contenente un piano di cessate il fuoco. La proposta americana includeva la fine del programma nucleare iraniano, limiti ai missili, la riapertura dello Stretto di Hormuz, restrizioni al sostegno iraniano ai gruppi armati e un alleggerimento delle sanzioni. Sembra generosa. Ma leggetela bene: è una lista che chiede all'Iran di smantellare praticamente ogni leva strategica che possiede — nucleare, missilistica, proxy regionali, controllo dello Stretto — in cambio di promesse di alleggerimento delle sanzioni. Le stesse promesse già fatte e già tradite nel 2015. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Baghaei ha dichiarato che «ogni volta che l'Iran ha avviato colloqui con gli Stati Uniti sulla questione nucleare e sulla revoca delle sanzioni, gli USA hanno contemporaneamente condotto azioni militari» contro la Repubblica Islamica. Ha sottolineato che «gli Stati Uniti non sono seri riguardo alla revoca delle sanzioni e non hanno imparato dagli errori del passato». Ha quindi affermato che tra i due Paesi «esiste una profonda sfiducia» e ha accusato gli Stati Uniti di «aspettarsi che vengano accettate le loro richieste massimaliste». Non è propaganda. È una descrizione accurata della storia recente.

Il Pakistan: postino o giocatore?

Qui sta il cuore della storia che nessuno racconta abbastanza. Il Pakistan non è un intermediario neutro capitato per caso in questo scenario. È un attore con interessi propri, complessi e stratificati. «La credibilità del Pakistan come intermediario ha radici profonde» — fu il Pakistan a facilitare il viaggio segreto di Henry Kissinger a Pechino nel 1971, permettendo l'apertura tra Stati Uniti e Cina nel pieno della Guerra Fredda. «Questo precedente ha consolidato nella memoria diplomatica delle grandi potenze l'idea che il Pakistan sia uno Stato affidabile per trattative altamente riservate». Dal 1980, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Iran, il Pakistan ospita ufficialmente la sezione di interessi iraniana all'interno della propria ambasciata a Washington. Un dettaglio strutturale enorme, quasi mai citato nei resoconti giornalistici mainstream. Ma c'è di più. Il Pakistan negli ultimi vent'anni è diventato sostanzialmente uno Stato vassallo di Pechino, al quale ha affidato gran parte del proprio interscambio economico e commerciale, un'ampia cooperazione in materia di intelligence, difesa e sicurezza, e un legame a filo doppio garantito dalla realizzazione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), quella rete di infrastrutture e investimenti cinesi che permetterà alla Cina di avere un definitivo accesso all'Oceano Indiano e una presenza stabile a poche centinaia di miglia dallo Stretto di Hormuz. Capite la geometria? Il Pakistan è il mediatore scelto dagli USA, ma è al tempo stesso il nodo strategico del progetto geopolitico cinese nella regione. Affidare al Pakistan un ruolo di mediazione nel conflitto tra Stati Uniti e Iran è stata una scelta che ha finito per aumentare le leve di Pechino nel Grande Medio Oriente, sostenendo contemporaneamente una parte in conflitto e il potenziale mediatore.

La Cina nell'ombra, il Pakistan in primo piano

Non è un caso. Il 31 marzo, dopo l'incontro a Pechino tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il collega pakistano Ishaq Dar, Cina e Pakistan hanno lanciato un'iniziativa congiunta di pace in cinque punti: cessate il fuoco immediato, avvio rapido di negoziati, protezione delle infrastrutture civili e nucleari, passaggio sicuro delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz e un accordo di pace complessivo basato sulla Carta ONU. Per gli analisti citati da Al Jazeera, Pechino ha agito per proteggere i propri interessi: il 45-50% del suo petrolio passa dallo Stretto di Hormuz e la guerra minacciava la Belt and Road Initiative e gli investimenti nel CPEC in Pakistan. Il Pakistan, dal canto suo, ha tutto da guadagnare da questo ruolo. Per Islamabad si tratta di un «riposizionamento da attore periferico a intermediario credibile», come afferma Farwa Aamer dell'Asia Society Policy Institute. Anche se il negoziato fallisse, ne uscirebbe rafforzato, ancor più dopo i tentativi dell'India di isolare diplomaticamente il Pakistan. Il rafforzamento della sua posizione internazionale, assieme al patto di difesa con l'Arabia Saudita e alle pressioni da parte di Stati Uniti, Qatar e Cina, potrebbe pacificare le tensioni con l'Afghanistan.

I colloqui di Islamabad: 21 ore per niente?

I cosiddetti "Islamabad Talks", tenutisi l'11 e 12 aprile 2026, erano finalizzati a stabilizzare il cessate il fuoco e negoziare una possibile risoluzione della guerra. Il team negoziale americano di 300 persone era guidato dal Vicepresidente JD Vance, insieme agli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner; il team iraniano di 70 persone era guidato dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, insieme al ministro degli Esteri Abbas Araghchi. I colloqui si conclusero il 12 aprile. Le negoziazioni durarono circa 21 ore e si conclusero con le delegazioni americana e iraniana che lasciarono Islamabad senza raggiungere un accordo. I principali nodi irrisolti includevano il programma nucleare iraniano e lo status dello Stretto di Hormuz. Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha dichiarato che erano «a un passo da un memorandum d'intesa» e ha accusato la delegazione americana di aver spostato i paletti. Dal lato americano, Trump ha detto che «la maggior parte dei punti erano stati concordati, ma l'unico punto che contava davvero, il nucleare, non lo era». Ha descritto l'Iran come «irremovibile» sulla questione. Due versioni opposte della stessa stanza. Chi mente? Chi esagera? La risposta è: probabilmente entrambi, e per ragioni diverse.

Lo stallo attuale: una guerra che nessuno può permettersi di vincere

La diplomazia è in uno stallo, e la leadership iraniana è divisa su quali concessioni nucleari debbano essere sul tavolo. Teheran vuole una fine permanente della guerra, mentre Trump ha insistito che l'Iran prima riapra lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas. Il presidente americano ha anche fatto della questione della capacità nucleare iraniana una «linea rossa». Nel frattempo, il 61% degli americani afferma che l'uso della forza militare contro l'Iran è stato un errore, con meno di due americani su dieci che credono che le azioni statunitensi in Iran siano state efficaci. Trump ha un problema politico interno crescente, e la diplomazia — anche se non perfetta — gli serve almeno come facciata. Nelle proposte trasmesse agli USA attraverso il Pakistan, l'Iran ha nelle ultime settimane cercato negoziati a più fasi, con un accordo preliminare per porre fine alla guerra e le richieste della Casa Bianca di rinunciare al programma nucleare spostate a dopo. Trump e la sua amministrazione hanno resistito. Ora gli USA sembrano essersi avvicinati ad accettare la richiesta iraniana, secondo gli esperti.

La domanda che nessuno fa

C'è una domanda che i media mainstream non fanno mai, e che invece va posta con forza: questa proposta americana è pensata per essere accettata, o per documentare il rifiuto iraniano e giustificare un'escalation già pianificata? Il ritiro dal JCPOA nel 2018 ha innescato un feedback strategico: il ritiro aumentò la pressione e l'attività nucleare iraniana, che a sua volta fu usata per giustificare ulteriore pressione e, alla fine, misure militari. È lo stesso schema che stiamo vedendo oggi, con variazioni. Gli Stati Uniti possono parlare con il Pakistan senza legittimare direttamente Teheran, l'Iran può usarlo senza esporsi, la Cina lo considera un nodo della propria architettura regionale. Il Pakistan è, in questa partita, il luogo dove tutti possono fare le cose che non possono fare apertamente. La vera architettura di potere dietro questa crisi non è Iran contro Occidente. È una triangolazione complessa tra Washington, Pechino, Islamabad e Teheran, dove ogni attore usa gli altri per perseguire obiettivi che non ha mai dichiarato pubblicamente. Finché i media continueranno a raccontare questa storia come una semplice disputa nucleare tra un Occidente responsabile e un Iran irrazionale, continueremo a non capire nulla di quello che sta succedendo davvero nel Golfo Persico.

Fonti utilizzate - Wikipedia — *2025–2026 Iran–United States negotiations* (aggiornato maggio 2026) - Wikipedia — *2026 Iran war ceasefire* (aggiornato maggio 2026) - Wikipedia — *Islamabad Talks* (aggiornato maggio 2026) - House of Commons Library — *US-Iran ceasefire and nuclear talks in 2026* (maggio 2026) - Al Jazeera — *Has the US accepted Iran's demand to settle Hormuz first, nuclear later?* (6 maggio 2026) - Al Jazeera — *What's Iran's 14-point proposal to end the war?* (3 maggio 2026) - Axios — *Iran offers US deal to reopen Hormuz strait, postpone nuclear talks* (27 aprile 2026) - Vatican News — *Il ruolo del Pakistan nella mediazione tra Iran e Usa* (aprile 2026) - Linkiesta — *Perché la mediazione del Pakistan non aiuta a risolvere la crisi iraniana* (aprile 2026) - Startmag — *Come Pakistan e Cina hanno convinto USA e Iran sulla tregua* (aprile 2026) - Il Post — *Cosa c'entra il Pakistan nella guerra in Medio Oriente?* (marzo 2026) - Center for Arms Control and Non-Proliferation — *The Iran Deal, Then and Now* (aggiornato 2025) - RAND Corporation — *The Strategic Fallout of U.S. Withdrawal from the Iran Deal* (2018) - Cosenza Oggi / Open Online — *Teheran consegna al Pakistan la nuova proposta negoziale* (maggio 2026) - GlobalSecurity.org / RFE/RL — *Iran Delivers New Negotiation Plan To Pakistan* (maggio 2026)