C'è una domanda che i grandi media occidentali si ostinano a non fare: mentre Israele e Iran si scambiano missili e il mondo trattiene il fiato sullo Stretto di Hormuz, chi sta davvero ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente allargato? La risposta non si trova a Tel Aviv, né a Teheran. Si trova a Islamabad. Il Pakistan — 240 milioni di abitanti, l'unica bomba atomica del mondo islamico, un esercito tra i più potenti dell'Asia — è quasi completamente assente dal dibattito mediatico europeo sul conflitto. Eppure, nelle ultime settimane, è stato proprio Islamabad a fare la cosa più difficile che esista in diplomazia: portare Washington e Teheran allo stesso tavolo.
Il mediatore che nessuno aveva previsto
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha fatto emergere un ospite inatteso nell'arena della diplomazia internazionale: il Pakistan. Washington e Teheran hanno annunciato una tregua di due settimane, e i dettagli dell'accordo saranno discussi proprio a Islamabad. Non è un caso. A giocare un ruolo centrale nelle trattative delle ultime ore è stato il Pakistan, attivo come mediatore tra le parti. Con l'avvicinarsi della scadenza dell'ultimatum di Donald Trump, il primo ministro pakistano Sharif aveva invitato tutte le parti a rispettare un cessate il fuoco di due settimane per consentire alla diplomazia di raggiungere una soluzione definitiva. A dirigere lo sforzo diplomatico è stato il capo dell'esercito pakistano, Asim Munir. Trump ha annunciato il cessate il fuoco su Truth Social "sulla base di discussioni con il primo ministro Sharif e il capo dell'esercito Munir del Pakistan". Pensateci. Il presidente degli Stati Uniti cita esplicitamente il generale pakistano come co-architetto di una tregua con l'Iran. Eppure sui principali telegiornali europei, il Pakistan era quasi invisibile.
Come ci è arrivato: diciotto mesi di mosse nell'ombra
Per capire questo momento, bisogna tornare indietro. Il Pakistan non è arrivato impreparato a questo appuntamento con la storia. Ha costruito pazientemente la sua posizione, mattone dopo mattone, mentre tutti guardavano altrove. Cominciamo da un episodio che avrebbe potuto diventare una guerra e invece è diventato un trampolino diplomatico. Nel gennaio 2024, i raid aerei iraniani diretti a colpire i separatisti baluchi di Jaish al-Adl in territorio pakistano fecero salire la tensione tra i due paesi. Teheran colpì a Panjigur, a 80 km dal confine. Islamabad rispose colpendo Sharavan, città iraniana a 100 km dal confine pakistano. Due potenze nucleari che si sparano addosso. Una crisi che avrebbe potuto degenerare. Invece, la rappresaglia pakistana si rivelò, in ultima analisi, sorprendentemente amichevole e sembra aver risolto alcune questioni cruciali di cooperazione di confine tra i due stati. Il fatto che questi ex avversari, che si erano appena impegnati in scambi militari diretti, abbiano poi adottato una "solidarietà risoluta" è a dir poco sbalorditivo. Il 16 gennaio, mentre l'Iran sganciava i suoi missili, le forze navali iraniane e pakistane partecipavano a un'esercitazione navale nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. Questo dettaglio — quasi completamente ignorato dai media occidentali — dice tutto sulla natura del conflitto Pakistan-Iran: non era una guerra vera. Era una comunicazione diplomatica in forma militare.
I miliardi sauditi e il patto di difesa
Mentre gestiva la crisi con Teheran, Islamabad costruiva parallelamente un asse solidissimo con Riyadh. L'Arabia Saudita ha firmato sette ulteriori accordi di investimento con il Pakistan, portando il valore totale degli accordi recenti a 2,8 miliardi di dollari. Il commercio bilaterale tra Pakistan e Arabia Saudita è aumentato dell'80 per cento, passando da 3 miliardi di dollari nel 2019 a 5,4 miliardi nel 2024. Ma il vero salto di qualità è arrivato con un accordo che ha fatto pochissimo rumore in Europa. Il Saudi-Pakistan Strategic Mutual Defense Agreement è stato firmato il 17 settembre 2025. E qui viene la parte che nessuno racconta apertamente: il Pakistan potrebbe offrire qualcosa che gli Stati Uniti non hanno mai voluto dare all'Arabia Saudita — un deterrente nucleare. Islamabad non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione ed è libero di estendere la sua copertura nucleare a partner interessati. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha confermato che, nell'ambito del patto di difesa bilaterale, Islamabad renderebbe disponibili le sue capacità nucleari all'Arabia Saudita se necessario. Una bomba atomica islamica a protezione della Mecca. È questa la posta in gioco reale. La geometria impossibile che solo il Pakistan può disegnare Il segreto del successo diplomatico pakistano è semplice quanto raro: Islamabad mantiene canali con Washington (storica alleanza di sicurezza, fondi IMF, legami militari), con Teheran (confine comune, comunità sciita, intesa pragmatica) e con Pechino (asse privilegiato attraverso il CPEC, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, che vale oltre 60 miliardi di dollari di investimenti). È uno dei pochissimi paesi al mondo con accesso diplomatico simultaneo a tutti i protagonisti del conflitto. Per esempio, il Pakistan ospita nella sua ambasciata di Washington la delegazione diplomatica iraniana negli Stati Uniti, da quando nel 1979 le relazioni diplomatiche tra Iran e USA furono interrotte. Da quasi mezzo secolo, ogni messaggio ufficiale tra Teheran e Washington passa per Islamabad. E nessuno ne parla. A questo si aggiunge la dimensione cinese. Secondo il New York Times, per convincere l'Iran è intervenuta anche la Cina, esortando la Repubblica Islamica a mostrarsi flessibile. Il tandem Pechino-Islamabad ha lavorato in parallelo: citando tre funzionari iraniani, il New York Times conferma le indiscrezioni secondo cui ci sarebbe stato un forte pressing dell'ultima ora della Cina sull'Iran. Le fonti parlano del lavoro diplomatico di Islamabad e delle pressioni last-minute del Dragone, che ha chiesto a Teheran di dare prova di flessibilità. Il CPEC: il corridoio che vale più di mille missili Dietro la diplomazia c'è sempre l'economia. Il Pakistan, alleato chiave della Cina, riveste un ruolo centrale nell'architettura della Belt and Road Initiative, fungendo da punto di connessione tra le componenti continentale e marittima. Tale sinergia si realizza nel Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), un progetto da 70 miliardi di dollari volto a sviluppare infrastrutture energetiche, stradali, industriali e di telecomunicazioni. Gwadar dista 400 km dallo Stretto di Hormuz. Gwadar è il terminal marittimo sud-occidentale del CPEC da 62 miliardi di dollari, il progetto di punta delle Nuove Vie della Seta. Ogni giorno che lo Stretto rimane chiuso è un disastro per la Cina. Pechino importa circa il 40% del suo petrolio dal Medio Oriente, in gran parte attraverso lo Stretto di Hormuz. La chiusura dello Stretto è un disastro economico diretto per la seconda economia mondiale: industrie che rallentano, costi energetici che esplodono, supply chain compromesse. Ogni giorno di blocco dello Stretto di Hormuz è un danno misurabile al PIL cinese. Ecco perché la Cina ha spinto l'Iran ad accettare la tregua. E il Pakistan era il canale. Un canale che ora vale oro.
Il paradosso del debitore che comanda
C'è una contraddizione apparente al cuore di questa storia. Il Pakistan è un paese in crisi economica cronica, che ha vissuto sull'orlo del default, salvato da prestiti del FMI e iniezioni di liquidità saudite e cinesi. Il Pakistan appare sempre più impegnato in una strategia di bilanciamento, volta a diversificare le proprie relazioni esterne senza rompere il legame privilegiato con Pechino. Ma è proprio questa fragilità economica che lo rende indispensabile. Islamabad non vede Washington come un sostituto di Pechino; cerca invece di sostenere la sua partnership in ogni condizione con la Cina, convincendo al contempo gli Stati Uniti della duratura rilevanza geopolitica ed economica del Pakistan. Un paese che deve soldi a tutti ha interesse a tenere buoni tutti. E un paese che tiene buoni tutti diventa l'unico che può parlare con tutti. Il debitore cronico si trasforma in mediatore indispensabile. A settembre 2025, Pakistan e Arabia Saudita hanno firmato un accordo di mutua difesa, per cui un attacco a uno dei due paesi sarà considerato un'aggressione a entrambi. Nonostante gli attacchi iraniani su territorio saudita, Riyadh non ha invocato l'intervento dell'alleato, che si è tenuto in disparte. Un segnale da parte dei sauditi, consapevoli dei rischi legati all'estensione geografica del conflitto, ma anche della possibile efficacia del canale diplomatico pakistano. La domanda che rimane Islamabad ha ottenuto la tregua. Ha guadagnato credibilità internazionale che non aveva da decenni. Ha dimostrato che la sua posizione geografica e diplomatica vale più di qualsiasi alleanza formale. Ha, in un certo senso, monetizzato il caos altrui. Ma la domanda che un giornalista onesto deve fare è questa: il Pakistan sta davvero costruendo la pace, o sta costruendo se stesso? Perché un mediatore indispensabile è anche un mediatore che ha interesse a rimanere indispensabile. E un conflitto che si congela — ma non si risolve — è un conflitto che continua ad aver bisogno di qualcuno che tenga aperto il canale. Il Pakistan ha imparato la lezione più antica della geopolitica: non è chi spara a vincere le guerre. È chi controlla la porta d'uscita.
Fonti utilizzate: - Euronews Italia — "Guerra in Iran, l'inatteso sensale della diplomazia internazionale è il Pakistan" (8 aprile 2026) - Al Jazeera — "How Pakistan managed to get the US and Iran to a ceasefire" (8 aprile 2026) - Il Post — "Cosa c'entra il Pakistan nella guerra in Medio Oriente?" (marzo 2026) - Sky TG24 — "Guerra in Iran, ecco come si è arrivati alla tregua con gli Usa" (8 aprile 2026) - Editoriale Domani — "Negoziati Stati Uniti-Iran, Teheran consegna al Pakistan una proposta" (aprile 2026) - Middle East Institute — "Pakistan's strategic defense pact with Saudi Arabia" (novembre 2025) - ISPI — "Il partenariato strategico tra Cina e Pakistan" (febbraio 2026) - AGBI — "Saudi Arabia agrees more Pakistan investment deals" (ottobre 2024) - Geopolitica.info — "Gwadar: croci e delizie del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC)" - Il Manifesto — "Basta pazienza strategica, l'Iran colpisce fino in Pakistan" (gennaio 2024) - AGI — "Pakistan-Iran: una lunga storia di tensioni" (gennaio 2024) - Vietato Parlare — "Pechino e Islamabad nel Golfo: il piano in cinque punti che sfida la guerra in Iran" - Observer Research Foundation (ORF) — "Pakistan-Saudi Arabia Ties: Explaining the Shifts in Proximity" (novembre 2025) - Centro Studi Eurasia e Mediterraneo — "La diplomazia mineraria del Pakistan" (ottobre 2025)